Coro dell’alba Pasquale

Era notte, o forse già mattino. Non saprei dirlo.


Di certo mi trovavo in fondo a un vicolo cieco, davanti a un muro alto, screpolato, coperto da edera viva, come se avesse un respiro proprio.
Dietro di me, il motore della mia auto sbuffava piano, ma non c’erano strade da percorrere, solo nebbia che si addensava, densa come i pensieri che non riuscivo a sciogliere.


“Fai retromarcia,” sussurrò una voce che non vidi. “Torna indietro.”
Ma dove? Quando? Chi sei?
Non cercai risposte.
La realtà era diventata liquida già da tempo, e ogni cosa accadeva senza logica.


Avevo lasciato un altro lavoro recentemente – e forse erano già cento. Avevo abbandonato navi piene di pensieri, città mai esplorate, amori acerbi. Quante cose avevo lasciato?
“Se potessi rifare tutto”, pensai, “spolvererei ogni giorno la polvere creata dai miei spostamenti e forse alla fine troverei una via, una sola via.”


Ed è allora che la vidi: in una pioggia sottile di polvere che pareva dorata cadere dal cielo.
E con essa, migliaia di minuscoli uccellini che cantavano insieme, creando una melodia dolcissima.


Era il coro dell’alba di Pasqua.


Un richiamo, un sorta d’invito: tutto può rinascere, non solo Gesù Cristo, se trovi il coraggio di svegliarti davvero.
Se devi farlo, fallo,” ripeté la voce.
Ti prego, fammi sapere quando avrai avuto abbastanza della luce bianca, del peso della prima ora, per fare la svolta. Quella epocale.
Avanzai. O almeno, così sembrava.
Non camminavo: scivolavo. Ogni passo era più una memoria che un gesto reale.


Il telefono nella mia tasca vibrò.
Pronto pronto, hey hey,” disse una voce allegra.
Forza, chop chop,” continuò.
Risi senza motivo.


Mi ricordai immediatamente di Irene, di come correvamo senza pensare, senza chiudere mai le porte dietro di noi. Ne avevamo aperte tante assieme, mai chiusa una.
Adesso, invece, avevo sbattuto ogni porta che mi si era aperta dinanzi, ed avevo imprigionato ogni possibilità.
“Penso di aver perso qualcosa,” dissi sottovoce, “ma non so cosa.”


Nel vortice di vento che si alzò, vidi immagini spezzate: una casa mai costruita, un amore mai confessato, un viaggio mai iniziato.
Il vento sollevò la fuliggine dai comignoli delle case abbandonate e la intrecciò in spirali.
Dentro ogni spirale, riconobbi volti, luoghi, possibilità.
E tra tutte le immagini, c’era Irene. Sempre Irene.


Prendi un pezzo dei ricordi, poi spezzalo,” mormorò la voce.
“Questo è il rumore. Questo è il vero casino: il coro dell’alba.”
Non sentivo più rabbia, né rimpianto.
Sentivo solo la verità semplice: la vita è fatta di albe infinite. Alcune taciute, altre gridate. Alcune perse, altre conquistate.
Se potessi rifare tutto da capo…” pensai.
Ma la voce rise, tenera.
Big deal, e allora? Non puoi pesare ogni errore come fosse una condanna.”


Davanti a me il sentiero all’improvviso si biforcava.
A destra, una strada lastricata d’oro, scintillante ma vuota.
A sinistra, una pista sterrata che si perdeva nell’ignoto, senza promesse.
È l’ultima occasione,” sussurrò la voce.
Okay, Corral,” dissi, mezzo scocciato e mezzo sarcastico.


Scelsi il sentiero sconosciuto. Nuovamente.


Non per coraggio, ma perché avevo finalmente capito: non esiste un modo giusto di vivere. Esiste solo il vivere. Ed io ho più paura del sentiero sicuro.
Camminai nel nulla, che poi era il tutto. Tutto quello che conoscevo.


Ad un certo istante il cielo si aprì in un’esplosione di luce, bianca e intensa, come una tela vergine.
E in quell’attimo, mentre il coro degli uccelli all’alba cresceva, sentii il passato sciogliersi, come il burro sulla padella appena tiepida: la paura di sbagliare, il bisogno di chiudere porte, il rimpianto. Era tutto lì.


E a quel punto mi dissolsi anch’io.
Con leggerezza.
Con stile.


Con la folle, meravigliosa leggerezza di chi sa che ogni ferita subita, ogni tentativo di rinascita, ogni sogno abbandonato può diventare, di nuovo, un’alba.


Discover more from Urban Mood Magazine

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

You May Also Like

More From Author

Leave a Reply