Chilometri e Chilometri (Racconto Breve)

Il vento correva lungo la strada come un nastro che svolazza al contrario. C’ero già stato, lì — stessi alberi in fila, stesso vecchio motel con l’insegna che lampeggiava come un battito sballato — eppure tutto sembrava diverso. O forse ero io ad essere cambiato. Posso sentire le cose in un altro modo? mi chiesi. Ho davvero ancora il diritto di lamentarmi, ritornando qui, dove tutto è iniziato?

La verità è che ci avevo provato. Avevo provato a essere qualcun altro, da qualche altra parte — a volere meno, cercare di più. O forse il contrario. Ma c’era sempre un ritmo che mi riportava indietro. Non il ritmo del viaggio, ma qualcosa di più profondo — un battito sotto l’asfalto, una verità che si ripeteva nelle bobine della mia memoria.

Puoi rivederlo. Se vuoi. È stato tutto salvato in un vecchio taccuino ingiallito.

C’è qualcosa di rassicurante nella ripetizione delle cose. Lo stesso caffè, nello stesso tavolo impolverato. La stessa stazione di servizio con la radio che suona sempre la solita canzone di Springsteen, ormai sbiadita dal tempo. Ma questa volta non ero solo di passaggio. Questa volta stavo reclamando qualcosa. Forse me stesso.

“Tirati su,” sussurrai a me stesso, come un mantra per zittire il rumore, “e cammina via da questa trappola.”


Ho avuto una sola casa, davvero. Non un luogo, ma una sensazione. Un momento sospeso tra la certezza e il caos. E forse — solo forse — era arrivato il momento di lasciar andare anche quella. Cosi ho fatto.

C’era in me una spinta verso qualcosa di più caldo. Verso spiagge dorate e mattine lente. Verso una terra senza il gelo sulle dita o il fiato che si appanna sullo specchio. Poter lasciarmi alle spalle la neve e la nebbia. Il cielo grigio e la pioggia. Potrei seguire le palme, lasciare che il sole sbiadisca la tristezza che mi attanaglia.

Ma.

Ma ci sono ancora chilometri da percorrere. E questa strada l’ho già fatta. I chilometri non mentono, e nemmeno le cicatrici che lasciano. Ma lo so — lo sento — che c’è un’altra possibilità. Un altro modo di presentarmi al mondo. Senza vantarmi. Senza dimostrare nulla. Solo esserci.

Essere.

“Day rider,” mi aveva detto una voce in sogno, “stai leggero.”
“Day fighter,” aggiunse, “stai attento. E bada a te stesso.”

All’epoca non capivo. Ora sì.


Grecia.

Era in Grecia che tutto si piegava alla luce e si spezzava nell’ombra tagliente. Ti ho visto lì — libera, luminosa, che ridevi nella nebbia dorata di un pomeriggio tardi. È passato un mese, forse più. Eri sempre un po’ oltre la mia portata, come l’ultimo raggio di sole prima del tramonto. Ero venuto non solo per vederti, ma per rivedermi. Non sapevo, finché non sono stato lì davanti a te, che stavo chiedendo perdono — non a te, ma a tutte le versioni di me che erano rimaste in silenzio troppo a lungo.

E ora, eccoci di nuovo. Ti sei allontanata, e forse è giusto così. Forse hai bisogno di spazio. Questa volta non ti inseguo, né te, ne nessun altro. Questa volta mi fermo. Rimango. Tengo in mano la vanga, pronto a smuovere anche la terra se me lo chiedi. Per piantare qualcosa, non per seppellire.

Perché sì, sei davvero una meraviglia — in tutti i sensi: radiosa, complessa, tenera, forte. Mi hai trattato bene, a modo tuo. E quello è stato abbastanza. Più che abbastanza. E in tutto questo, ho imparato a lasciar andare la vergogna che portavo addosso come una seconda pelle.

Ora, le cose — in qualche modo — sono sistemate.

Photo by @massimousai

Non so esattamente dove nuovamente sto andando. Ma so come camminerò questa volta. Leggero. Senza aggrapparmi a nulla. Senza trascinarmi dietro i vecchi errori come catene arrugginite. Terrò il ritmo. Sentirò il battito che mi dice che va bene andare avanti e ricordare solo quello che serve.

C’è un ritmo, c’è un ritmo attorno a me —
Non sempre forte. A volte è solo il battito regolare di un cuore che ha imparato a guarire.

La strada non promette risposte, ma offre qualcosa di meglio: il movimento. Un altro mattino. Un’altra occasione per viaggiare senza rabbia, per combattere senza bruciare, per amare senza pretendere nulla in cambio.

E forse, questo è davvero il punto.
Viaggiare. Restare leggeri.
Immaginare — e sapere che è già reale.

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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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