Da Florence + The Machine a Wolf Alice, passando per St. Vincent ed EWAH: come un album pubblicato venticinque anni fa continua a definire il suono dell’alternative contemporaneo.
Ci sono album che fotografano un’epoca. Altri, più raramente, finiscono per disegnarne il futuro.
Quando nel 2000 PJ Harvey pubblicò Stories from the City, Stories from the Sea, pochi immaginavano che quel disco avrebbe influenzato così profondamente la generazione successiva di musiciste alternative. Oggi basta entrare in un negozio di dischi indipendente – come dimostra anche il reel pubblicato da Suffragette Records in Tasmania – per ritrovare il suo nome accanto ad artiste come Florence + The Machine, EWAH, Wolf Alice, St. Vincent, Sharon Van Etten o Laura Marling. Non è una semplice coincidenza commerciale: è il segno di una discendenza artistica ancora evidente.
Perché alcuni album invecchiano. Altri diventano il punto di partenza di nuove storie.
Un disco arrivato nel momento perfetto
Alla fine degli anni Novanta il panorama rock sembrava aver perso la propria direzione.
Il Britpop aveva ormai consumato la propria spinta creativa, il grunge era sopravvissuto a fatica alla scomparsa di Kurt Cobain e il rock alternativo cercava una nuova identità.
PJ Harvey scelse di non seguire nessuna corrente.
Con Stories from the City, Stories from the Sea realizzò probabilmente il lavoro più accessibile della sua carriera, ma senza rinunciare alla propria personalità. Le chitarre rimanevano protagoniste, ma lasciavano spazio a melodie più luminose, arrangiamenti sofisticati e testi capaci di raccontare il desiderio, la libertà e la solitudine metropolitana con una scrittura quasi letteraria.
Brani come Good Fortune, This Is Love, A Place Called Home, This Mess We’re In e We Float sono diventati piccoli classici dell’indie rock, mentre la presenza di Thom Yorke dei Radiohead in tre canzoni aggiunge un ulteriore livello emotivo a un album già ricco di sfumature.
Il Mercury Prize conquistato nel 2001 fu soltanto la conferma di un disco destinato a durare molto più del suo tempo.
Il vero lascito non è il suono
L’influenza di PJ Harvey non consiste nell’aver creato uno stile facilmente imitabile.
Al contrario.
Il suo contributo è aver dimostrato che una musicista poteva reinventarsi continuamente senza inseguire il mercato, mantenendo il controllo assoluto della propria identità artistica.
Le sue canzoni non cercano mai l’effetto immediato. Preferiscono costruire atmosfere, raccontare personaggi, suggerire immagini. È un approccio che negli ultimi vent’anni è diventato quasi un manifesto per molte artiste della scena indipendente.
Florence Welch: quando la poesia incontra il rock
Tra le eredi più evidenti c’è Florence Welch.
La leader dei Florence + The Machine ha spesso citato PJ Harvey come una delle figure più importanti della propria formazione musicale. Pur scegliendo arrangiamenti orchestrali e una teatralità che Harvey non ha mai cercato, la struttura emotiva delle sue canzoni racconta la stessa esigenza di trasformare esperienze personali in qualcosa di universale.
L’intensità interpretativa, la scrittura ricca di immagini simboliche e la capacità di alternare delicatezza e potenza sembrano proseguire un percorso aperto proprio da Harvey.
St. Vincent e il coraggio di non appartenere a nessuno
Annie Clark, meglio conosciuta come St. Vincent, rappresenta forse la continuazione più intellettuale della lezione di PJ Harvey.
Entrambe hanno costruito la propria carriera rifiutando qualsiasi etichetta definitiva. Ogni disco cambia pelle, cambia linguaggio e cambia prospettiva, senza mai perdere riconoscibilità.
È la dimostrazione che il rock può ancora essere uno spazio di ricerca artistica e non soltanto di intrattenimento.
Wolf Alice: gli eredi naturali
Se si cerca oggi una band che raccolga direttamente il testimone lasciato da PJ Harvey, è difficile non pensare ai Wolf Alice.
Ellie Rowsell possiede quella stessa capacità di trasformare la vulnerabilità in forza espressiva, passando da momenti quasi sussurrati a improvvise esplosioni elettriche. Anche la scrittura della band britannica alterna paesaggi sonori delicati e chitarre abrasive con una naturalezza che ricorda da vicino il percorso intrapreso da Harvey vent’anni prima.
Album come Blue Weekend confermano quanto quella lezione continui ancora oggi a produrre frutti.
EWAH e la nuova indipendenza
Tra i nomi più interessanti della scena australiana compare anche EWAH.
Il legame con PJ Harvey non è tanto musicale quanto filosofico. Produzioni essenziali, libertà creativa, centralità della scrittura e totale indipendenza dalle formule commerciali rappresentano elementi condivisi da entrambe.
Non è un caso che il suo disco Souvenir venga spesso consigliato agli ascoltatori che cercano la stessa sincerità emotiva presente nei lavori della musicista inglese.
Un’influenza che attraversa generazioni
L’elenco delle artiste che, direttamente o indirettamente, mostrano tracce dell’eredità di PJ Harvey è lungo.
Sharon Van Etten ha ripreso l’introspezione narrativa, Laura Marling l’eleganza della scrittura, Bat for Lashes il gusto cinematografico, mentre gruppi come Yeah Yeah Yeahs, Garbage e le più recenti Wet Leg hanno reinterpretato quella libertà creativa secondo linguaggi completamente diversi.
Persino Olivia Rodrigo, appartenente a una generazione molto distante da quella di Harvey, ha riconosciuto l’importanza delle grandi autrici alternative britanniche nella costruzione della propria identità musicale. Non tanto nel suono, quanto nell’idea che vulnerabilità e forza possano convivere nella stessa canzone.
Un disco ancora contemporaneo
Molti album simbolo degli anni Duemila raccontano perfettamente il loro tempo.
Stories from the City, Stories from the Sea, invece, sembra continuare a parlare al presente.
Forse perché non nasce da una moda, ma da una visione artistica. Forse perché le grandi canzoni non hanno bisogno di essere aggiornate. Oppure perché PJ Harvey ha sempre preferito anticipare i tempi invece di inseguirli.
Guardando oggi gli scaffali dei negozi di dischi indipendenti, dove i suoi album convivono naturalmente con quelli di Florence + The Machine, Wolf Alice, St. Vincent, EWAH e molte altre protagoniste dell’alternative contemporaneo, appare evidente una cosa.
PJ Harvey non ha semplicemente inciso uno dei migliori album del XXI secolo.
Ha contribuito a ridefinire il ruolo delle donne nel rock indipendente, offrendo alle generazioni successive qualcosa di molto più prezioso di un suono: la libertà di costruire il proprio.
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