Ci sono gruppi che appartengono a un preciso periodo della nostra vita e che, quando quel periodo finisce, lentamente smettiamo anche di ascoltare. Poi ce ne sono altri che rimangono. I The Magnetic North, per me, appartengono decisamente alla seconda categoria. Hanno pubblicato appena due album, sono praticamente scomparsi senza mai annunciare davvero la propria fine eppure, a distanza di anni, continuo a tornare volentieri alla loro musica. Forse perché non è mai appartenuta veramente a un’epoca o a una moda. Parlava di luoghi, memoria, appartenenza. E queste sono cose che difficilmente invecchiano.
C’è anche una sera che associo inevitabilmente a loro. Londra, 9 agosto 2016. Per anni l’ho ricordata come “quella volta che vidi i Magnetic North nell’aula magna di una facoltà a Portland Place”. Il ricordo era quasi giusto: Portland Place era quella, l’atmosfera da aula universitaria anche, ma in realtà mi trovavo al RIBA, il Royal Institute of British Architects, nella splendida sede al numero 66.
La serata si chiamava People and Place e non era un concerto nel senso tradizionale del termine. C’erano musica, cinema, letteratura e architettura; The Magnetic North suonavano con una formazione allargata, venne presentato in anteprima un cortometraggio dedicato a Skelmersdale e parteciparono anche gli scrittori Amy Liptrot, Laura Barton e John Grindrod. Tutto ruotava attorno a Prospect of Skelmersdale, il secondo album del gruppo, uscito pochi mesi prima.
Ripensandoci oggi, non avrei potuto vedere i The Magnetic North in un posto migliore.
Ricordo quella strana sensazione di essere seduto quasi in un’aula universitaria invece che davanti al palco di uno dei tanti club londinesi frequentati in quegli anni. Eppure quella musica funzionava perfettamente lì dentro. Non chiedeva di saltare, gridare o partecipare al solito rituale del concerto rock. Chiedeva semplicemente di ascoltare. E soprattutto chiedeva tempo.
I The Magnetic North erano Erland Cooper, Simon Tong e Hannah Peel, tre musicisti provenienti da esperienze molto differenti. Tong aveva alle spalle The Verve e successivamente The Good, the Bad & the Queen; Hannah Peel avrebbe sviluppato una carriera sempre più importante come compositrice e polistrumentista, mentre Cooper avrebbe continuato a esplorare nei suoi lavori solisti quel rapporto quasi ossessivo tra musica, natura e memoria che era già al centro del progetto.
Dalle Orcadi a Skelmersdale
Tutto era cominciato nel 2012 con Orkney: Symphony of the Magnetic North, uno di quei dischi che ancora oggi faccio fatica a considerare semplicemente una raccolta di canzoni. Cooper era cresciuto nelle isole Orcadi e l’idea del progetto arrivò attraverso una storia quasi perfetta per quella musica: raccontò di aver sognato Betty Corrigall, una giovane donna vissuta nell’arcipelago nel XVIII secolo e morta tragicamente.
Da quel sogno nacque un viaggio dentro le Orcadi. Rackwick, Stromness, Warbeth, Bay of Skaill, Hoy: persino i titoli sembravano comporre una carta geografica. Ma non c’era nulla di turistico in quel disco. Le isole diventavano piuttosto il territorio della memoria, dell’infanzia, del vento, del mare e soprattutto di quel legame difficile da spiegare che continuiamo ad avere con i posti nei quali siamo cresciuti.
Quattro anni dopo arrivò Prospect of Skelmersdale e il paesaggio cambiò completamente. Questa volta al centro c’era Skelmersdale, la New Town del Lancashire dove Simon Tong era cresciuto dopo esservisi trasferito con la famiglia negli anni Ottanta. Dalle scogliere delle Orcadi si passava alle case popolari, alle rotonde, al cemento e alle utopie urbanistiche britanniche del dopoguerra. C’era persino la particolare storia della comunità legata alla Meditazione Trascendentale, uno dei motivi che avevano portato la famiglia Tong proprio lì.
