C’è una frase sul nazionalismo che circola da anni e che ha la brutalità delle frasi riuscite:
«Il nazionalismo ti insegna a essere orgoglioso di cose che non hai fatto e a odiare persone che non hai mai incontrato.»
È volgare nella sua versione originale, volutamente provocatoria. Ma soprattutto mette il dito dentro una delle grandi contraddizioni della nostra epoca: quanto del nostro orgoglio nazionale appartiene davvero a noi?
Noi italiani, da questo punto di vista, siamo un caso particolarmente interessante.
Siamo orgogliosi di Dante, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Galileo, Verdi, Fellini. Del Rinascimento. Dell’arte. Della cucina. Delle città che mezzo mondo viene a visitare. Della Ferrari. Del design. Della moda. Della Nazionale (di calcio…) quando vince e, improvvisamente, ci ricordiamo tutti di essere italiani.
Diciamo: noi abbiamo inventato.
Noi abbiamo costruito.
Noi abbiamo dato al mondo.
Ma chi è esattamente questo noi?
Non abbiamo dipinto la Cappella Sistina. Non abbiamo scritto la Divina Commedia. Non abbiamo progettato la cupola di Santa Maria del Fiore. Non abbiamo composto il Nabucco.
Eppure ci appropriamo naturalmente di quelle grandezze. Poi, curiosamente, quando la storia diventa meno gloriosa, quel “noi” tende a scomparire.
Il fascismo?
Erano altri tempi.
Le leggi razziali?
Non tutti erano fascisti.
Il colonialismo italiano?
In fondo noi italiani eravamo brava gente.
Le stragi, la corruzione, la mafia, gli errori politici?
Improvvisamente la responsabilità diventa individuale.
È un meccanismo interessante: collettivizziamo la gloria e privatizziamo la vergogna.
Essere italiani non è un merito
Nessuno di noi ha scelto dove nascere. Non abbiamo compilato un modulo prima di venire al mondo indicando Italia alla voce “nazionalità desiderata”. Essere nati a Roma, Milano, Cagliari, Napoli o Palermo è una circostanza. Un caso.
Eppure da quella casualità costruiamo una parte enorme della nostra identità.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato.
La lingua che parliamo, i piatti che cucinavano i nostri nonni, le canzoni ascoltate da bambini, il quartiere, il paese, il mare, le montagne, persino gli odori dell’infanzia: tutto questo costruisce appartenenza.
Ed è importante, sia chiaro.
Ma appartenenza e nazionalismo non sono la stessa cosa.
Si può amare profondamente la Sardegna senza pensare che un sardo valga più di un senegalese. Si può amare Napoli senza odiare Milano. Si può essere orgogliosi della cultura italiana senza pensare che quella francese, araba, africana o cinese sia inferiore.
Si può amare casa propria senza avere bisogno di disprezzare quella del vicino. Anzi, probabilmente quello è il confine più importante.

Noi italiani siamo sempre stati anche “gli altri”
C’è poi un particolare che rende il nazionalismo italiano ancora più paradossale. Siamo stati per oltre un secolo un popolo di emigranti. Milioni di italiani sono partiti verso Stati Uniti, Argentina, Brasile, Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Australia. Partivano dal Veneto, dalla Sicilia, dalla Calabria, dalla Campania, dalla Sardegna.
Con una valigia. Spesso senza conoscere la lingua. Spesso poverissimi. Spesso disposti ad accettare lavori che gli abitanti del posto non volevano più fare.
Vi ricorda qualcosa?
Anche loro venivano accusati di portare criminalità. Di non integrarsi. Di vivere tra loro. Di avere troppi figli. Di abbassare i salari. Di essere sporchi. Di avere abitudini incomprensibili.
In certi locali americani comparvero persino cartelli che oggi preferiamo dimenticare: “No Italians”.
In Svizzera gli italiani erano spesso guardati con sospetto. In Belgio lavoravano nelle miniere. In Germania erano Gastarbeiter, lavoratori ospiti.
Non erano necessariamente benvenuti. Erano migranti economici. Eravamo noi.
Questa memoria dovrebbe renderci particolarmente capaci di capire chi arriva oggi. E invece sembra essere diventata cortissima.
Per costruire un “noi” serve quasi sempre un “loro”
Il nazionalismo possiede una straordinaria capacità di semplificare il mondo. Da una parte ci siamo noi. Dall’altra ci sono loro.
Noi lavoriamo. Loro vengono a prendere.
Noi abbiamo una cultura. Loro la minacciano.
