C’è un momento preciso in cui una musica smette di essere tua e diventa di tuo padre. Non è una data sul calendario: è il giorno in cui ti accorgi che “Sultans of Swing” ti commuove invece di annoiarti, che alzi il volume quando parte l’assolo, che conosci a memoria l’ordine delle tracce di Rumours. Quel giorno, senza firmare nulla, sei entrato nel territorio del Dad Rock.
Un insulto nato in redazione
Il termine non nasce nei negozi di dischi ma nelle redazioni, e nasce come un’offesa. Verso la metà degli anni Duemila la critica musicale americana — Pitchfork su tutti — comincia a usare il termine “dad rock” per liquidare una certa musica chitarristica, adulta, ben suonata e priva di urgenza. Il caso più celebre è la recensione di Sky Blue Sky dei Wilco nel 2007: un disco caldo, artigianale, pieno di chitarre che dialogano con calma, bollato come musica da genitori. Jeff Tweedy, che aveva attraversato l’alt-country e la sperimentazione di Yankee Hotel Foxtrot, si ritrovò improvvisamente arruolato in una categoria che nessuno aveva chiesto di fondare.
L’insulto funzionava perché conteneva una verità sociologica travestita da giudizio estetico. Non diceva “questa musica è brutta”: diceva “questa musica è ferma”. Il rock, che era nato come musica della rottura, dell’adolescenza, del corpo, veniva tutto d’un botto accusato di essersi seduto in poltrona. Il dad rock era il rock che aveva smesso di correre e aveva iniziato a collezionare.
L’inventario del garage
Ma cosa c’è, esattamente, dentro questa etichetta? Il canone è sorprendentemente stabile, quasi liturgico. Ci sono i padri fondatori americani: Bruce Springsteen, Tom Petty, i Creedence Clearwater Revival, gli Eagles, gli Steely Dan con il loro perfezionismo da studio di registrazione che è già una forma di paternità. Ci sono gli inglesi: i Dire Straits di Mark Knopfler, i Pink Floyd del periodo maturo, i Genesis post Gabriel, i Fleetwood Mac che tecnicamente sono anglo-americani ma appartengono a tutti i salotti del mondo. C’è la fascia sudista — Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers — e quella dei chitarristi con nome e cognome: Eric Clapton, Neil Young, i momenti solisti di ogni band sciolta male.
Poi c’è la generazione di mezzo, quella che complica tutto: i Wilco, i Pearl Jam, i R.E.M., i Counting Crows. E infine il paradosso contemporaneo: i The War on Drugs di Adam Granduciel, una band nata negli anni Dieci che suona come un ricordo degli anni Ottanta filtrato attraverso una nebbia di riverberi, e che la critica ha definito — questa volta con affetto — il dad rock fatto da chi è cresciuto ascoltando dad rock. Il serpente che si morde la coda, ma con un assolo di chitarra nel mezzo.
Il denominatore comune non è lo stile: tra gli Steely Dan e i Lynyrd Skynyrd c’è la stessa distanza che passa tra un ristorante stellato e una griglia in giardino. Il denominatore è un rapporto con il tempo. È musica che presuppone l’ascolto integrale dell’album, il rito del vinile che gira, la conoscenza dei crediti sul retro della copertina. È musica che chiede di sedersi.
Perché ridiamo dei nostri padri (e poi diventiamo loro)
La derisione del dad rock è, in fondo, una derisione dell’invecchiamento. Ogni generazione ha bisogno di credere che la propria musica sia diversa, che il proprio entusiasmo sia più puro, che le proprie chitarre — o i propri sintetizzatori, o i propri campionamenti — non diventeranno mai un soprammobile. È una fede necessaria e sistematicamente smentita. I ragazzi che nel 2007 ridevano dei Wilco oggi hanno quarant’anni e piangono ascoltando I Don’t Live Here Anymore. I loro figli, tra vent’anni, chiameranno “dad rock” i Fontaines D.C. e Phoebe Bridgers, e il ciclo ricomincerà.
Io ci trovo anche qualcosa di commovente in questo meccanismo. Il dad rock non è un genere: è una destinazione a cui non si puo’ sfuggire. Nessuna band nasce dad rock; ci arriva, come si arriva a una certa età, per accumulo di anni e di ascolti. Springsteen nel 1975 era pericoloso, sudato, disperato. È il tempo — e i milioni di padri che hanno messo Born to Run in macchina durante le vacanze — ad averlo trasformato in un’istituzione domestica. La musica non è cambiata; è cambiato chi la ascolta, e dove.
