Lasciate in pace Henry Nowak

Editoriale – Massimo Usai

Suo padre ha chiesto al mondo di non trasformare la morte del figlio Henry Nowak in una battaglia politica che lui non approva. Gli uomini più rumorosi, spregiudicati e ricchi del pianeta l’hanno afferrata lo stesso — e hanno portato l’ipocrisia in piazza.


C’è una frase “sepolta” in tutta questa vicenda che nessuno, tra chi marciava a Southampton, tra chi aggiornava i retweet alle tre di notte, tra chi redigeva un post vice presidenziale sulla morte della civiltà, sembra aver avuto voglia di non leggere. L’ha pronunciata Mark Nowak, il padre di un diciottenne ucciso sei mesi fa. Ha detto che non voleva che l’uccisione di suo figlio venisse usata per creare “ulteriore divisione, odio o tensione”. Ha detto che voleva strade più sicure. Ha detto, con semplicità, che non si trattava ne’ di razza né di religione.

È il desiderio dell’unico uomo sulla terra che avrebbe il diritto morale più assoluto a essere arrabbiato. Ed è stato scavalcato nel giro di poche ore — non dai suoi vicini, non da Southampton, ma da uomini su tre continenti diversi, che Henry non l’hanno mai conosciuto, che non ne avevano mai pronunciato il nome finché non è diventato utile per il loro vili propositi, e che l’avranno dimenticato in pochi giorni, non prima che si renda disponibile il prossimo cadavere per la loro incivile azione politica.

Mettiamo in chiaro cosa è realmente accaduto, perché i fatti sono già abbastanza orribili senza ricami. Henry Nowak — polacco-britannico, matricola di ragioneria, il tipo di compagno di squadra che il suo capitano ha descritto come uno di “quelli con cui volevi sempre stare” — è stato accoltellato cinque volte una notte di dicembre mentre tornava a casa. Il suo assassino, Vickrum Digwa, ha poi raccontato la storia al contrario, sostenendo di essere lui la vittima di un’aggressione razzista. La polizia ha creduto all’uomo che impugnava il coltello. Hanno ammanettato il ragazzo che si dissanguava a terra. Le immagini della bodycam mostrano Henry che dice di essere stato accoltellato, che dice di non riuscire a respirare, e a cui vengono letti i suoi diritti invece di essere salvato. Una giuria ha smontato ogni parola del racconto di Digwa e l’ha condannato per omicidio. Sconterà almeno ventun anni.

Questo è uno scandalo autentico di per sé. Il modo in cui Henry è stato trattato negli ultimi minuti della sua vita è stato, nelle parole esatte e di suo padre, “disumano e degradante“. Un Paese che prende sul serio l’ordine pubblico dovrebbe sentirsi rivoltare lo stomaco, e dovrebbe cambiare qualcosa per questo. Ed infatti l’Inghilterra e’ indignata, giustamente vuole polizia efficente.

Ma guardate cosa ha fatto la macchina dell’indignazione con una storia che non aveva alcun bisogno di essere gonfiata. Non si è fermata davanti all’orrore. È andata a fare la spesa dentro l’orrore. Ha fatto l’unica cosa che sa fare: squallidume. 

L’altro giorno, il Vicepresidente degli Stati Uniti aveva deciso di dire pubblicamente che un diciottenne dell’Essex “è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà”, abbattuto dalla “politica dell’odio di sé e dall’invasione di massa dei migranti”, e che l’unica risposta accettabile fosse la “rabbia giusta”. 

Si, l’ha detto JD Vance, che da lezione agli altri, dove un caso simile fa rumore perché’ appunto ‘un caso limite” e “raro”. Ma lui è il vice-presidente di un Paese dove lo scorso anno 44,000 persone sono morte per violenze legate al possesso d’armi. Diciamo che è non solo vergognoso questa sua presa di posizione, ma molto squallida, che qualifica completamente il Governo che rappresenta.

Nigel Farage, in testa nei sondaggi e mai disposto a farsi superare nel volume della merda che ama cavalcare, ha invocato “pura rabbia fredda” e ha annunciato che “i diritti e i privilegi dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche”. Dall’Australia, Pauline Hanson ha aggiunto la sua sul “razzismo verso i bianchi” e su una “cultura a due velocità”, perché il lutto, a quanto pare, ha un eccellente potenziale di esportazione. E poi c’è sempre pronto lui, Elon Musk, che sembra avere l’obbiettivo di voler far apparire Hitler meglio di lui, che si è offerto di finanziare personalmente un’azione legale e ha rimproverato la stampa per non aver trattato Henry come George Floyd — apparentemente ignaro dell’ironia di un uomo che paragona la propria causa a George Floyd mentre le immagini reali mostrano un adolescente che muore ammanettato ansimando di non riuscire a respirare.

