Mariupol, viale della Pace: la città che l’Europa dovrà ricordare

Ci sono città che entrano nella storia per ciò che hanno costruito, e altre per ciò che è stato loro tolto. Mariupol appartiene, suo malgrado, alla seconda specie.

Questo articolo nasce da una lettura. Hope for Ukraine: Stories of Grit and Grace from the Frontlines of War di Kyle Duncan raccoglie storie di ucraini comuni travolti dalla guerra, e uno dei suoi capitoli più intensi è dedicato a Mariupol, città che l’autore aveva conosciuto da vicino molto prima delle bombe. Lo consiglio senza riserve: ha il raro merito di restituire volti e voci là dove i notiziari ci hanno abituato ai numeri. Da quelle pagine sono partito per ripercorrere, documenti alla mano, la storia di una città che l’Europa farebbe bene a non dimenticare.

Il viale principale di Mariupol si chiama Prospekt Myru: viale della Pace. Quando nel 2024 Human Rights Watch, Truth Hounds e SITU Research hanno ricostruito in tre dimensioni la distruzione della città, hanno scelto proprio quell’arteria come asse dell’indagine. Il risultato è un numero che pesa più di qualsiasi aggettivo: il 93 per cento dei 477 condomini del centro risultava danneggiato a metà maggio 2022, e 86 delle 89 strutture scolastiche erano state colpite. Il viale della Pace, nel nome e nei fatti, è diventato il luogo dove la pace è stata smontata pezzo per pezzo.

Fra cinquant’anni, quando gli storici racconteranno la guerra della Russia contro l’Ucraina, è probabile che sarà questa la città più nominata. Avrà i suoi romanzi e i suoi film; il primo, in realtà, esiste già. Sarà per l’Europa del XXI secolo quello che Stalingrado fu per il Novecento: sinonimo di ferocia e di macerie, ma anche di resistenza ostinata.

Ottantasei giorni

L’assedio comincia il 24 febbraio 2022 e finisce il 20 maggio, con la resa degli ultimi difensori asserragliati nell’acciaieria Azovstal. In mezzo ci sono ottantasei giorni che il mondo ha guardato quasi in diretta. Già il 2 marzo la città è senza elettricità, senza acqua corrente, senza gas. Il 9 marzo viene colpito l’ospedale pediatrico con il reparto maternità. Il 16 marzo tocca al Teatro drammatico, dove centinaia di civili si erano rifugiati dopo aver scritto sul selciato, a lettere enormi, la parola «BAMBINI». Ai primi di aprile il sindaco Vadym Boichenko dichiara la città distrutta al 90 per cento. Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, a Doha, la definisce «un secondo Aleppo»: il paragone non è casuale, perché i metodi della campagna di Siria tornavano, identici, sulle rive del Mar d’Azov.

Quanti morti? La risposta onesta è che non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai. Kyiv parla di decine di migliaia di vittime. L’unica stima indipendente, quella di Human Rights Watch basata sull’analisi satellitare delle fosse comuni, indica almeno 8.000 morti, precisando che si tratta di un minimo e che il dato reale può essere molto più alto. Nelle sepolture censite fra marzo 2022 e febbraio 2023 gli analisti hanno contato oltre diecimila tombe. Prima della guerra, Mariupol aveva circa 540.000 abitanti. Il rapporto completo, «Our City Was Gone», porta nel titolo la frase di una sopravvissuta: la nostra città non c’era più.

Il film che il regista avrebbe voluto non girare

Mstyslav Chernov, videogiornalista dell’Associated Press, entra a Mariupol con il fotografo Evgeniy Maloletka e la produttrice Vasilisa Stepanenko un’ora prima che inizino i bombardamenti. Saranno gli ultimi reporter internazionali a restare in città. Da quelle settimane nasce 20 giorni a Mariupol, che nel marzo 2024 vince l’Oscar come miglior documentario, il primo nella storia dell’Ucraina. Sul palco di Los Angeles Chernov dice una cosa che nessun premiato aveva mai detto: avrebbe preferito non averlo mai girato. E chiude con la frase che dovrebbe stare sopra la porta di ogni redazione: il cinema forma la memoria, e la memoria forma la storia. Se c’è un solo film da vedere su questa guerra, è quello.

