Avete paura degli immigrati? Bene. Qualcuno ha lavorato sodo perché ce l’aveste. Quella paura non è caduta dal cielo insieme ai barconi: è stata costruita, pezzo per pezzo, parola per parola. E come ogni cosa costruita, ha un progettista, una catena di montaggio e, soprattutto, qualcuno che alla fine firma la fattura.
In un altro pezzo ho già messo in fila i numeri, quelli veri. Qui non mi interessano i numeri. Mi interessa un’altra domanda, molto più scomoda: se i dati dicono una cosa e voi ne sentite un’altra, chi ve l’ha raccontata? E perché?
Prima mossa: scegliere le parole giuste
Le parole non sono neutre. Nessuno le sceglie a caso. “Sbarco” è una parola militare: evoca la Normandia, i mezzi da guerra, l’invasione sulla spiaggia. Eppure dall’aeroporto, dove entra la maggior parte degli irregolari, nessuno “sbarca”: semplicemente atterra, e non fa notizia. “Clandestino”, “orda”, “emergenza”, “carico residuale”: ogni termine è un piccolo mattone. Da soli sembrano niente. Ripetuti ogni giorno per anni, tirano su un muro.
Provate a fare un gioco: sostituite “invasione” con “arrivi” e “emergenza” con “fenomeno”. La stessa notizia, all’improvviso, smette di farvi battere il cuore. Non è cambiato il fatto. È cambiato chi ve l’ha voluto vendere.
Seconda mossa: accendere il faro solo quando conviene
C’è una regola non scritta che conoscete benissimo, anche se fingete di no: la nazionalità finisce nel titolo solo quando fa comodo. Se a rubare o ad aggredire è uno straniero, eccola in prima pagina, in grassetto. Se a uccidere la propria compagna è un italiano — e succede con una regolarità che dovrebbe farci vergognare — diventa “dramma familiare”, “raptus”, “cronaca”. Il colore della pelle sparisce dal titolo appena è quello sbagliato per la narrazione.
Non è un’impressione mia. È esattamente ciò che documentano da anni i rapporti dell’Associazione Carta di Roma sul modo in cui i media italiani raccontano le migrazioni, e le analisi di Openpolis sulla strumentalizzazione del legame tra criminalità e migranti. Il faro non illumina la realtà: illumina quello che vogliono farvi guardare.
Terza mossa: ripetere, ripetere, ripetere
Il cervello umano è pigro: quello che vede spesso, lo crede frequente. Se ogni sera al telegiornale c’è un barcone, il vostro cervello conclude che siamo circondati. Non è colpa vostra, è come siamo fatti. Ed è esattamente su questo difetto che si lavora.
Il risultato lo conoscete già: gli italiani stimano la presenza straniera intorno al 31% della popolazione, quando la quota reale è circa tre volte inferiore. Tre volte. È la distanza tra ciò che vi hanno raccontato e ciò che esiste davvero. E quella distanza non l’avete inventata voi: ve l’hanno riempita di barconi, sera dopo sera.

Quarta mossa: non spegnere mai l’emergenza
Ed eccoci al trucco più raffinato. In Italia l’immigrazione è “emergenza” da oltre trent’anni. Fermatevi un secondo: un’emergenza che dura trent’anni non è un’emergenza. È un format. Un’emergenza vera prima o poi la risolvi, o almeno la gestisci. Questa, invece, va rinnovata a ogni campagna elettorale, come un abbonamento.
Perché conviene a tutti quelli che stanno dalla parte giusta del banco. Al politico serve il mostro per potersi candidare a eroe che vi difende: senza mostro, che ci sta a fare? Al giornale la paura vende copie meglio di qualsiasi buona notizia. Al talk show riempie tre ore di urla a costo zero. L’unico che paga il conto siete voi: con la vostra tranquillità, con il vostro voto, con la fatica di guardare il vicino di casa come una minaccia invece che come un vicino di casa.
Come riconoscere una paura fabbricata
C’è un modo semplice per smascherarla. I problemi veri hanno soluzioni, o almeno proposte concrete: più alloggi, corridoi legali, tempi d’asilo più rapidi, lotta al lavoro nero, integrazione. Le paure fabbricate, invece, non vogliono soluzioni: vogliono durare. Nessuno che ci lucra sopra ha davvero interesse a spegnerle. Servono accese.
La cosa curiosa è che questo film l’abbiamo già girato, con noi nella parte dei cattivi. Quando milioni di meridionali salivano al Nord, i giornali dell’epoca parlavano lo stesso identico linguaggio: invasione, degrado, criminalità importata. È lo stesso meccanismo di cui parlo quando scrivo di orgoglio di ciò che non abbiamo fatto e odio per chi non abbiamo mai incontrato. E lo stesso corto circuito che ho raccontato guardando la Sardegna, terra di emigranti che oggi grida all’invasione. Cambia il colore del capro espiatorio, il copione resta identico.
Non vi sto chiedendo di non avere paura. Vi sto chiedendo un’altra cosa, molto più difficile: la prossima volta che la sentite salire, invece di domandarvi “è vero?”, domandatevi “chi ha scritto questo copione, e cosa mi sta vendendo?”. È una domanda scomoda, lo so. Ma è l’unica che il fabbricante di paura spera che non vi facciate mai.
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