Da Cagliari a Santiago: quando dieci sardi con disabilità visiva dimostrano che i limiti sono spesso altrove

Ci sono viaggi che iniziano con uno zaino e finiscono con una fotografia davanti a una cattedrale.

E poi ci sono viaggi che cambiano il modo in cui una persona guarda sé stessa.

Il Cammino di Santiago completato in questi giorni da dieci persone con disabilità visiva provenienti dalla Sardegna appartiene decisamente alla seconda categoria.

Per sette giorni hanno camminato lungo i sentieri della Galizia, partendo da Sarria e raggiungendo Santiago de Compostela dopo oltre 115 chilometri percorsi insieme ai loro accompagnatori. Venti persone in totale, arrivate dalla Sardegna grazie a un progetto promosso da IERFOP ETS di Cagliari.

A prima vista potrebbe sembrare soltanto una bella storia di sport, turismo o pellegrinaggio.

In realtà è molto di più.

Chiunque abbia affrontato il Cammino di Santiago sa che non si tratta semplicemente di mettere un piede davanti all’altro. Ci sono le salite che sembrano non finire mai. Ci sono le vesciche, il caldo, la pioggia, la stanchezza che arriva improvvisamente dopo decine di chilometri. Ci sono i momenti in cui il corpo chiede di fermarsi e la mente deve trovare un motivo per continuare.

Ora immaginate di affrontare tutto questo senza poter vedere il sentiero davanti a voi.

È qui che questa esperienza assume un significato particolare.

Non perché le persone con disabilità visiva abbiano bisogno di essere celebrate come eroi. Al contrario. Il punto è dimostrare che troppo spesso i limiti vengono costruiti dalla società prima ancora che dalle condizioni fisiche delle persone.

Il progetto sviluppato da IERFOP ETS nasce proprio da questa convinzione.

«L’obiettivo del progetto è fare in modo che le persone con disabilità visiva possano affrontare la sfida con sé stesse, misurandosi con le dinamiche di gruppo attraverso la consapevolezza delle proprie forze, capacità ed emozioni, conquistando così maggiore autostima e autonomia», aveva spiegato il presidente Roberto Pili alla vigilia della partenza.

Dietro quella frase non c’era però soltanto una teoria.

C’era un’organizzazione concreta.

Per mesi il gruppo si è preparato fisicamente e psicologicamente all’esperienza. Ogni partecipante è stato affiancato da un accompagnatore dedicato. Le spese necessarie sono state sostenute dal progetto affinché nessuno fosse escluso per ragioni economiche.

Una scelta che Bachisio Zolo, direttore della Formazione di IERFOP, riassume con parole molto semplici.

«L’inclusione non si improvvisa: si progetta, si prepara e si accompagna con serietà».

Forse è proprio qui la lezione più importante di questa esperienza.

Troppo spesso si parla di inclusione come di un concetto astratto. Una parola elegante da utilizzare nei documenti istituzionali o nelle conferenze pubbliche.

In Galizia, invece, l’inclusione è diventata qualcosa di molto concreto. Era presente nei chilometri percorsi insieme.

Era nelle mani che aiutavano a superare un ostacolo sul sentiero. Era nelle conversazioni nate durante le pause.

Era nella fiducia reciproca costruita giorno dopo giorno.

A guidare il gruppo è stato Alessandro Casuccio, coach professionista e autore del libro Waalking Coaching – Cambiamento in Cammino. Con oltre vent’anni di esperienza lungo i grandi cammini europei e circa 10.000 chilometri percorsi sul Cammino di Santiago nel corso della sua vita, Casuccio conosce bene il potere trasformativo del camminare.

Chi percorre Santiago racconta spesso che il vero viaggio non avviene sui sentieri, ma dentro le persone.

Forse è per questo che molti pellegrini tornano a casa diversi da come erano partiti. Ed è probabilmente ciò che è accaduto anche ai dieci partecipanti sardi.

Perché il risultato più importante non è arrivare davanti alla Cattedrale di Santiago.

Non sono i 115 chilometri. Non è la credenziale piena di timbri.

Il vero risultato è scoprire che si è capaci di fare qualcosa che fino a pochi mesi prima sembrava impossibile.

L’iniziativa assume un valore ancora maggiore se si considera la sua dimensione. In Europa non sono molte le esperienze che hanno coinvolto contemporaneamente un gruppo così numeroso di persone con disabilità visiva all’interno di un progetto strutturato e accompagnato da professionisti specializzati.

Non si tratta quindi soltanto di una bella esperienza personale. È un modello.

Un esempio concreto di come sia possibile costruire opportunità reali per le persone con disabilità quando esistono visione, competenze e volontà di investire sulle persone.

Alla fine del Cammino ogni pellegrino riceve una Compostela, il documento che certifica il viaggio compiuto.

Ma i dieci partecipanti sardi tornano a casa con qualcosa di più importante di un attestato.

Tornano con la consapevolezza di aver attraversato una parte della Spagna. E, forse, anche una parte di sé stessi.

In un tempo in cui si parla spesso di inclusione senza sapere davvero cosa significhi, il gruppo partito da Cagliari ha dato una risposta semplice e concreta.

Il cammino di Santiago da parte del gruppo di dieci disabili provenienti dalla Sardegna

A volte l’inclusione è una parola.

Altre volte è un sentiero lungo 115 chilometri.


Per chi volesse saperne di piu’ di questo viaggio, vi rimando ai bei video e interviste rilasciate durante il cammini e inoltre nei prossimi giorni si riparlera’ di questa esperienza, in cui verranno riportate interventi e maggiori informazioni .

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