Noi rispettiamo le regole. Loro delinquono.
Noi apparteniamo a questa terra. Loro no.
A quel punto l’individuo scompare. Non incontriamo più una persona. Incontriamo un immigrato.
Un africano.
Un musulmano.
Un clandestino.
Uno straniero.
Le parole diventano categorie e le categorie diventano scorciatoie mentali. È molto più facile avere paura di una categoria che di una persona. Perché la realtà ha un terribile difetto: complica le nostre convinzioni.
L’immigrato diventa Mamadou che lavora nel bar sotto casa.
La straniera diventa la badante romena che accompagna nostra madre dal medico.
Il musulmano diventa il padre del compagno di scuola di nostro figlio.
L’ucraina diventa la collega con cui prendiamo il caffè.
L’albanese diventa il muratore che ci ha sistemato casa.
A quel punto odiare diventa più difficile. Perché è più facile odiare qualcuno che non abbiamo mai incontrato. Ed è precisamente questo il punto.
Prima terroni, poi extracomunitari
L’Italia dovrebbe conoscere benissimo questo meccanismo perché lo abbiamo applicato persino tra italiani.
Prima ancora di trasformare lo straniero nel “diverso”, abbiamo trascorso decenni a farlo tra di noi.
Terroni. Polentoni.
Meridionali descritti come pigri, arretrati, criminali. Settentrionali descritti come freddi, arroganti, egoisti.
Sardi considerati primitivi. Siciliani automaticamente associati alla mafia.
Napoli ridotta a caricatura.
Per molti anni, in alcune città del Nord, affittare una casa con un cognome meridionale poteva diventare complicato. Erano italiani. Ma non abbastanza.
Questo dovrebbe insegnarci qualcosa: il confine tra “noi” e “loro” può essere spostato continuamente.
Oggi passa dal Mediterraneo. Ieri passava lungo l’Appennino. Domani potrebbe passare da qualche altra parte.
I social hanno trasformato il tribalismo in un’industria
Qui entra in scena il nostro presente connesso con la modernita’ di Internet. Facebook, X, TikTok, Instagram e le piattaforme digitali non hanno inventato il nazionalismo.
Hanno però costruito un ambiente perfetto per amplificarlo. Perché la rabbia funziona. La paura funziona. L’indignazione funziona. E soprattutto funziona l’identità spesso anonima..
Un algoritmo non ha bisogno di sapere se qualcosa è vero nel senso tradizionale del termine.
Ha bisogno che ci fermiamo. Che clicchiamo. Che commentiamo. Che condividiamo.
E poche cose funzionano meglio della sensazione che qualcuno stia minacciando qualcosa che consideriamo nostro.
La nostra sicurezza. La nostra cultura. Le nostre tradizioni.
Il nostro quartiere. I nostri figli. La nostra nazione.
Così problemi enormemente complessi ricevono improvvisamente risposte semplicissime.
Mancano le case?
Gli immigrati.
Gli stipendi sono bassi?
Gli stranieri.
Gli ospedali non funzionano?
Gli immigrati.
C’è criminalità?
Gli immigrati.
Le periferie sono degradate?
Gli immigrati.
Naturalmente immigrazione, integrazione e sicurezza pongono problemi reali e negarli sarebbe altrettanto ideologico. Uno Stato ha il diritto e il dovere di controllare i propri confini, stabilire regole, pretendere il rispetto della legge e organizzare flussi migratori sostenibili.
Ma una cosa è discutere seriamente di politiche migratorie. Un’altra è utilizzare milioni di esseri umani come spiegazione universale per problemi che spesso hanno origini economiche, demografiche e politiche molto più profonde. E poi, diciamolo onestamente, il problema vero e’ che spesso sono quelli che hanno la pelle scura ad aggirarci maggiormente.
Il nazionalismo offre una merce politicamente irresistibile: un colpevole semplice per problemi complicati.
Patriotismo e nazionalismo non sono sinonimi
Qui bisogna evitare un altro errore che spesso si fa. Spesso per ignoranza.
Amare il proprio Paese non significa essere nazionalisti.
Si può emozionarsi ascoltando l’inno durante una partita della Nazionale. Si può amare la bandiera.
Si può difendere la lingua italiana. Si possono proteggere le tradizioni locali.
Si può essere profondamente legati alla propria città, alla propria regione, al proprio paese.
Non c’è nulla di sbagliato.
Il patriottismo può dire:
amo il posto da cui vengo.
Il nazionalismo rischia di aggiungere:
il posto da cui vengo è migliore del tuo.
