Il Racconto del fine settimana: “Il modo in cui teneva le arance”

Di Massimo Usai

La prima cosa che Marta notò del vecchio fu il modo in cui teneva le arance. Non il modo in cui le comprava. Il modo in cui le teneva. Con cura. Come se dentro ogni arancia ci fosse qualcosa di fragile oltre alla polpa e al succo. Stava sempre vicino al banco della frutta, ogni giovedì mattina, nel mercato dietro la stazione Termini. Lo stesso cappotto scuro, lo stesso gesto lento nel controllare la buccia controluce prima di riporle in una borsa di tela che probabilmente aveva attraversato più paesi di molti passaporti.

Il mercato era pieno di persone che nessuno guardava davvero. Corrieri. Donne che portavano insieme bambini e stanchezza accumulata da notti insonni. Uomini che fumavano da soli accanto a cassette di pomodori. Turisti che attraversavano la povertà come fosse semplicemente cattivo tempo e scattavano foto convinti d’essere dei veri fotoreporters.

Marta lavorava poco distante, in una libreria dell’usato. Alcune mattine, prima di aprire, osservava il mercato prendere vita. Col tempo aveva sviluppato un’abitudine: inventare storie sugli sconosciuti. Le scarabocchiava su un Block-notes comprato in Irlanda due anni prima, poi la sera alcune storie finivano sul suo blog.

Il vecchio era diventato una di quelle storie. Lo immaginava come un ex professore. O forse un sarto, aveva pensato per un attimo. Uno che un tempo viveva vicino al mare. Uno che aveva perso la moglie molti anni prima e che ormai sopravviveva grazie alla routine.

Ma una mattina di pioggia fu lui a parlarle per primo. “Tu guardi troppo le persone,” disse in un italiano lento e preciso. Marta rise. “È pericoloso?” “A volte.”

Indicò una giovane donna che aiutava un anziano ambulante a scaricare delle cassette da un furgone. Aveva jeans macchiati di vernice e parlava in bengalese al telefono mentre sollevava tre scatole insieme. “La vedi?” chiese. “Certo.” “No. Tu vedi solo oggi.”

La donna si voltò un istante, sorridendo a qualcosa sentito al telefono. Per un secondo sembrò incredibilmente giovane.

Il vecchio continuò sottovoce. “Quando guardi davvero qualcuno, vedi molte età insieme. Il bambino che è stato. La persona stanca che è diventata. Il volto anziano che un giorno arriverà.”

Marta rimase in silenzio. Aggrottando la fronte.

“È arrivata qui sei anni fa,” disse lui. “Dal Bangladesh.” “La conosce?” “Abita nella stanza sopra la mia.”

Prese un’arancia dalla borsa. “Quando arrivò non guardava mai nessuno negli occhi. Ora litiga con i politici davanti alla televisione ogni sera.”

Marta sorrise. “Dice che l’Italia le ha insegnato una cosa importante,” aggiunse. “Cosa?” “Che una donna può parlare ad alta voce e meritare comunque di essere ascoltata.”

La pioggia batteva sui tetti di metallo del mercato. La donna del Bangladesh finì di scaricare il furgone e si avvicinò con del pane ancora caldo. “Buongiorno Farida,” disse il vecchio. Farida sorrise. “Stai facendo filosofia anche oggi?” “No. Solo osservazione.”

Lei alzò gli occhi al cielo con affetto e gli porse un pezzo di pane. “Sa,” disse rivolgendosi a Marta, “quando sono arrivata qui tutti mi dicevano che questa vita mi avrebbe distrutta.” “E invece?” Farida ci pensò un attimo. “No. Mi ha solo costretta a diventare visibile.”

Quella frase rimase con Marta per tutto il giorno.

La sera la città sembrava più fredda del solito. Vicino alla stazione le sirene della polizia attraversavano le strade bagnate. Due ragazzi dormivano sotto cartoni davanti a una farmacia. Qualcuno gridava in arabo. Qualcun altro rispondeva in dialetto romano. Il solito teatro della sopravvivenza.

Mentre tornava a casa, Marta passò davanti a un muro coperto di graffiti sbiaditi. La maggior parte erano sciocchezze. Slogan calcistici. Cuori spezzati. Insulti politici. Ma una frase era rimasta intatta sotto strati di vernice: NESSUNO È ILLEGALE.

Si fermò. Pensò a Farida che rideva sotto la pioggia con tre scatole in braccio e il telefono tra spalla e orecchio. A Jamal che controllava la buccia di un’arancia controluce come se stesse leggendo qualcosa di scritto lì dentro. Al corriere stanco che ogni venerdì comprava dei fiori — sempre gli stessi, gialli — per qualcuno che lo aspettava a casa. Erano tutti lì da anni. Costruivano. Sparecchiavano. Sollevavano. Consegnavano. Eppure il linguaggio con cui venivano descritti era sempre quello delle emergenze: ondate, flussi, pressioni. Come se una persona potesse essere un fenomeno atmosferico.

La settimana seguente Marta trovò finalmente il coraggio di chiedere al vecchio il suo nome. “Jamal,” rispose. “E dov’è casa?”

Lui sorrise senza amarezza. “È quarant’anni che provo a rispondere.”

Poi guardò verso il mercato, dove Farida stava discutendo animatamente con un cliente sul prezzo dei limoni. “Ma forse,” disse piano, “casa è semplicemente il primo posto dove ti viene permesso di diventare davvero te stesso.”



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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