E poi la rabbia che avevano ordinato è arrivata. A Southampton, in una manifestazione ingrossata da Tommy Robinson e dal resto della compagnia di giro della furia professionale filonazista, ha guidato la gente a lanciare mattoni e cassonetti contro la polizia. Ecco com’è fatta la “rabbia giusta” di queste persone quando raggiunge la strada: non giustizia per Henry, ma ferite per chiunque si trovi più vicino e contrari al loro piccolo pensiero nazista.

Ed ecco la parte su cui i mercanti di rabbia hanno bisogno che non vi soffermiate. L’affermazione che anima l’intera campagna — che la polizia britannica sia indulgente con le minoranze e dura con gli uomini bianchi — non è soltanto indimostrata. È l’esatto contrario di ciò che dicono i dati. In Inghilterra e Galles le persone nere hanno una probabilità di essere arrestate più che doppia rispetto ai bianchi. Il settanta per cento dei controlli e delle perquisizioni dell’ultimo anno ha riguardato persone non bianche. Una revisione indipendente del più grande corpo di polizia del Paese ha riscontrato una discriminazione anti-nera “sistemicamente radicata”. 

Se davvero gli importasse di una polizia a due velocità, questi numeri li dovrebbero tenere svegli la notte. Non lo fanno, perché lo slogan non è mai stato un dato di fatto. È solo una sensazione da romanzare per i loro interessi, riadattandola sopra il cadavere di un ragazzo.

Questa è la vera filosofia e unica politica del fascismo: creare paura per comandare il popolo. Non è la personale scoperta: è la storia da sempre.

Questo è il segnale rivelatore, e vale la pena nominarlo senza esitazioni. Come ha detto il sociologo Aaron Winter, “chi si precipita verso la tomba di Henry non è lì perché gli importi delle vittime. Gli importa della narrazione — quella storia consolante, mobilitante, capace di raccogliere voti, in cui i bianchi sono la minoranza perseguitata nei loro stessi Paesi e ogni cadavere è un manifesto di reclutamento”. 

L’omicidio di Henry Nowak si è incastrato in un copione già scritto, che gira identico in Florida, a Clacton e nel Queensland, anche in Italia, perché ormai è un unico prodotto transnazionale, tenuto al caldo dall’algoritmo di un miliardario (Musk) e venduto ovunque il populismo sia quotato in rialzo. Il ragazzo è un accessorio. È l’involucro attorno alla munizione che loro amano sparare.

Quando Mark Nowak ha detto di non volere che suo figlio venisse trasformato in un’arma, non stava avanzando una garbata richiesta da archiviare e ignorare. Stava esercitando l’unica autorità che resta a un genitore in lutto: il diritto di dire non nel suo nome.

Ogni figura che ha tirato dritto comunque — Vance, Farage, Hanson, Musk, Vannacci, i portavoce del Dipartimento di Stato, gli uomini con i mattoni — ha sentito quelle parole e ha deciso che il proprio appetito politico pesasse più del dolore di un padre. Hanno guardato negli occhi un genitore in lutto e gli hanno preso il corpo lo stesso. Esiste una parola per chi si presenta a una morte che non ha patito allo scopo di nutrirsene, e non è patriottismo, ma mi sento male anche nel solo scriverla e la lascio alla vostra immaginazione. 

Il Primo Ministro britannico l’ha definita ingerenza: “persone che cercano di interferire nella nostra democrazia e di fomentare la divisione nelle nostre strade”. Questa è la versione diplomatica. La versione onesta è che l’uccisione di un ragazzo è stata sventrata per farne contenuto da gente che non dovrà mai vivere nelle strade che ha infiammato, e che sarà già passata all’indignazione successiva prima che i fiori davanti alla stazione di polizia abbiano fatto in tempo ad appassire.

Allora proviamo a restituire l’ultima parola a chi le appartiene. 

Qualche settimana fa, due squadre universitarie — una delle quali quella dei matematici per cui Henry giocava — hanno disputato una partita di beneficenza in sua memoria, raccogliendo fondi per un’associazione che sostiene chi vive un lutto. Suo padre, con indosso una maglia dell’Arsenal, l’ha definita una giornata “dedicata all’amore, al calcio e alla celebrazione della vita di Henry”. Il suo capitano ha ricordato un ragazzo dal carattere “contagioso”, che si presentava e faceva sentire tutti come se avessero appena segnato.

Ecco chi era Henry Nowak: non una civiltà, non una bandiera, non un caso esplosivo, non un’e-mail per raccogliere donazioni. Un compagno di squadra. Un figlio. Un ragazzino che amava il calcio e l’Arsenal e il cui padre, nella settimana peggiore della sua vita, ha trovato la grazia di chiedere al mondo meno odio, non di più.

Il minimo che il mondo potesse fare era l’unica cosa che gli hanno negato. Posate il ragazzo da una parte. Lasciate in pace Henry Nowak. Tornatevene nelle vostre fogne.


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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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