Da anni ci sentiamo ripetere che “la Brexit va rispettata perché così ha deciso il popolo nel 2016”. Ma a quasi dieci anni di distanza una domanda, per me, è inevitabile: si sta davvero rispettando la volontà del popolo di oggi, o quella di un elettorato che in gran parte non c’è più?
Oggi il Regno Unito è, di fatto, un paese molto più pro-europeo di allora. Non è un’impressione politica: è aritmetica, demografia, buon senso.
La maggioranza pro-Brexit non c’è più
Nel 2016 Leave vinse con 17,4 milioni di voti contro 16,1 milioni. Una maggioranza di 1,3 milioni che viene brandita ancora oggi come se fosse un vincolo eterno.
Nel frattempo, però, milioni di elettori – soprattutto fra i più anziani, cioè il segmento più filo-Brexit – sono morti. E milioni di giovani sono entrati nell’elettorato. Se incrociamo questi due fattori, succede una cosa semplice: quella maggioranza numerica per la Brexit, tra i cittadini oggi vivi, si è assottigliata fino a sparire.
In più, molti elettori Leave hanno cambiato idea. Non perché siano improvvisamente diventati “europeisti militanti”, ma perché hanno visto gli effetti concreti della Brexit su lavoro, prezzi, servizi pubblici, commercio. E fanno quello che in democrazia dovrebbe essere normale: rivedono la propria opinione.
Se sommiamo:
- il peso dei decessi nelle fasce più anziane,
- l’ingresso di una generazione molto più pro-europea,
- e il cambio di idea di una parte consistente degli elettori Leave,
Il quadro è chiaro: oggi, nel Regno Unito, chi vuole un rapporto molto più stretto con l’Europa è in maggioranza.
Eppure il sistema politico continua a comportarsi come se fossimo fermi al 23 giugno 2016.
L’ipocrisia sull’età: troppo giovani a 17 anni, ma mai troppo vecchi?
Qui si apre un tema ancora più delicato, che quasi nessuno ha il coraggio di toccare: chi ha davvero titolo per decidere il futuro?
Si ripete spesso che a 16 o 17 anni “non si è abbastanza maturi” per votare. Io posso anche accettare l’idea di un’età minima: è ragionevole pretendere un minimo di maturità, di conoscenza del mondo.
Ma allora perché non discutiamo mai dell’opposto, cioè di un’età massima?
Ha senso che una persona di 80 o 85 anni – che con ogni probabilità non vivrà abbastanza per subire fino in fondo le conseguenze delle scelte politiche di oggi – pesi sul futuro di chi ne ha 18, 25, 30, e dovrà convivere con quelle decisioni per decenni?
La domanda, per me, è brutale ma inevitabile:
è peggiore, per il futuro di un paese, una scelta sbagliata di un sedicenne che può correggere rotta decine di volte nel corso della sua vita, o una decisione di un ottantenne che ricade principalmente sulle generazioni più giovani, anche quando lui non ci sarà più?
Non sto dicendo che gli anziani non debbano votare o che siano meno intelligenti. Sto dicendo che abbiamo accettato per decenni, senza discuterla, un’asimmetria enorme: chi ha quasi tutto il futuro davanti vale quanto, o più di chi ha quasi tutto il futuro dietro.
Nel caso della Brexit, questa asimmetria è stata evidente: una decisione strutturale – che ha cambiato il mercato del lavoro, la mobilità, le opportunità di studio di intere generazioni – è stata decisa in maniera decisiva da fasce d’età che oggi stanno uscendo o sono già uscite di scena. Mentre i più giovani, quelli che pagheranno il conto più lungo, hanno contato meno o non hanno contato affatto.
Per me è equo che esista un’età minima per votare. Ma trovo legittimo e persino necessario aprire un dibattito serio anche su un’età massima. Non per “togliere diritti” a qualcuno, ma per introdurre un principio di responsabilità intergenerazionale.

Brexit ha un prezzo: e lo pagano i vivi, non gli slogan
Sul piano economico, il verdetto ormai è chiaro. Le previsioni iniziali parlavano di una perdita del 4–5% di PIL nel lungo periodo. A distanza di anni, le stime più aggiornate indicano un costo ancora maggiore, dell’ordine dell’8%.
Tradotto: un’economia significativamente più piccola rispetto a uno scenario senza Brexit. Meno gettito fiscale, meno risorse per ospedali, scuole, sicurezza, welfare. È anche per questo che la famosa “pioggia di soldi per il NHS” non si è mai vista: l’economia indebolita ha prosciugato la promessa alla radice.
Molti elettori Leave oggi lo vedono molto chiaramente: più burocrazia, più ostacoli per esportare, meno investimenti. Davvero possiamo continuare a sorvolare, come se nulla fosse?
Il “reset” non basta: servirebbe il coraggio di dirlo
Il governo parla di “rapporto più stretto con l’UE”, “reset”, “aggiustamenti”. Qualche passo avanti c’è: piccoli accordi, qualche semplificazione per chi esporta, meno attriti in certi settori.
Ma non illudiamoci: questi ritocchi non ribaltano un danno strutturale. Sono cerotti su una frattura.
Finché il Regno Unito resta fuori da mercato unico e unione doganale, ci saranno barriere, controlli, costi, tempi. E finché ci saranno quelle barriere, sarà impossibile recuperare del tutto il terreno perso in termini di crescita, produttività e attrattività.
Se si vuole davvero “aggiustare la Brexit”, bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: il solo modo di riparare il danno è tornare, in qualche forma, alla libertà di movimento di merci, servizi e persone con l’Europa. Che lo si chiami “rientro”, “associazione stretta”, “nuovo accordo speciale” poco importa. La sostanza è quella.
E questo comporta un’altra verità scomoda: non si può pretendere accesso pieno al mercato europeo e, allo stesso tempo, rifiutare in blocco regole comuni e meccanismi di arbitrato condivisi. La sovranità assoluta è una favola che nessun paese, da solo, può davvero permettersi.
La vera domanda democratica
Alla fine, per me, la questione è molto semplice.
Se oggi si chiedesse ai cittadini britannici:
- volete continuare con questa versione di Brexit,
oppure - volete un rapporto molto più stretto con l’UE, fino a tornare a una situazione di commercio senza attriti,
ho pochi dubbi su quale opzione vincerebbe.
Non sarebbe una decisione indolore. Si riaprirebbero ferite, si tornerebbe a litigare, qualcuno griderebbe al “tradimento”. Ma questa è la politica. La democrazia non serve per bloccare un paese in una decisione sbagliata: serve per poterla correggere.
Il voto del 2016 va rispettato come fatto storico, non come dogma intoccabile. Nel frattempo, l’elettorato è cambiato, i dati economici sono cambiati, il contesto internazionale è cambiato. È perfettamente democratico rimettere mano a una scelta che non funziona.
Continuare a governare nel nome di un popolo che non c’è più, ignorando quello che c’è oggi, non è rispetto della democrazia: è una forma raffinata di immobilismo.
La democrazia, invece, appartiene ai vivi. E i vivi – soprattutto i più giovani – hanno il diritto di ridisegnare il proprio futuro, anche quando questo significa riconoscere che una scelta, per quanto solenne, è stata un errore.
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