Brexit, 10 anni dopo: anatomia di una frattura che continua a vivere sotto la pelle del Regno Unito

C’è un errore di fondo nel modo in cui continuiamo a raccontare la Brexit.

La trattiamo come un evento. Una data. Un risultato. Un passaggio storico ormai archiviato tra le grandi decisioni politiche del passato recente.

Ma la verità è più scomoda: la Brexit non è mai finita. È rimasta. Si è trasformata. E oggi vive ancora, non nei trattati o nei numeri del commercio internazionale, ma dentro le persone.

Il 23 giugno 2016 non ha semplicemente ridisegnato il rapporto tra il Regno Unito e l’Europa. Ha ridefinito qualcosa di molto più profondo: il modo in cui milioni di cittadini britannici si percepiscono e si riconoscono.

Prima di quel giorno, l’identità politica aveva contorni relativamente stabili. Si nasceva — spesso — in una famiglia laburista o conservatrice. Si cresceva dentro un sistema di riferimenti chiaro, anche quando lo si metteva in discussione.

Dopo quel giorno, tutto questo si è incrinato. Il voto non ha diviso solo l’elettorato. Ha creato due narrazioni incompatibili della realtà. Due modi diversi di leggere il presente, il passato e perfino il futuro. Non più “destra” e “sinistra”, ma due mondi che si osservano senza riconoscersi.

E questo è il punto che spesso sfugge.

La Brexit non ha sostituito una preferenza politica con un’altra. Ha costruito una struttura identitaria nuova, più rigida, più emotiva, più difficile da scardinare. Una struttura che si alimenta nel tempo, anche in assenza di nuovi eventi.

Non è un caso che ancora oggi, a distanza di anni, molte persone si definiscano prima in base a come votarono nel 2016 e solo dopo — eventualmente — in base alla loro posizione politica attuale.

È un cortocircuito interessante: una scelta occasionale diventata identità permanente.

Brexit 10 anni dopo

In questo senso, la Brexit assomiglia più a una crepa che a una decisione. Una crepa che si è allargata lentamente, insinuandosi nelle conversazioni quotidiane, nei rapporti personali, nei media, fino a diventare una linea di frattura strutturale.

Chiunque abbia vissuto in Inghilterra in quegli anni ricorda bene quel clima. Le discussioni nei pub, le tensioni nei luoghi di lavoro, le famiglie divise su qualcosa che fino a poco prima non sembrava nemmeno così centrale.

E qui emerge un altro paradosso.

Prima del referendum, l’Europa non era un tema dominante nel dibattito pubblico britannico. Era presente, certo, ma non urgente. Non identitario. Non esistenziale.

È stata la politica a trasformarlo in qualcosa di diverso. La scelta di David Cameron di indire il referendum ha acceso un riflettore enorme su una questione che, fino a quel momento, viveva ai margini della percezione collettiva. Una volta portata al centro, però, non è più tornata indietro.

E quando un tema entra in modo così pervasivo nella vita quotidiana, succede qualcosa di prevedibile: smette di essere un argomento e diventa una lente attraverso cui interpretare tutto il resto.

Da quel momento in poi, ogni notizia, ogni scelta economica, ogni crisi viene filtrata attraverso quella divisione originaria.

Il risultato è una polarizzazione che non si limita alle opinioni, ma investe la percezione stessa della realtà.

Non si tratta più di avere idee diverse. Si tratta di vivere in due versioni diverse dello stesso Paese.

E questo spiega perché il conflitto non si è mai davvero spento. Anzi, in molti casi si è intensificato proprio dopo il voto.

Perché il giorno del referendum non ha chiuso una partita. Ha tolto un contenitore istituzionale a un conflitto che, da quel momento, ha iniziato a diffondersi ovunque.

Strade, televisioni, social network, eventi pubblici. La Brexit è diventata una presenza costante, quasi un sottofondo permanente della vita britannica.

Nel frattempo, la politica ha imparato a muoversi dentro questa frattura.

Figure come Nigel Farage hanno costruito un linguaggio che non cerca di ricomporre, ma di consolidare quella divisione. Non serve più convincere: basta rafforzare l’appartenenza.

E quando l’appartenenza diventa il centro del discorso politico, il contenuto perde peso.

È qui che la Brexit rivela la sua natura più profonda.

Non è stata, in fondo, una discussione strutturata su modelli economici o accordi commerciali. È stata una mobilitazione emotiva, costruita attorno a simboli forti e immediati. L’immigrazione, ad esempio, è stata utilizzata come leva narrativa potentissima — più efficace di qualsiasi analisi tecnica.

Ma mentre il dibattito si accendeva su questi temi, altre questioni — più concrete, più materiali — rimanevano sullo sfondo.

Salari, condizioni di lavoro, disuguaglianze, servizi pubblici.

Temi che incidono direttamente sulla vita delle persone, ma che faticano a competere con la forza emotiva delle identità.

E così la politica si è progressivamente spostata. Dalla gestione degli interessi alla gestione delle percezioni.

Non è un fenomeno esclusivamente britannico, ma nel Regno Unito ha trovato nella Brexit il suo punto di massima espressione.

Anche perché, nel frattempo, un altro cambiamento strutturale era già in atto: la dissoluzione della politica di classe.

Con la trasformazione del Labour sotto Tony Blair, molte delle vecchie categorie sociali hanno perso centralità. Il risultato è stato un vuoto che la Brexit ha riempito perfettamente.

Quando non ci si riconosce più in una classe, ci si riconosce in un’identità.

E le identità, per loro natura, tendono a essere più rigide, più difensive, meno negoziabili.

Questo spiega perché il dibattito britannico appare oggi così teso, così impermeabile al compromesso.

Non si discute più per trovare un punto di incontro. Si discute per confermare la propria posizione. E in questo contesto, la domanda più interessante non è se la Brexit sia stata giusta o sbagliata.

Brexit 10 anni dopo

Ma cosa ha prodotto?

Perché al di là degli effetti economici — reali, complessi, ancora in evoluzione — il risultato più evidente è una trasformazione culturale profonda.

Una società che fatica a riconoscersi come tale. Un dibattito pubblico che si muove per contrapposizioni sempre più nette. Una politica che sembra più interessata a gestire il conflitto che a risolverlo.

E forse è proprio qui che la Brexit smette di essere un caso britannico e diventa qualcosa di più universale.

Un esempio di come una decisione politica, se inserita in un contesto fragile, possa diventare il detonatore di una frattura molto più ampia.

Una frattura che non si chiude con un voto. Ma che continua a vivere, giorno dopo giorno, nelle parole che scegliamo, nelle persone che ascoltiamo, nelle realtà che decidiamo di vedere.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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