Rosalía – LUX: un’opera totale che sfida i confini tra sacro, pop e avanguardia

Quando Rosalía ha pubblicato su Instagram un semplice selfie al Metropolitan Museum di New York, pochi hanno colto il messaggio nascosto. Alle sue spalle c’era Saint Rosalie Interceding for the Plague-Stricken of Palermo di Anthony van Dyck, un quadro nato in un’epoca di pestilenza, morte e miracolo. Non un dettaglio casuale: quell’immagine – la santa che intercede, la città ferita, la vita che ritorna – anticipava già l’universo simbolico di LUX, il suo nuovo album monumentale.

Con questo lavoro, Rosalía non si limita a pubblicare un disco: costruisce un rito. Un’opera in quattro movimenti, cantata in tredici lingue, accompagnata dalla London Symphony Orchestra, da cantanti fada e da un immaginario che fonde spiritualità, femminile, desiderio, violenza e redenzione. È pop, certamente. È classica, sicuramente. È elettronica, sì. Ma soprattutto è Rosalía: un territorio dove i confini non esistono più.


Un album che parla il linguaggio del sacro e quello del corpo

LUX è ossessionato dalla simbologia della santità e del corpo, della caduta e della resurrezione, dell’eredità delle donne che hanno sfidato la storia e la morale. Rosalía cita esplicitamente il “misticismo femminile”: sante che rinunciano ai beni materiali, donne che scelgono la solitudine per difendere la propria libertà, figure che osano una spiritualità carnale, inquieta, sensuale.

In “Focu ’Ranni” la voce si tinge di Sicilia mentre canta: “Mi ni vaiu a lu focu / prima di dari la libertà mia”. È un atto di emancipazione antica e modernissima, mentre in “Sauvignon Blanc” promette di sacrificare persino gli oggetti del proprio successo – le scarpe firmate – per salvare l’amore.

È un album che vive nell’intersezione tra sacro e profano, proprio come l’immagine della santa di Van Dyck che ha ispirato la cantante: la divinità che si sporca di umanità, la donna che diventa icona senza smettere di soffrire.


Tra fuochi barocchi e club elettronici: un’opera che abbraccia tutto

Come Motomami, anche LUX è un caleidoscopio di generi. Ma qui la posta in gioco è più alta: Rosalía tenta l’impossibile, unendo flamenco, fado, barocco, romanticismo ottocentesco, opera, noise, glitch ed elettronica da club europeo.

I puristi del classico hanno reagito con sufficienza. Qualcuno ha parlato di “kitsch orchestrale”, altri di “gesti pre-digeriti”. Ma Rosalía stessa ha risposto, a modo suo:

“La musica è Cage come è Bach. È il canto degli uccelli in Nuova Guinea come il reggaeton. Tutto è musica.”

Difficile contraddirla dopo aver ascoltato “Porcelana”, dove gli archi drammatici precipitano in un abisso di elettronica, o “Mio Cristo”, un brano quasi liturgico in cui la sua voce vibra come una preghiera – rotta, umana, meravigliosamente imperfetta.

C’è anche ironia. Dopo un acuto impossibile in “Mio Cristo”, Rosalía sussurra: “That’s gonna be the energy…” – e l’orchestra esplode, come un cielo che si apre.


Trasformazione, mutazione, rinascita

Il tema della metamorfosi era già centrale in Motomami (“I’m very much me, I transform”), ma in LUX diventa rituale.
Nel video di “Berghain” si trasforma in una colomba, e l’immagine ricorda ancora: sacrificio, purezza, liberazione.

Ogni movimento dell’album sembra una tappa di un viaggio spirituale:

  • dalla carne al simbolo,
  • dal caos alla luce,
  • dall’umano al divino (o viceversa).

La sua voce è lo strumento narrativo principale. Puoi non capire una parola di ciò che canta, ma capisci tutto da come respira, trema, si spezza, sale.


Una produzione immensa che non chiede permesso

La produzione è colossale. Non “lussureggiante”, ma muscolare:

  • archi che si gonfiano come tempeste;
  • ottoni che entrano come lampi;
  • cori celestiali che si scontrano con beat industriali;
  • bassi che tremano come pietra che si frantuma.

È un disco che non vuole essere messo in sottofondo. Ti trascina dentro.
A tratti stanca, a tratti ammalia, a tratti travolge.
È il prezzo dell’ambizione: chi cerca la perfezione levigata troverà spigoli; chi ama l’arte troverà vita vera.


Rosalía oggi: un’artista che pensa in secoli

In un mondo musicale ossessionato dall’omogeneità – tutto suona già sentito, tutto è riciclato – Rosalía fa l’unica cosa che fa davvero paura: rischia.
E ci riesce bene.

Non chiede il permesso ai puristi, né cerca di compiacere il pop.
Lavora come una scultrice del suono, come se ogni album fosse un’opera che deve parlare al presente, ma anche al futuro.

LUX è il suo progetto più ambizioso. È imperfetto, sì. Ma è vivo, pieno di anima, di idee, di coraggio.
È un disco che vuole durare, e probabilmente durerà.


Quindi? provo a consigliarvelo?

Prima di tutto LUX non è solo un album.
È un atto di fede nella musica come arte totale.
È un testamento di ciò che il pop può ancora essere quando smette di inseguire la perfezione e torna a cercare l’estasi.

Che i puristi discutano pure di “cosa è classico” o “cosa è pop”. Se e’ “innovativo”, il “disco dell’anno”, oppure no.
A me rimane un bel disco, che e’ senza dubbio uno dei dischi più radicali, emozionanti e necessari dell’anno.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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