E poi: siccome noi siamo migliori, abbiamo più diritti di te. È lì che qualcosa cambia.
Il problema non è amare casa propria. Il problema nasce quando abbiamo bisogno di qualcuno da odiare per dimostrare quanto la amiamo.
Forse dovremmo cambiare ciò di cui siamo orgogliosi
C’è un’altra possibilità. Potremmo smettere di misurare l’orgoglio nazionale soltanto attraverso ciò che hanno fatto persone morte secoli fa. Potremmo essere orgogliosi dell’Italia quando una scuola pubblica funziona bene.
Quando un ospedale cura una persona indipendentemente dal suo conto corrente. Quando un ricercatore italiano non è costretto ad andare all’estero per costruirsi una carriera.
Quando un anziano non viene lasciato solo. Quando una persona disabile può attraversare una città senza incontrare barriere ovunque.
Quando una donna può tornare a casa senza paura. Quando un ragazzo nato in una famiglia povera ha davvero la possibilità di studiare.
Quando chi arriva da un altro Paese, rispetta le leggi, lavora, paga le tasse e cresce qui i propri figli può diventare parte della comunità.
Quando proteggiamo il nostro patrimonio artistico invece di limitarci a dire che possediamo il patrimonio artistisco più bello del mondo. Quello sarebbe un orgoglio interessante.
Perché richiederebbe qualcosa da parte nostra. Non basterebbe essere nati dentro dei confini..
La lotteria del passaporto
Facciamo allora un esperimento mentale. Immaginiamo di dover nascere nuovamente domani.
Ma senza sapere dove. Potremmo nascere a Milano. A Londra. A Copenhagen.
Oppure in una zona devastata dalla guerra, in un villaggio colpito dalla siccità, in una famiglia che vive con pochi euro al giorno.
Non sappiamo quale sarà la nostra religione. Non sappiamo quale sarà il colore della nostra pelle.
Non sappiamo se avremo un passaporto che ci permetterà di attraversare mezzo mondo senza quasi accorgerci delle frontiere oppure uno che trasformerà ogni confine in un muro.
Come costruiremmo il mondo se non sapessimo da quale parte del confine nasceremo?
Probabilmente in modo diverso. Ed è forse questo che dovremmo ricordare più spesso.
Le nazioni esistono. I confini esistono. Le culture esistono. Le identità esistono.
E hanno valore. Ma prima delle nazioni esistevano gli esseri umani.
L’orgoglio più facile del mondo
Essere orgogliosi del passato è facilissimo. Non costa niente. Non dobbiamo dipingere come Michelangelo. Non dobbiamo pensare come Galileo. Non dobbiamo scrivere come Dante.
Non dobbiamo avere il coraggio di chi combatté contro il fascismo. Non dobbiamo neppure essere particolarmente bravi cittadini. Basta nascere qui.
Ed ecco improvvisamente disponibili duemila anni di gloria da mettere sul nostro conto personale.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui il nazionalismo continua a essere così potente. Offre appartenenza a chi si sente solo. Offre identità a chi non sa più bene chi è. Offre certezze in un mondo diventato terribilmente complicato.
E soprattutto può offrire una sensazione di superiorità senza richiedere alcun risultato personale. Per questo liquidarlo semplicemente come stupidità sarebbe un errore. Bisogna comprenderne la forza emotiva.
Le persone hanno bisogno di appartenere a qualcosa. La vera questione politica e culturale è a quale tipo di comunità vogliamo appartenere. Una comunità costruita sulla responsabilità condivisa?
Oppure una comunità costruita contro qualcuno?
Io posso amare il luogo in cui sono nato. Posso difenderne la cultura, la lingua, le tradizioni e la memoria.
Posso sentirmi profondamente italiano, sardo, europeo. Ma l’orgoglio dovrebbe forse cominciare da qualcosa di più impegnativo del luogo indicato sul nostro certificato di nascita.
Da qualcosa che abbiamo costruito. Da qualcosa che abbiamo difeso.
Da qualcosa che abbiamo migliorato. Da qualcosa che abbiamo realmente fatto.
Quanto all’odio, dovrebbe richiedere prove infinitamente più solide di uno slogan, un post su Facebook o il discorso di un politico.
Soprattutto quando riguarda persone che non abbiamo mai nemmeno incontrato.
Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
40 idee per riscattare il tuo sguardo fotografico. Un libro di Massimo Usai per chi vuole guardare il mondo con occhi nuovi.
Acquista su Amazon In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei.Scopri di più da Urban Mood Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.