Simon inizialmente non era neppure convinto che Skelmersdale fosse materia per un disco. Chi avrebbe voluto ascoltare delle canzoni su una New Town inglese? Hannah Peel lo spinse invece a tornarci, fisicamente e soprattutto mentalmente. Ed è proprio da quella apparente mancanza di fascino che nacque forse la cosa più interessante dei Magnetic North.
Perché i loro dischi, alla fine, non parlavano veramente dei luoghi. Parlavano di quello che i luoghi fanno alle persone.
Ed è qualcosa che comprendo probabilmente ancora meglio oggi rispetto a quando ascoltai quei dischi per la prima volta. Le città nelle quali cresciamo, le periferie, una strada, una casa, una spiaggia, persino un edificio che abbiamo attraversato centinaia di volte senza guardarlo veramente. Da giovani sono spesso posti dai quali vogliamo andare via. Passano venti o trent’anni e scopriamo che sono diventati parte della nostra identità. Qualche volta basta una fotografia, un odore o una canzone per riportarci lì.
Forse è questa la ragione per cui quella sera al RIBA mi è rimasta così impressa. Prospect of Skelmersdale parlava di architettura, memoria, utopia, fallimento e appartenenza e noi stavamo ascoltando quelle canzoni proprio nella sede del Royal Institute of British Architects. Persone e luoghi, appunto. Il titolo della serata diceva praticamente tutto.
E poi, quasi il silenzio
Dopo quel disco sembrava naturale immaginare un terzo capitolo. Orkney aveva raccontato il mondo di Erland Cooper, Skelmersdale quello di Simon Tong. Rimaneva Hannah Peel e il suo rapporto più complesso con il concetto di casa, tra l’Irlanda del Nord e l’Inghilterra.
Il progetto venne effettivamente iniziato, ma poi qualcosa si fermò. Non ci fu una rottura clamorosa, nessun comunicato di scioglimento e nessuna di quelle separazioni che fanno parte della liturgia delle band. Semplicemente le loro vite musicali presero altre direzioni. Peel si dedicò sempre più alla composizione e ai propri lavori, Tong tornò fra le altre cose con The Good, the Bad & the Queen ed Erland Cooper iniziò un magnifico percorso solista che, significativamente, lo avrebbe riportato ancora una volta verso le Orcadi.
Nel 2019 Cooper descrisse The Magnetic North come un progetto sostanzialmente in sospeso. Parlando del possibile terzo album lasciò aperta una porta molto piccola: avrebbe potuto arrivare dieci anni dopo, oppure non arrivare affatto.
E forse va bene persino così.
Sono passati dieci anni da Prospect of Skelmersdale e due album, in fondo, sono pochissimi. Ma quando torno a Bay of Skaill, Rackwick, Betty Corrigall, Sandy Lane, Signs o Little Jerusalem, quella musica continua ad avere qualcosa che molta musica pubblicata nello stesso periodo ha perso da tempo.

E inevitabilmente torno anche a Portland Place, Londra, 9 agosto 2016.
La cosa curiosa è che per anni ho ricordato male il luogo: ero convinto fosse l’aula magna di un’università. Ho dovuto affidarmi a Google per mettere i ricordi in ordine. Ma ho ricordato perfettamente l’atmosfera, la sala, il silenzio e soprattutto quella sensazione particolare prodotta dalla musica.
(alla fine di questo video, nella parte finale, ci sono alcune immagini di quel concerto)
Forse, pensando ai The Magnetic North, è quasi appropriato.
Perché la memoria non conserva i luoghi come una cartina geografica. Li modifica, cancella alcuni particolari, ne ingrandisce altri e alla fine li trasforma in qualcosa che appartiene soltanto a noi.
Era esattamente quello che facevano anche loro.
Non so se ascolteremo mai quel terzo disco. Dopo tutti questi anni probabilmente sarebbe inutile persino aspettarlo. Ma mi piace pensare che da qualche parte esista ancora una storia incompleta tra Erland Cooper, Simon Tong e Hannah Peel.
E che forse un giorno, senza reunion celebrative e senza troppo rumore, The Magnetic North troveranno un altro luogo da raccontare e, attraverso quello, ritroveranno ancora una volta la strada di casa.
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