Brexit e Londra e la lenta scomparsa di un mondo: cosa resta della città europea che abbiamo amato

La chiusura di Spaghetti House non è solo una notizia gastronomica

Quando chiuse il primo pub storico che frequentavo a Finsbury Park (dove avevo visto tra l’altro sui suoi schermi l’Arsenal vincere il titolo a Manchester nel 2001!) pensai fosse solo il segno inevitabile del tempo. Londra cambia, si dice sempre. Cambia strada, cambia pelle, cambia lingua. Poi hanno cominciato a sparire le librerie indipendenti, i piccoli café italiani, i ristoranti greci aperti da famiglie arrivate negli anni Settanta, le bakery polacche nate dopo il 2004, i locali dove i camerieri parlavano cinque lingue e nessuno chiedeva da dove venissi davvero. Bastava esserci. Bastava lavorare. Bastava contribuire a quel caos meraviglioso che aveva reso Londra una delle grandi capitali culturali del pianeta.

Ora anche una storica catena come Spaghetti House abbassa definitivamente le serrande dopo settant’anni. E non è solo la chiusura di un ristorante. Sarebbe troppo semplice raccontarla così. È il simbolo di qualcosa che si sta lentamente sfilacciando da tempo, quasi senza fare rumore. Un pezzo di quella Londra popolare, accessibile, multiculturale e profondamente europea che ha cominciato a perdere ossigeno dopo il referendum sulla Brexit.

Per chi Londra l’ha vissuta davvero, non come turista di un weekend ma come luogo di vita, di lavoro, di crescita personale, il referendum del 2016 resta uno spartiacque doloroso. Una ferita politica ed economica che il Regno Unito non è mai riuscito veramente a rimarginare.


Il referendum che ha cambiato per sempre Londra

E non importa quanti governi siano passati, quanti slogan abbiano provato a sostituire il precedente, quante campagne abbiano tentato di trasformare quel voto in un atto di liberazione nazionale. Le conseguenze continuano a riaffiorare ovunque.

Nella ristorazione, ad esempio, il colpo è stato devastante. Londra viveva grazie a un ecosistema umano fatto di italiani, francesi, spagnoli, polacchi, rumeni, greci, portoghesi. Giovani europei che arrivavano senza paura, trovavano lavoro in pochi giorni, mandavano avanti locali, hotel, mercati, teatri, taxi, studi creativi, giornali, festival culturali. La città respirava grazie a quella mobilità continua.

Dopo la Brexit qualcosa si è spezzato. Prima lentamente, poi tutto insieme. La sterlina ha perso forza. Gli affitti sono diventati insostenibili. Il costo dell’importazione alimentare è salito. La burocrazia si è moltiplicata. Molti europei se ne sono andati. Altri hanno semplicemente smesso di considerare Londra una città possibile.

E questo cambiamento lo percepivi nelle cose più banali. Nei menu più poveri. Nei tavoli vuoti durante la settimana. Nei negozi chiusi a Soho. Nei mercati meno internazionali. Perfino nei silenzi della metropolitana, dove una volta si mescolavano accenti provenienti da tutta Europa.


Quando Londra sembrava il centro del mondo

Ricordo ancora il clima tossico di quei mesi del referendum. Gli autobus rossi con slogan impossibili. La costruzione sistematica di un nemico invisibile. L’illusione che il problema della Gran Bretagna fosse l’Europa e non invece una crisi sociale interna, cresciuta per decenni attraverso disuguaglianze, privatizzazioni e abbandono delle periferie.

Molti votarono Leave non perché odiassero l’Europa, ma perché si sentivano dimenticati. E la politica trasformò quella rabbia in una guerra culturale permanente. Ancora oggi il termine Brexit continua a generare tensioni dentro il Labour, nei Conservatori e perfino nell’opinione pubblica.

Basta osservare il dibattito di questi giorni: da una parte chi definisce apertamente la Brexit una “catastrofe”, dall’altra chi teme che anche solo parlare di ritorno in Europa significhi riaprire una ferita elettorale mai chiusa.

È impressionante quanto quel referendum continui a dominare il presente britannico. Come un fantasma che nessuno riesce davvero a esorcizzare.

