Rivoglio il mio paese indietro. Un appello sincero alla dignità Umana

Rivoglio il mio paese indietro … Non l’ho scritta contro qualcuno.

L’ho scritta perché mi manca una cosa che davo per scontata: un paese dove si litigava di tutto tranne che di una cosa sola. Ho provato a metterla in versi. Sotto la poesia trovi le due righe che, secondo me, tengono in piedi tutto il resto — e una cosa che ti chiedo di fare prima di chiudere questa pagina.


Rivoglio il mio paese normale. Non quello di destra. Non quello di sinistra. Quello normale.

Quello dove si litigava — Dio quanto si litigava. Al bar, a tavola, in televisione, sulle tasse, sull’Europa, sull’arbitro. Lo zio comunista e il cognato conservatore che non si parlavano da Natale a Pasqua e poi si passavano il vino.

Si poteva essere conservatori. Si poteva essere progressisti. Era permesso. Era sano. Era il gioco.

Ma su una cosa, una sola, non si discuteva. Perché eravamo tutti d’accordo.

Il fascismo era una parola. Una parola nel libro di storia: due date, una foto in bianco e nero, un compito in classe il venerdì. Era finito. Era chiuso. Era passato. Si studiava proprio perché non tornasse.

Adesso è una maglietta. Adesso è un saluto, un coro, una foto profilo, una frase detta ridendo, con l’orgoglio in faccia: “io sono fascista”, “io sono razzista”, detto come si dice il tifo per una squadra. Detto in piazza. Detto al lavoro. Detto davanti ai bambini.

E io questo non lo rivoglio. Non è un’opinione, non è “la destra”: la destra è il mio vicino, il mio panettiere, uno con cui litigavo sulle tasse che non pagava e poi ci bevevamo un caffè. Quella roba lì è un’altra cosa. E l’abbiamo già provata. Sappiamo come è finita: in macerie, in fame, in ragazzi morti su tutti i fronti, in nomi incisi sulla lapide di ogni paese d’Italia.

Guarda la tua. Ce l’hai anche tu. C’è un cognome che conosci, uno zio lontano, un bisnonno. La piazza del tuo paese ce l’ha. La passi ogni giorno senza leggerla.

Rivoglio il paese dove l’infermiera venuta da lontano teneva il telefono all’orecchio di un uomo che moriva perché una figlia potesse dire ciao papà, e a nessuno veniva in mente di chiederle da dove venisse.

Rivoglio il paese dove il ragazzo nato qui, cresciuto qui, con l’accento di qui, non deve dimostrare a nessuno di essere di qui.

Rivoglio il bar delle sette, il sibilo della macchina, Fatima dietro al banco che sa come lo prendi prima che tu l’abbia deciso. E nessuno che entra e dice una cattiveria solo per sentirsi qualcuno.

Rivoglio la vergogna. Non la censura: la vergogna. Quella cosa piccola che sentivi quando dicevi la parola sbagliata e tuo padre ti guardava, e non serviva altro.

Rivoglio l’articolo tre. Leggilo ad alta voce. È corto. Parla anche di te.

Non chiedo che siamo tutti d’accordo. Non lo siamo mai stati, e meglio così. Chiedo il minimo. Il pavimento sotto la discussione: che un uomo valga un uomo, che l’odio non sia un’idea politica, che il fascismo torni dov’era — nel libro di storia. Finito. Chiuso. Studiato. Mai più orgoglioso.

Perché un paese non è un muro. È una tavola, con le sedie attorno. E alla nostra c’è posto anche per chi pensa diverso da me. Siediti. Discuti. Alza la voce. Ma il pane, ricorda, si passa poi a tutti.


Rivoglio il mio paese indietro talian town square with cathedral, clock tower, and waving Italian flag at sunset

L’articolo tre, eccolo per intero

Nella poesia ti chiedo di leggerlo. Non è giusto chiedertelo e non dartelo. Eccolo, per intero. Ci ho messo trenta secondi a copiarlo. Mettici trenta secondi a leggerlo ad alta voce — cambia, se lo dici invece di scorrerlo.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Non l’ha scritto un partito. L’hanno scritto insieme, nel 1947, un democristiano, un comunista e un liberale — gente che su quasi tutto la pensava all’opposto. Si sono seduti alla stessa tavola all’uscita da vent’anni in cui quella tavola non c’era. Questo è il pavimento di cui parlo. Sotto, non si scava.

Prima di chiudere questa pagina.

Domani, quando passi per la piazza del tuo paese, fermati un secondo davanti alla lapide. Quella coi nomi, quella che passi ogni giorno senza leggere. Leggi i cognomi. Uno lo riconoscerai — è il tuo, o quello del bar, o quello della scuola. Erano ragazzi. Sono morti perché “quella roba lì” tornasse dov’è adesso: nel libro di storia.

Non ti chiedo di essere d’accordo con me su niente. Ti chiedo solo di leggere due cose: l’articolo tre, e quella lapide che forse ti appartiene.

Poi, se ti va, passa il pane.

by Massimo Usai


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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