La riabilitazione
Negli ultimi dieci anni, però, è successo qualcosa di nuovo. Il termine ha cominciato a perdere il veleno che aveva all’inizio. Un po’ per il revival del vinile, che ha riportato in auge proprio quel modo di ascoltare — lento, integrale, tattile — che il dad rock presupponeva. Un po’ perché lo streaming, azzerando le gerarchie generazionali, ha permesso ai ventenni di scoprire i Dire Straits senza passare per la mediazione paterna: su Spotify, “Sultans of Swing” e l’ultimo singolo pop di Harry Style convivono nella stessa playlist, e nessuno ti guarda male.
Ma soprattutto è cambiato il rapporto culturale con la competenza. In un’epoca di musica costruita a strati in una cameretta con un laptop — che ha prodotto capolavori, sia chiaro — la vista di cinque persone che suonano insieme in una stanza, sbagliando e correggendosi in tempo reale, ha riacquistato un valore quasi artigianale. Il dad rock è diventato il chilometro zero della musica: sai da dove viene, sai chi l’ha suonato, senti le mani.
I The War on Drugs hanno vinto un Grammy. I Wilco sono venerati da musicisti che hanno la metà dei loro anni. Le ristampe deluxe di Tom Petty vanno esaurite. Il termine che doveva seppellire questa musica è diventato, per eterogenesi dei fini, la sua denominazione di origine controllata.
Una questione di eredità
C’è poi un livello più intimo, che la critica musicale tocca raramente. Il dad rock è, letteralmente, la musica dei padri: quella che abbiamo assorbito senza scegliere, dai sedili posteriori delle automobili, dalle domeniche mattina in cui qualcuno metteva su un disco mentre si preparava il pranzo. È la colonna sonora involontaria dell’infanzia, e per questo lavora in profondità, sotto il gusto, nella zona dove abitano gli odori e le voci.
Riscoprire quella musica da adulti — comprarsi il vinile che il padre aveva, riconoscere in un assolo una stanza di trent’anni fa — non è nostalgia nel senso pigro del termine. È un modo di parlare con qualcuno usando una lingua che non richiede parole. Molti figli hanno fatto pace con i propri padri attraverso una discografia prima ancora che attraverso una conversazione. Il rock, che era nato per dividere le generazioni, è finito a fare da ponte tra di esse: è forse la più grande ironia della sua storia, e la più bella.
Lo specchio che non guardiamo
Ma c’è una verità ancora più scomoda, e va detta guardandosi allo specchio: il dad rock non è più la musica dei nostri padri. Siamo noi. Noi che abbiamo riso dei loro dischi e oggi compriamo in prevendita il nuovo album di Paul McCartney, ottantatré anni, e lo ascoltiamo trovandolo “un buon disco”. Non ci sentiamo la stanchezza, non ci sentiamo la routine di un mestiere ripetuto per la sessantesima volta, non ci sentiamo niente di quasi patetico. Ci sentiamo, sinceramente, in cuor nostro, un buon disco. E lo stesso vale per i Rolling Stones che a ottant’anni suonati pubblicano ancora, e noi annuiamo soddisfatti: “sono ancora in forma”. Anche se non e’ cosi.
Il punto non è se abbiamo ragione o torto — magari sono davvero buoni dischi. Il punto è che non riusciamo più a percepire l’alternativa. Un ventenne che ascolta quelle stesse uscite sente immediatamente ciò che noi non sentiamo più: il peso degli anni, l’inerzia del catalogo, la macchina industriale che gira per abitudine. Noi no. Noi siamo rimasti lì, esattamente nel punto in cui la musica ci ha formati, e da lì non ci siamo mai mossi. Il nostro gusto, per tantissimi di noi, ha smesso di camminare da qualche parte tra i trenta e i quarant’anni, come succede a quasi tutti — gli studi sull’ascolto lo confermano con una puntualità crudele — e da allora chiamiamo “novità” ciò che conferma quello che già amavamo.
Siamo diventati i nostri genitori. Ma con un’aggravante che loro non avevano: non solo non lo ammettiamo, non lo percepiamo nemmeno. Nostro padre, quando metteva su il suo disco di sempre, sapeva di essere un uomo fermo nel suo tempo; c’era quasi una dignità in quella consapevolezza. Noi invece ci crediamo ancora ascoltatori curiosi, aggiornati, con lo streaming a portata di mano e le classifiche sotto gli occhi. Confondiamo l’accesso con l’apertura. Abbiamo tutta la musica del mondo in tasca e continuiamo a tornare alle stesse venti band, convinti che sia una scelta e non un riflesso condizionato.
