Il terreno, di norma, sta sotto. È la cosa che diamo per scontata: ci regge, ci sporta, non lo guardiamo mai. Beth Orton ha intitolato il suo nono disco The Ground Above, e in quell’inversione minima — il suolo che invece di sostenerti ti sovrasta — c’è già tutta la posta in gioco. Si vede il terreno dall’alto solo in due posizioni: sdraiati in un campo, a naso in su, oppure da sotto, quando qualcuno ce lo ha messo addosso. Sta lì, in quella distanza di pochi centimetri e di un’intera vita, l’ambiguità che tiene in piedi il disco più bello che Orton abbia fatto da vent’anni a questa parte. È un album sul lutto che si rifiuta di essere un album triste. È musica che scava, ma per piantarci qualcosa.
Confesso subito la mia parte in questa storia, perché senza di quella non avrei nulla da dire che non sia già stato detto meglio da altri. Beth Orton l’avevo amata subito, e poi l’avevo lasciata andare. Non è un dettaglio biografico da poco: è il modo in cui la maggior parte di noi vive gli artisti che conta. Non li seguiamo, li frequentiamo a fasi. C’è la stagione dell’innamoramento, in cui sai tutto; poi la vita ti chiama altrove e quell’amore diventa un mobile in una stanza che smetti di abitare. Con lei mi era successo esattamente questo, e il ritorno di quest’anno mi ha costretto a fare i conti proprio con la geografia di quell’assenza.
L’inizio, e la cosa che la gente sapeva a memoria
Il primo capitolo lo ricordo con la precisione delle cose che ti hanno formato. Trailer Park, 1996: un debutto che non somigliava a niente, perché metteva la chitarra spoglia del folk inglese dentro l’elettronica come se fosse la cosa più ovvia del mondo, quando invece nessuno lo stava facendo con quella grazia. Poi Central Reservation nel ’99, e dentro Stolen Car: non semplicemente una bella canzone, ma il brano che l’ha resa una presenza pubblica, la firma che ancora oggi qualcuno fischietta senza sapere di chi sia. Un basso che avanza come fari nella nebbia, una minaccia trattenuta, la sensazione di stare perdendo qualcosa esattamente mentre lo vivi.
Quanto fosse penetrata nel tessuto di quegli anni lo racconta un aneddoto che lei stessa ha rievocato di recente: fine anni Novanta, metropolitana di Londra, un’intera carrozza la riconosce e le canta addosso She Cries Your Name. Lei non si unisce, resta immobile, felice e in imbarazzo. Ecco la misura di cosa fosse: non una diva da stadio, ma un’artista entrata nel sangue quotidiano dei pendolari, di gente che non comprava riviste musicali eppure sapeva le sue parole. È una forma di popolarità più rara e più intima di qualsiasi disco di platino.
Curioso — e istruttivo — scoprire che con Central Reservation, il disco che a me pareva perfetto, lei aveva un rapporto litigioso. Lo ha ammesso senza ipocrisie: si era sentita spinta verso una versione di sé fatta di remix e levigature, l’artista da «rimixare fino allo sfinimento» perché così, dicevano, avrebbe funzionato. È la frattura che percorre tutta la sua carriera, e che spiega le sue eclissi meglio di qualsiasi cronologia: la distanza tra ciò che gli altri volevano vendere di lei e ciò che lei sentiva vero. Non a caso ancora oggi rimette mano a quelle canzoni dal vivo, come chi non ha mai smesso di litigare, con affetto, con la propria giovinezza.
Beth Orton e L’eclissi
Poi l’ho persa. Non per un torto, non per un disco brutto: per distrazione, che è il modo più banale e più crudele in cui si perdono le persone e gli artisti. Sugaring Season (2012) l’ho sfiorato. Kidsticks (2016) — quel disco elettrico e spigoloso costruito con Andrew Hung dei Fuck Buttons — l’ho registrato come una notizia, non come un’esperienza. Persino l’acclamatissimo Weather Alive (2022), che il resto del mondo ha giustamente celebrato, mi è scivolato accanto come una lettera aperta a metà e rimandata.
Non provo a giustificarmi con la scusa della qualità: erano dischi giusti, ero io a essere altrove. E mentre io mi allontanavo, lei faceva l’esatto contrario di ciò che fa chi si arrende: continuava a spostare in avanti il proprio confine, rifiutando persino di rovistare nei propri archivi di inediti perché — sono parole sue — la musica nuova la eccitava più di quella vecchia. C’è qualcosa di feroce in questa ostinazione, e solo adesso lo riconosco per ciò che è: non testardaggine, ma fede nel mestiere.
