Contro la guerra? Dipende dal gas, dai gamberoni e da chi bombarda

La pace secondo il telecomando: ipocrisie da salotto e dignità svenduta

Mi ritrovo spesso – troppo spesso – in discussioni infinite, sui social o con amici coetanei, a parlare di guerra e pace.
No, non del libro di Tolstoj. No, non quello.
Parlo di discussioni vere, con persone come me, viziate dal privilegio di aver vissuto (finora) in un Paese dove la guerra è sempre rimasta roba da telegiornale. In salotto, o davanti al computer, siamo tutti strateghi eccezionali.

E sì, nella nostra vita, fuori dai confini, di guerre ne abbiamo viste a palate.
Ma noi? Ce n’è mai fregato davvero qualcosa?
Dico sul serio. A volte ci siamo appassionati, certo… ma vuoi mettere con una discussione sul fuorigioco durante la cena?

Perché non ce la diciamo, la verità?
Spesso ci sembrano questioni troppo grandi, che ci passano sopra la testa come i droni in Ucraina.
E anche chi mi sta attorno, a parte qualche post indignato e una bandierina sul profilo, non è che abbia mai perso il sonno.
O messo in pausa la strategia per arrivare prima alla pensione – possibilmente davanti al collega.

Io, invece, ho avuto i miei momenti di lotta.
Non solo bandierine digitali.
Infatti, in pensione non ci sono ancora, né so lontanamente quando (e se) ci andrò.
Sarà che ho marciato contro l’apartheid, sventolato con orgoglio una kefiah palestinese (che, ai tempi, era pure di moda), manifestato a Milano contro il terrorismo e a Trafalgar Square per mille cause giuste.
Mi sono commosso alla caduta del Muro di Berlino, ho pianto di gioia per il crollo dell’URSS, ho gridato “NO WAR” con milioni di persone a Londra – prima che ci ignorassero del tutto e bombardassero l’Iraq lo stesso.
E sì, ero tra quelli che cercavano di fermare la Brexit, sperando che il Regno Unito non diventasse un’isola deserta abitata da unicorni e nostalgia imperiale.

Ed è anche per questo che non so nulla di pensioni.
Quando quelli della mia età ci sono andati da un pezzo.

Insomma, non vengo certo oggi sul social a improvvisarmi pacifista dell’ultima ora. Anche se forse potrei permettermelo. Ma ora, anzi ora piu’ di prima, anche ora che ho 60 anni suonati, un dittatore fascista lo riconosco da lontano.
E no, non lo difenderò. Mai.
Neanche oggi, che sono andato a una manifestazione pro-Europa dove ho passato più tempo a cercare una panchina per le chiappe che una buona visuale sul palco.

E no, non mi metto nemmeno a fare paragoni scemi tipo “eh ma anche gli americani… eh ma Israele… eh ma la NATO… e i palestinesi?”.
Perché non c’è peggior difesa di chi, per giustificare un macellaio fascista di merda, tira fuori tutto il campionario del benaltrismo all’italiana – disciplina olimpica nella quale, da sempre, siamo campioni del mondo.

Forse perché, a dirla tutta, di italiano ho solo il passaporto? Ed anche se ho i lineamenti, anche se sembrano piu’ libanesi che italiani, certa mentalita’ tipica di questo Paese, sento di non averla.
Il resto della mia vita l’ho vissuto altrove, ed ho visitato tanti posti anche fuori continente, in posti dove i giornali arrivano comunque, ma senza l’alibi del “non fatemi perdere tempo, devo comprare i gamberoni e vedermi il film rubato online risparmiando tre euro, sul nuovo TV da 50 pollici”.

Mi sono abituato a leggere opinioni che non puzzano di rancore e disinformazione.
E anche da lontano ho visto come in Italia si sia sempre speso un sacco in armamenti – pure con gli attuali “pacifisti”, quelli del governo Lega-M5S.
Oggi si atteggiano a discepoli di Gandhi, ma ieri erano in prima fila a firmare contratti per missili.

Oggi, quegli stessi mi danno del guerrafondaio. Rimango basito.

Sì, è la solita farsa: quando sei all’opposizione prometti soldi per la scuola, per gli ospedali, per i sogni.
Poi vai al governo e scopri che la realtà costa. E pure parecchio. Torni all’opposizione e ti fai due calcoli elettorali e diventi nuovamente pacifista ad oltranza, perche’ quello che conta e’ il tuo consenso, i likes che raccogli sui social, non la gente se muore o perde la liberta’ o un pezzo della sua terra.

Quindi no, non riesco a capire la logica di chi si dichiara pacifista ma pretende che la pace arrivi con la resa incondizionata dell’Ucraina.
Che tradotto significa: “Fate entrare Putin, offritegli un tè, e magari pure vostra figlia in sposa, purché non ci faccia salire il prezzo del gas. E la pasta per i gamberoni da 35 euro al chilo”.

Ecco, questo è ciò che chiamo “pacifismo alla rovescia”: stai dalla parte del più forte, così eviti rogne.
Una dottrina semplice, lineare.
Se un tizio con i carri armati ti bussa alla porta, lo fai entrare, gli indichi la cassaforte, e tua moglie gli prepara un caffè.
Tu, nel frattempo, speri che si limiti a prendere il sole nel tuo giardino.

Così eviti la guerra. E anche la dignità – ma vuoi mettere quanto risparmi sulla bolletta?

E allora viva il pacifismo – quello vero: a senso unico, comodo, tiepido.
Abbasso i guerrafondai. Ma solo quelli che ci stanno antipatici.
Gli altri, con passaporto russo, sono “portatori sani di ragioni geopolitiche complesse”.

Dimentichiamo sempre che politica ed economia vanno a braccetto come due amanti clandestini.
Che sia tutta una questione economica è ovvio. Ma non solo dalla parte di chi resiste.
Anche tra i “pacifisti” c’è chi ci guadagna. E parecchio.
Travaglio, Orsini, Conte, Salvini – non sembrano esattamente spiriti liberi.
Sembrano più gente con l’auricolare sintonizzato su Mosca FM.

Perché alla fine, quelli che vogliono che la guerra finisca subito – ma proprio subito – lo fanno per due motivi: il gas costa troppo. E la pasta pure.
E si sa, gli ucraini sono davvero dei maleducati a resistere per “un pezzo di terra”.
Come se la libertà fosse una cosa seria. Per cui valga ancora la pena combattere. Anche con la vita.



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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