Carta di Solfagnano, due anni dopo: Roberto Pili e la distanza tra un diritto scritto e un diritto vissuto

Nell’intervento che Roberto Pili ha firmato oggi su LongeviTimes per il secondo anniversario della Carta di Solfagnano, c’è una parola che regge tutto il resto: esigibile. Tra un diritto scritto in una dichiarazione internazionale e un diritto che si può pretendere allo sportello di un ufficio, in un’aula scolastica o durante un colloquio di lavoro corre una distanza che si misura in anni, in moduli da compilare, in chilometri che separano un paese dell’interno dal servizio più vicino. Il testo del presidente di IERFOP ETS è, in fondo, il tentativo di misurare quella distanza.

Il 16 ottobre 2024 l’Italia ha ospitato il primo G7 dedicato all’inclusione e alla disabilità, promosso dalla Ministra Alessandra Locatelli. Da quell’incontro è nata la Carta di Solfagnano, con le sue otto priorità strategiche. Due anni dopo, Pili rifiuta il tono dell’anniversario: «A due anni di distanza, la ricorrenza non può limitarsi a una celebrazione. Deve diventare un’occasione per interrogarci sui risultati raggiunti, sulle disuguaglianze ancora presenti e sulla capacità delle istituzioni e della società civile di trasformare gli impegni internazionali in cambiamenti concreti nella vita quotidiana».

Cambiare la domanda

Il primo passaggio è culturale. La Carta si inserisce nel solco della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che legge la disabilità come il risultato dell’incontro tra una persona e le barriere che trova intorno a sé. Pili la riassume con una frase che rovescia la prospettiva consueta: «Non dobbiamo più domandarci soltanto quali limitazioni presenti una persona, ma quali condizioni debbano essere create affinché possa esprimere pienamente le proprie capacità, esercitare i propri diritti e realizzare le proprie aspirazioni».

In Italia questa visione ha preso forma nel Decreto Legislativo 62 del 2024 e nel Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato. Qui Pili individua il nodo: «La vera sfida, oggi, è rendere questo diritto concretamente esigibile, superando le differenze territoriali, le rigidità burocratiche e la frammentazione tra sanità, scuola, formazione, servizi sociali e mondo del lavoro».

Due anni in cifre

Il bilancio di IERFOP, membro dell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità e dell’European Disability Forum, è fatto di numeri precisi. Dalla firma della Carta l’Istituto ha realizzato 150 corsi, per 1.312 ore di formazione e 2.021 partecipanti. Di questi, 510 sono persone con disabilità impegnate in percorsi di autonomia e inclusione lavorativa; 1.511 sono operatori in aggiornamento professionale.

Sul lavoro, Pili è netto. Lo definisce uno dei principali strumenti di autonomia e partecipazione: «Non soltanto una fonte di reddito, ma una componente fondamentale dell’identità e della dignità personale».

Poi c’è la dimensione europea: 15 progetti internazionali con partner di 18 Paesi, tra Erasmus+ e iniziative di innovazione sociale, che hanno coinvolto 292 persone con disabilità visiva e altre disabilità, formato 650 professionisti e raggiunto oltre 50.000 utenti attraverso piattaforme e risorse accessibili. L’obiettivo dichiarato va oltre il singolo progetto: «trasformare la sperimentazione in innovazione strutturale».

La Sardegna come specchio

È nell’Isola che il quadro si fa più nitido, e più duro. Il III Rapporto sulla Disabilità in Sardegna, promosso da IERFOP con il sostegno della Fondazione di Sardegna e curato da Chain Factory, spin-off dell’Università di Cagliari guidato dal professor Alessandro Spano, indica una prevalenza di limitazioni funzionali gravi del 7,7%, contro una media nazionale del 5%. Tra gli over 75 la quota sale al 27,3%. Il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 42,1% delle persone con limitazioni gravi dai 15 anni in su.

«Sono numeri che richiamano una responsabilità collettiva», scrive Pili. E aggiunge che la disabilità «è una dimensione strutturale della società, che investe l’organizzazione sanitaria, il sistema educativo, il mercato del lavoro, le infrastrutture, la mobilità e la sostenibilità del welfare».

Quando disabilità e vecchiaia si incontrano

Per una regione che ha fatto della longevità un pezzo della propria identità, questo è forse il passaggio più importante. «Non possiamo più considerare disabilità e invecchiamento come due fenomeni separati», afferma Pili. Da un lato ci sono persone con disabilità che, grazie alla medicina e alla riabilitazione, raggiungono età avanzate; dall’altro, persone che incontrano la disabilità proprio invecchiando.

Da qui nasce DISABILIT-AGING, la proposta di IERFOP che lega le politiche sulla disabilità alla prevenzione, alla riabilitazione e alla promozione della longevità funzionale. Dentro c’è un’attenzione specifica a una barriera nuova e spesso invisibile, il divario digitale: «Per una persona anziana o con disabilità, non poter utilizzare autonomamente uno smartphone, accedere a un servizio sanitario digitale o svolgere una procedura amministrativa online può significare perdere una parte importante della propria indipendenza».

Cominciare dalla scuola

L’altra priorità guarda ai più giovani. Aspettare la fine del percorso scolastico per chiedersi quale futuro attende un ragazzo con disabilità significa arrivare tardi. «Il Progetto di Vita deve iniziare a prendere forma proprio nei luoghi nei quali si costruiscono le aspirazioni e si sviluppano le competenze: la scuola, l’università e i contesti educativi». IERFOP sta preparando in Sardegna un intervento pilota per portare la cultura del Progetto di Vita negli istituti superiori e negli atenei.

Nulla su di noi, senza di noi

La chiusura dell’intervento torna al principio che ha dato senso alla Carta. Il motto storico del movimento delle persone con disabilità, per Pili, «deve diventare un criterio permanente di governo, progettazione e valutazione delle politiche pubbliche». E le politiche vanno misurate sui risultati: autonomia, occupazione, accessibilità, qualità della vita, più che sulle risorse spese o sul numero di servizi erogati.

L’ultima riga è anche la più ambiziosa. L’eredità di Solfagnano, scrive, deve essere questa: «passare dalla proclamazione dei diritti alla loro concreta esigibilità, dall’assistenza all’autodeterminazione, dall’inclusione dichiarata all’inclusione vissuta».

Resta da vedere quanto di questa distanza verrà colmato nei prossimi due anni. Il metro, almeno, adesso è chiaro.

Leggi l’intervento integrale di Roberto Pili su LongeviTimes: Carta di Solfagnano, due anni dopo: dai principi ai diritti, la sfida di un’inclusione reale


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