Time Out of Mind di Bob Dylan è uno di quei dischi che si capiscono solo con il tempo. Io ci ho messo ventinove anni. Stasera lo riascolto da Monte Compatri, con le luci dei paesi dei Castelli Romani che si accendono una dopo l’altra sulle colline, e finalmente lo sento come avrei dovuto sentirlo allora.
Questo è il primo capitolo di una serie che chiamo Riascolti: album che ho amato (o creduto di amare) nel passato, rivisitati con le orecchie di oggi e con più di mezzo secolo di ascolti alle spalle. Si parte dal più difficile da spiegare.
Time Out of Mind nel 1997: il disco che nessuno aspettava
Nell’autunno del 1997 Bob Dylan aveva cinquantasei anni e, per molti, era già un monumento da visitare con rispetto. Non pubblicava canzoni nuove dai tempi di Under the Red Sky, 1990. In mezzo c’erano stati due dischi di vecchie ballate folk reinterpretate, un Unplugged per MTV e un’infinità di concerti. Sembrava un artista che guardava indietro.
Poi, a maggio, la notizia: ricoverato d’urgenza per un’infezione al cuore. Per qualche giorno si temette il peggio. Dylan si riprese, e il 30 settembre uscì Time Out of Mind. Tre giorni prima, il 27 settembre, aveva cantato a Bologna davanti a papa Giovanni Paolo II, durante il Congresso Eucaristico Nazionale. Il Papa riprese il verso di Blowin’ in the Wind e disse ai giovani riuniti a Bologna che la risposta, sì, soffia nel vento, ma è il vento dello Spirito. Un ragazzo di Duluth che canta per il Papa nello stesso mese in cui esce il suo disco più crepuscolare: nessuno sceneggiatore avrebbe osato scriverla così.
- Uscita: 30 settembre 1997, Columbia Records
- Registrazione: Criteria Studios, Miami, inizio 1997
- Produzione: Daniel Lanois, con Dylan accreditato sotto lo pseudonimo Jack Frost
- Riconoscimenti: Grammy come album dell’anno, febbraio 1998
Il suono di Miami: perché Time Out of Mind sembra respirare
Il disco fu inciso con tutta la band nella stessa stanza, due batterie, organi che galleggiano nell’aria, chitarre che sembrano arrivare da un’altra sala. Daniel Lanois lavorò sull’atmosfera più che sugli strumenti: il risultato è un suono umido, scuro, pieno di spazio. Dylan canta come un uomo che parla a bassa voce nel buio di una casa.
All’epoca qualcuno lo trovò troppo costruito. Oggi, con le orecchie addestrate da decenni di produzioni levigate fino all’anonimato, la stanza di Miami mi sembra la scelta più onesta possibile. L’ambiente fa parte delle canzoni. Le canzoni, a loro volta, fanno parte dell’età di chi le canta. È la stessa strada che, negli stessi anni, percorreva Johnny Cash con le American Recordings di Rick Rubin: un vecchio maestro che sceglie di cantare la propria età invece di nasconderla.
Autunno 1997: la prima volta
Comprai Time Out of Mind in un negozio di dischi, in un pomeriggio di ottobre. Costava un po’ più del solito e avevo una scusa pronta per me stesso. Lo ascoltai la sera stessa, in macchina, su una strada di campagna, con il finestrino appena aperto e l’odore di pioggia sull’asfalto.
Non capii quasi niente. Mi aspettavo il Dylan di Blood on the Tracks, quello delle parole che saltano fuori una dopo l’altra. Trovai invece un uomo stanco che trascinava il blues come un sacco pesante. Love Sick mi sembrò bellissima e inquietante. Highlands, sedici minuti sul nulla di una conversazione in un ristorante, mi sembrò uno scherzo.
Lo misi da parte per qualche settimana. Poi, una sera di dicembre, tornai a casa tardi, da solo, e lo rimisi su senza un motivo. Quella volta Not Dark Yet mi prese alla gola e non mi mollò più. Capii che non era un disco da ascoltare: era un disco da aspettare.
Monte Compatri, 2026: il riascolto
Stasera, dalla finestra, le colline sono una costellazione a terra: Monte Porzio Catone, Frascati più in basso, Colonna, e in fondo il chiarore di Roma che sporca l’orizzonte. Ho spento il telefono e ho messo Time Out of Mind intero, dall’inizio.
Quello che nel 1997 chiamavo lentezza oggi lo chiamo precisione. Ho più anni di ascolti alle spalle di quanti ne avesse Dylan quando incise queste canzoni, e la cosa cambia tutto. Not Dark Yet, a trent’anni, è una poesia sulla fine. Adesso è una constatazione, quasi un’abitudine con cui fai pace guardando le luci dei paesi che si spengono una alla volta. Make You Feel My Love, che allora mi sembrava la canzone più semplice del lotto, è quella che mi fa fermare: Billy Joel l’aveva già pubblicata in singolo nell’agosto 1997, prima ancora che uscisse Time Out of Mind, e Adele ci costruì sopra, nel 2008, uno dei suoi primi grandi successi.
E Highlands? Quei sedici minuti, ora, sono il mio brano preferito. È una conversazione qualunque in un posto qualunque, e dentro c’è tutto: l’ironia, la stanchezza, la voglia di andare altrove senza sapere dove. Time Out of Mind vinse il Grammy come album dell’anno nel febbraio 1998. Dylan salì sul palco e, mentre cantava Love Sick, un tizio a torso nudo con scritto «Soy Bomb» sul petto cominciò a ballargli dietro. Lui non si scompose. Sembrava il finale perfetto per un disco sulla pazienza.
Non è un disco da ascoltare: è un disco da aspettare.
Il verdetto: un disco di Bob Dylan che non invecchia
Time Out of Mind, allora: un bel disco che non capivo bene. Oggi: uno dei pochi album degli anni Novanta che non è invecchiato di un giorno, perché parla di una cosa che non ha data. Non è il mio Dylan preferito, ma è quello che mi ha insegnato ad ascoltarlo da adulto. Se vuoi approfondire la storia completa dell’album, trovi la scheda completa di Time Out of Mind su Wikipedia.
Tre brani di Time Out of Mind da riascoltare, in quest’ordine, di sera
- Not Dark Yet
- Make You Feel My Love
- Highlands
Altri dischi, altre storie: nella sezione Album Reviews trovi le recensioni di Urban Mood, e in Music Stories le storie dietro la musica. Se ti chiedi perché certi dischi tornano a cercarci con l’età, leggi anche cosa succede quando la musica che ascoltiamo diventa dad rock. Il prossimo Riascolto arriva presto. Fidatevi.
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