È questa, forse, la definizione più onesta di dad rock: non un genere, non un canone, ma un punto cieco. La musica che non riusciamo più a giudicare perché ci giudicherebbe.
Elogio della poltrona
Bisogna allora difendere il dad rock proprio per ciò che gli veniva rimproverato: la sua stanzialità. In un ecosistema musicale costruito sull’attenzione frammentata — trenta secondi di ritornello, la canzone che deve esplodere prima che l’ascoltatore scorra oltre — questa musica difende un’idea di durata. L’assolo lungo, il disco da ascoltare per intero, la title track in sesta posizione: sono forme di resistenza al presente, piccole disobbedienze temporali.
Il dad rock, alla fine, non esiste. Esistono dischi, chitarre, canzoni scritte da persone che invecchiando hanno continuato a suonare. Esiste il tempo che passa e trasforma ogni rivoluzione in patrimonio. E esiste quel momento — arriva per tutti — in cui parte “The Boys of Summer” di Don Henley alla radio e ti accorgi di non stare sorridendo con ironia, ma di stare semplicemente ascoltando.
Quel giorno non sei diventato vecchio. Sei diventato, finalmente, un ascoltatore. Fermo, forse. Cieco al tuo stesso punto cieco, quasi certamente. Ma un ascoltatore vero — e in fondo tuo padre, dalla sua poltrona, non chiedeva niente di più.
E poi ci sono io, che in tutto questo mi trovo stranito. Perché a me, per qualche difetto di fabbricazione o colpo di fortuna, il collante non ha tenuto.
I miei vecchi dischi sono lì, in un angolo, impolverati — li guardo con affetto, ogni tanto ne tiro fuori uno, ma non sono più la mia casa. La mia casa è altrove: è nell’ultima band indie di cui ho letto due righe e che mi ha incuriosito abbastanza da farmi ordinare il vinile a scatola chiusa, con lo stesso entusiasmo un po’ febbrile che avevo a diciassette anni davanti allo scaffale delle novità.
Al nuovo McCartney, al nuovo disco degli Stones, dedico un ascolto distratto, di cortesia, come si saluta un vecchio professore incrociato per strada. Un buon disco, forse. Ma non ho bisogno di saperlo.
Pensavo fosse una vittoria. È soprattutto una condizione strana, e nessuno ti avverte del prezzo. Il prezzo sono le serate con i vecchi amici in cui la musica, che era stata la nostra lingua madre, è diventata una lingua morta. Loro ti raccontano con gli occhi accesi che la sera prima hanno riascoltato Guccini, o gli Yes, e tu annuisci, e vorresti dire che c’è un disco uscito tre settimane fa che ti ha tolto il sonno — ma sai già come andrebbe.
Un silenzio gentile, un “ah, non li conosco”, e la conversazione che torna al sicuro, al 1973. Così hai smesso di parlare di musica proprio con le persone con cui hai imparato a parlarne.
Non hai il coraggio di dire “ma sai che questo pezzo di Harry Style non solo e’ bello ma pure che dovresti sentirlo anche tu”. Perche’ loro ti giudicano, non ascoltano suggerimenti. Eppure questo pezzo e’ molto bello.
E i giovani? Nemmeno con loro. Perché i giovani non ascoltano cosa ascolti: guardano chi sei. E vedono un uomo di una certa età, con la barba di una certa età, e la classificazione è istantanea, inappellabile: una persona da dad rock. Non importa che nel sacchetto tu abbia il disco d’esordio di una band che loro scopriranno tra sei mesi. Il punto cieco, ho capito tardi, funziona anche al contrario: come noi non sentiamo la stanchezza negli Stones, loro non sentono la curiosità in noi.
Resto quindi in una terra di nessuno: troppo avanti per i miei coetanei, anagraficamente squalificato per i ventenni. I dischi nuovi li ascolto da solo, e forse è giusto così — in fondo è da solo che si ascolta davvero. Ma certe sere, mentre giro il lato B di qualcosa che nessuno dei miei amici conoscerà mai, mi chiedo se il vero dad rock non sia proprio questo: non la musica da cui non ti muovi, ma quella di cui non hai più nessuno con cui parlare.
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[…] il desiderio di un ascolto più lento e consapevole, come raccontiamo nella nostra riflessione sul valore della musica che ci ha formati. Tenere un disco tra le mani, osservarne la copertina e ascoltarlo dall’inizio alla fine è […]