Il ritorno, e cosa lo rende diverso
The Ground Above è uscito il 26 giugno 2026 per Partisan, nono album, e per la prima volta interamente autoprodotto — dettaglio che, alla luce di tutto ciò che sopra, suona quasi come una rivendicazione. Otto canzoni, non una di riempimento. Attorno a sé Orton ha convocato musicisti che sono di per sé una dichiarazione estetica: il batterista jazz Tom Skinner (Sons of Kemet, The Smile), il bassista sfuggente e onnivoro Shahzad Ismaily, la chitarra spettrale di Adrian Utley dei Portishead. Il risultato prende la quiete già raggiunta con Weather Alive e la porta oltre il ciglio: più aria tra gli strumenti, arrangiamenti che sembrano respirare invece di suonare, un silenzio usato come materiale da costruzione. La critica anglosassone lo ha accostato — senza timore reverenziale, con timore reverenziale — a totem della rarefazione come Spirit of Eden dei Talk Talk, Kaputt di Destroyer, 50 Words for Snow di Kate Bush. Sono paragoni che di solito seppelliscono un disco sotto aspettative impossibili. Qui reggono.
E reggono perché il tema non è mai in posa. Il pezzo che apre e dà il titolo al disco tiene insieme, in un’unica immagine, la fragilità del lutto e la violenza vegetale della primavera che esplode dal terreno: due cose che non dovrebbero coesistere e in lei coesistono, come il dolore e la voglia di vivere in chi ha perso qualcuno da poco. Cigarette Curls avvolge in un jazz-pop notturno l’idea più semplice e più insopportabile che ci sia — il tempo che ti raggiunge alle spalle. Waiting ha invece uno slancio, un’ala: parla di stare sul bordo di un sogno pronti a spiccare il volo, e lo fa con un’autoironia che vale mille versi solenni, quella di chi vorrebbe compilare una lista della gratitudine ma prima deve fare pace con il rancore che prova verso l’idea stessa di essere grati. Chi ha attraversato certe stagioni sa esattamente di cosa parla, e sa che è più onesto così. Poi vengono le ninnananne per adulti feriti — la fragilità notturna di Celestial Light, il congedo sussurrato di I’ll Miss You — che non sono belle perché malinconiche, ma perché vere, e avvolgono quella verità in un calore che ti fa sentire in compagnia dentro il dolore.
Perché adesso, e perché conta per me
C’è un motivo per cui questo disco, e questa donna, arrivano nel momento giusto. In una lunga intervista Orton ha parlato di artigianato e di sopravvivenza economica con una schiettezza che disarma — la carriera intera passata a chiedersi se non fosse il caso di «trovarsi un lavoro vero», e la risposta trovata ogni volta continuando a scrivere canzoni. Ma soprattutto ha parlato di intelligenza artificiale, e lì si è fatta lapidaria: a suo giudizio l’AI non avrà «alcuna influenza benefica sugli esseri umani». Detta da chiunque, sarebbe una posa. Detta da lei — che ha scoperto di saper cantare nel 1989 trasformando una poesia di Rimbaud in un blues, che a nove anni si svegliò a Norwich col fratello che sparava a tutto volume Oh! You Pretty Things di Bowie e sentì per la prima volta qualcosa che la faceva sentire viva — diventa poetica applicata. La sua scommessa è che il vero resti vero, che solo un essere umano possa mettere in una canzone quel tipo di energia che consola un altro essere umano. The Ground Above è la prova a carico: canzoni che, ha detto, ha dovuto fabbricare lei perché non le trovava da nessuna parte. Le voleva ascoltare. Non esistevano. Le ha fatte.
Un invito, senza istruzioni per l’uso
Non ti dirò di metterti le cuffie e abbassare le luci: lo sai già fare, e comunque questo disco ti troverà da solo il momento e la stanza. Ti dico un’altra cosa. Se Beth Orton non l’hai mai ascoltata, o se l’hai smarrita come l’avevo smarrita io, cominciala da qui, da The Ground Above, dalla donna adulta che non deve più dimostrare nulla. E poi risali la corrente al contrario: Weather Alive, Kidsticks, Sugaring Season, fino a Central Reservation e a quella Stolen Car che dopo trent’anni continua a viaggiare nel buio, fino a Trailer Park dove tutto è cominciato. È un ascolto a ritroso che, contro ogni logica, ti spinge in avanti — perché con certi artisti non si tratta di scoprirli, ma di ritrovarli, e nel ritrovarli si finisce sempre col ritrovare qualcosa di sé.

Il terreno che di solito calpestiamo, questa volta ce lo ritroviamo sopra la testa. E scopriamo, guardandolo da sotto, che non è una lapide: è un campo. Da lì, se alzi lo sguardo, qualcosa sta ancora crescendo.
Per chi e’ in Sardegna volevo segnalarvi che La cantautrice britannica Beth Orton si esibirà a Cagliari venerdì 4 settembre 2026 alle ore 20:00. Il concerto si terrà al Chiostro del Lazzaretto (Lazzaretto di Sant’Elia) nell’ambito della ventesima edizione del festival Karel Music Expo, con una performance in trio insieme a Sam e Arthur Amidon
Altre recensioni sulla musica potete trovarle su Urban Sounds
Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
40 idee per riscattare il tuo sguardo fotografico. Un libro di Massimo Usai per chi vuole guardare il mondo con occhi nuovi.
Acquista su Amazon In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei.Scopri di più da Urban Mood Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