Un regalo del 1954

Per capire perché Mariupol fosse un obiettivo bisogna guardare la carta geografica. La città sta sul Mar d’Azov, esattamente sulla linea che unisce il Donbas alla Crimea. Prenderla significava costruire un corridoio di terra fra la Russia e la penisola annessa nel 2014.

E la Crimea porta con sé un’ironia storica che Mark Kramer, direttore del programma di studi sulla Guerra fredda di Harvard, ha ricostruito per il Wilson Center. Nel febbraio 1954 il Presidium del Soviet supremo trasferì la penisola dalla Repubblica russa a quella ucraina. La retorica ufficiale parlava di amore fraterno fra i due popoli e del trecentesimo anniversario del trattato di Pereyaslav; la sostanza, secondo Kramer, era un calcolo di Khrushchev, impegnato a consolidare il proprio potere dopo la morte di Stalin e a rafforzare il controllo di Mosca sull’Ucraina portandovi dentro una grande popolazione russa. Nella stessa seduta, il presidente del Presidium Kliment Voroshilov evocò i «nemici della Russia» che nei secoli avevano tentato di strapparle la Crimea. Letta oggi, quella frase descrive con precisione involontaria ciò che Mosca ha fatto sessant’anni dopo. Una mossa pensata per tenere l’Ucraina legata alla Russia è diventata il pretesto per invaderla.

car and tram on city street after accident in Mariupol
Photo by Алесь Усцінаў

La guerra che cominciò nel 2014

Per gran parte degli europei la guerra inizia il 24 febbraio 2022. Per Mariupol inizia otto anni prima. Dopo la rivoluzione di Maidan e la fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych, la Crimea viene presa da soldati senza mostrine e il Donbas si accende. La città resta in mano ucraina e per anni diventa la prima linea del sud, circondata da trincee.

Mosca ha negato a lungo di avere truppe nel Donbas. Nel 2019 l’agenzia londinese Forensic Architecture, con sede alla Goldsmiths, ha usato l’apprendimento automatico per passare al setaccio migliaia di ore di video amatoriali della battaglia di Ilovaisk, agosto 2014. Ha identificato quasi trecento veicoli militari russi, compresi carri T-72B3 che all’epoca nessun altro esercito possedeva. L’indagine completa è stata depositata alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Poi c’è la parola più grave, «genocidio», che Putin ha usato per giustificare l’invasione: Kyiv starebbe sterminando i russofoni del Donbas. Alexander Hinton, direttore del Centro per lo studio del genocidio della Rutgers University, ha smontato l’accusa su The Conversation il giorno dopo l’invasione. Nel conflitto del Donbas c’erano stati abusi documentati da entrambe le parti, e più di 14.000 morti in otto anni, oltre 3.000 dei quali civili; nulla però che somigliasse a un genocidio secondo la definizione di Lemkin e della Convenzione ONU. Il comitato esecutivo dell’Associazione internazionale degli studiosi di genocidio è arrivato alla stessa conclusione in una dichiarazione ufficiale, aggiungendo che l’abuso del termine offende le vittime reali, comprese quelle ucraine dell’Holodomor e di Babyn Yar.

L’orso e la tana

Nel suo libro, Kyle Duncan racconta di aver trascorso quasi un mese a Mariupol nell’estate del 2007, durante l’adozione del figlio. Su una panchina all’ombra delle betulle, con un bicchiere di kvas in mano, un anziano gli disse che finché l’orso restava nella tana la città era al sicuro; ma l’orso, aggiunse, ogni giorno aveva più fame. Sette anni dopo l’orso uscì. È una scena piccola, quasi da racconto, e proprio per questo resta: dice che a Mariupol la paura del vicino non è arrivata con i carri armati. Abitava già lì, fra i chioschi del kvas e gli internet café.