Eppure, per chi ha vissuto Londra negli anni Novanta e Duemila, la questione non era solo economica. Era culturale. Esistenziale quasi. Londra rappresentava la possibilità di reinventarsi. Non importava se arrivavi da Cagliari, Varsavia, Lisbona o Napoli. Potevi trovare uno spazio. Potevi diventare parte della città.

Io stesso ho costruito una parte fondamentale della mia vita lì dentro. Ho visto nascere amicizie improbabili tra persone provenienti da paesi che forse non si sarebbero mai incontrate altrove. Ho lavorato in ambienti dove il multiculturalismo non era una parola da conferenza ma una realtà quotidiana fatta di pause caffè, turni massacranti, ironia condivisa e solidarietà concreta.

Londra era un laboratorio umano straordinario.


La crisi invisibile della ristorazione londinese

Ed è forse questo che colpisce maggiormente oggi: la sensazione che la città abbia perso una parte della propria anima internazionale proprio nel momento in cui il mondo avrebbe avuto bisogno del contrario. Più ponti, non meno. Più scambio, non isolamento.

Naturalmente Londra resta una città immensa, creativa, potente. Sarebbe ridicolo raccontarla come un luogo in declino assoluto. Ma chi l’ha conosciuta bene percepisce chiaramente il cambiamento. C’è una stanchezza nuova. Una fragilità economica che una volta sembrava impensabile. E soprattutto c’è un senso diffuso di occasione perduta.

La chiusura di Spaghetti House allora diventa qualcosa di più di una notizia gastronomica. È il piccolo simbolo di una lunga transizione politica e culturale che continua ancora oggi. Un promemoria di quanto le scelte collettive possano modificare il tessuto invisibile delle città.

Perché alla fine le città non vivono soltanto di finanza, grattacieli o turismo. Vivono delle persone che le attraversano. Delle comunità che riescono a costruire.

Brexit e Londra, Italian restaurant with red checkered tablecloths, candles on tables, and rainy street outside
Inside view of Ristorante with warm lighting on a rainy city evening

Il Labour, la Brexit e un paese ancora diviso

Il paradosso è che, a quasi dieci anni dal referendum, la Brexit continua a dividere profondamente la politica britannica. Anche nel Labour il tema resta esplosivo.

Da una parte cresce chi considera ormai evidente il fallimento economico e culturale dell’uscita dall’Unione Europea. Dall’altra c’è il timore costante di alienarsi quelle aree del paese che hanno votato Leave e che ancora percepiscono Bruxelles come il simbolo di una distanza sociale e politica.

È una frattura che nessun partito è riuscito davvero a ricomporre. E ogni volta che qualcuno prova a parlare apertamente di un possibile ritorno europeo, il dibattito si riaccende immediatamente con rabbia, paura e nostalgia.

Forse perché la Brexit non è mai stata soltanto una scelta economica. È diventata una battaglia identitaria. Una guerra simbolica sul significato stesso di cosa voglia dire essere britannici nel XXI secolo.


Londra resta Londra. Ma qualcosa si è spezzato

E forse il grande paradosso della Brexit è proprio questo: nel tentativo di “riprendersi il controllo”, il Regno Unito ha finito per perdere una parte di quella spontaneità internazionale che aveva reso Londra unica al mondo.

Non è nostalgia. O almeno non soltanto. È la consapevolezza che alcune stagioni storiche, quando finiscono, lasciano dietro di sé un silenzio molto difficile da riempire.

Londra continua a brillare di notte. Continua ad attrarre artisti, studenti, creativi e imprenditori. Ma chi l’ha vissuta profondamente sa riconoscere quella sottile differenza tra una città ancora viva e una città che ha perso una parte della propria leggerezza.

La chiusura di Spaghetti House allora non parla soltanto di pasta, insegne o ristoranti storici. Parla di un’epoca che lentamente si allontana. Di una Londra europea che forse non tornerà più nello stesso modo.

E per chi ha costruito lì dentro una parte della propria vita, tutto questo ha inevitabilmente un sapore molto più personale. Ed e’ facile che mi possa permettere una lacrima ogni tanto.



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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