Mariupol, 2026

Oggi la città è sotto occupazione russa da oltre quattro anni, e Mosca vuole farne una vetrina. Il Teatro drammatico è stato ricostruito e riaperto; i reportage dal lato russo, come quello di Slate dalle strade della città nel marzo 2026, descrivono facciate nuove, propaganda ovunque e una popolazione rimasta che spesso non ha davvero scelto da che parte stare.

Dietro le facciate, il quadro è un altro. Ad agosto 2026 un’inchiesta della Deutsche Welle, ripresa da Euromaidan Press, ha documentato come cittadini russi stiano comprando appartamenti sul mare costruiti sulle rovine delle case bombardate, mentre le autorità di occupazione hanno messo in lista per la redistribuzione quasi novecento alloggi, compresi quelli di chi è fuggito durante l’assedio. Il sito indipendente russo Bumaga, citato da Meduza, ha calcolato che al ritmo attuale gli sfollati di Mariupol non avranno tutti una nuova casa prima del 2043. Il Center for European Policy Analysis, in un’analisi di maggio 2026, parla di una città ancora in rovina sotto la vernice, senza ospedali funzionanti per i civili e con prezzi più alti che a San Pietroburgo. E Human Rights Watch avverte che, demolendo e ricostruendo, gli occupanti hanno cancellato centinaia di potenziali scene del crimine.

Ricostruire sopra le macerie, in questo caso, ha anche un altro effetto: rende più difficile ricordare. Per questo il lavoro di Chernov, dei ricercatori di HRW, degli ex abitanti che da Kyiv pubblicano archivi fotografici della città com’era, è una forma di resistenza quanto lo fu l’Azovstal.

L’Ucraina non è un paese perfetto. Ha conosciuto corruzione, oligarchi, estremismi. Ma è una nazione sovrana da trentacinque anni, e una nazione non perde il diritto di esistere perché qualcuno, a Mosca, ha deciso che il regalo del 1954 andava ripreso con gli interessi. Sul viale della Pace di Mariupol stanno sorgendo palazzi nuovi. Il compito di chi scrive è fare in modo che nessuno dimentichi cosa c’era sotto.

Prima di condividere, verificate

Questa guerra si combatte anche nei nostri telefoni, e una parte della propaganda del Cremlino arriva in Italia attraverso persone in buona fede. Prima di ripetere certe frasi, vale la pena controllare da dove vengono. Che l’Ucraina stesse commettendo un genocidio nel Donbas: gli studiosi del genocidio l’hanno definita un’accusa infondata e strumentale, e davanti alla Corte internazionale di giustizia i rappresentanti russi l’hanno ridimensionata a «figura retorica». Che a Mariupol la Russia abbia portato la «liberazione»: chi l’ha vissuta parla di cantine, fosse comuni e case perdute. Che la città sia stata ricostruita e tutto sia tornato normale: le inchieste indipendenti raccontano altro. Che nel Donbas non ci fossero soldati russi prima del 2022: ci sono i carri armati filmati a Ilovaisk. Il database europeo EUvsDisinfo raccoglie migliaia di casi simili ed è uno strumento utile per chiunque voglia verificare prima di condividere.

Sostenere l’Ucraina, per chi non ha un ruolo politico, significa soprattutto tre cose. Informarsi su fonti verificabili. Non lasciare che il tempo trasformi Mariupol in una notizia vecchia. E, per chi può, contribuire concretamente attraverso canali affidabili, dalla piattaforma ufficiale di raccolta fondi ucraina United24 alle grandi organizzazioni umanitarie che operano nel Paese. Il resto lo fa la memoria: leggere un libro come quello di Duncan, guardare il film di Chernov, raccontarli a qualcuno. Il cinema forma la memoria, diceva Chernov a Los Angeles; anche i libri lo fanno, e anche le persone che li consigliano.

Per approfondire: il documentario 20 giorni a Mariupol di Mstyslav Chernov; il rapporto di Human Rights Watch «Beneath the Rubble»; il libro di Kyle Duncan Hope for Ukraine: Stories of Grit and Grace from the Frontlines of War.

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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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