di Massimo Usai
A Bitti, a Orune, nei paesi della Barbagia che i demografi hanno imparato a chiamare Blue Zone, quattro uomini si dispongono in cerchio, le spalle leggermente curve l’uno verso l’altro, e cantano. Il canto a tenore non ha spartito, non ha direttore, non ha bisogno di pubblico: esiste perché quattro voci decidono di esistere insieme. Nessuno chiede l’età di chi entra nel cerchio, né le sue condizioni. Il cerchio ha una sola regola: dentro.
È da questa regola che bisogna partire per capire un fatto che i manuali della longevità continuano a trascurare. Si parla di dieta, di movimento, di scopo. Si parla molto meno di musica e longevita’, e quasi mai della sua funzione più antica: includere. Eppure invecchiare male ed essere esclusi sono, alla lettera, lo stesso processo. La solitudine cronica ha effetti sulla mortalità paragonabili a quelli del fumo; la perdita di ruolo sociale accelera il declino cognitivo; la disabilità, quando diventa isolamento, invecchia le persone prima del tempo. La musica agisce esattamente su questo snodo. Non è un ornamento della vita lunga: è una tecnologia dell’appartenenza.
Cosa dice la scienza
I primi indizi arrivano dalla Scandinavia, dove studi epidemiologici condotti a partire dagli anni Novanta hanno osservato un’associazione tra partecipazione ad attività culturali e mortalità più bassa, anche correggendo per reddito, istruzione e salute iniziale. Correlazione, non causalità. Ma la fisiologia offre meccanismi plausibili, e quasi tutti passano per il canto condiviso: il coro abbassa il cortisolo, aumenta le immunoglobuline salivari, e — come ha documentato un gruppo di ricerca dell’Università di Göteborg — sincronizza i battiti cardiaci dei coristi, guidati dal respiro comune della frase musicale. Un coro è un organismo che respira all’unisono.
C’è poi la memoria. Negli stadi avanzati dell’Alzheimer, quando i nomi dei figli si dissolvono, la memoria musicale resiste: uno studio pubblicato su Brain nel 2015 ha mostrato che le regioni cerebrali che la codificano sono tra le ultime a essere colpite dall’atrofia. E c’è il ritmo come protesi: nella malattia di Parkinson, la stimolazione ritmica uditiva — camminare a tempo di musica — migliora in modo misurabile l’andatura e riduce i blocchi motori. Nella riabilitazione post-ictus, la terapia dell’intonazione melodica permette a persone che hanno perso la parola di ritrovarla cantandola. Sono tutti casi in cui la musica non consola: riabilita, cioè restituisce abilità. Che è la definizione tecnica dell’inclusione.

Cosa sanno le canzoni dell’invecchiare
Se la scienza misura, le canzoni sanno. Leonard Cohen pubblicò You Want It Darker a ottantadue anni, diciannove giorni prima di morire: un disco che guarda la fine senza distogliere lo sguardo e tratta la mortalità come un negoziato — un uomo che si presenta all’appuntamento, puntuale, con la cravatta buona. Johnny Cash ne aveva settanta quando reincise Hurt, scritta da un uomo della metà dei suoi anni: nella sua voce una canzone sull’autodistruzione giovanile divenne un inventario di ciò che resta. I gerontologi lo chiamano life review, revisione narrativa della propria vita, e lo considerano protettivo: chi riesce a raccontarsi invecchia meglio di chi rimuove.
Il repertorio è più vasto di quanto si pensi. Old Friends di Simon e Garfunkel mette due vecchi su una panchina e chiede all’ascoltatore ventenne quanto sia strano immaginarsi a settant’anni — una domanda che la demografia europea ha reso meno teorica di allora. Eleanor Rigby dei Beatles resta, a sessant’anni di distanza, la descrizione più esatta della solitudine anziana nelle società urbane: tutta quella gente sola, e la domanda su da dove venga. The Living Years dei Mike and The Mechanics racconta le parole non dette tra un figlio e un padre morto prima che la conversazione avvenisse — il tema intergenerazionale che ogni politica sull’invecchiamento attivo tenta di tradurre in progetti e che una canzone pop aveva già risolto in cinque minuti.
E poi c’è Ben Watt, metà degli Everything But The Girl, quasi ucciso a trent’anni da una malattia autoimmune rarissima e autore, in Patient, di uno dei memoir più lucidi mai scritti sulla malattia. Vent’anni dopo, in Hendra, ha trasformato lutto e sopravvivenza in canzoni asciutte, dove la fragilità del corpo convive con una gratitudine feriale. La sua è la dimostrazione che la seconda vita — quella che comincia dopo la diagnosi — può avere una scrittura propria, più lenta e più esatta.
Cosa sanno i musicisti dell’inclusione
Qui il discorso si allarga, perché la storia della musica è anche una lunga smentita dell’idea che la disabilità sia un confine. Stevie Wonder, cieco dalla nascita, non è stato incluso nella musica americana: l’ha guidata per mezzo secolo. Andrea Bocelli, che ha perso la vista a dodici anni, è oggi una delle voci italiane più riconoscibili al mondo — e la sua fondazione lavora proprio sull’accesso all’educazione e alle opportunità. Ray Charles inventò pezzi interi del linguaggio soul senza aver mai visto un pianoforte.
Ma l’esempio che parla più direttamente all’Italia è Ezio Bosso. Direttore d’orchestra e pianista, colpito da una malattia neurodegenerativa che gli tolse progressivamente il controllo del corpo, continuò a dirigere finché fu fisicamente possibile, ripetendo in ogni intervista una convinzione semplice: la musica, come la vita, si può fare soltanto insieme. Bosso non chiedeva di essere ammirato per la sua condizione — la detestava, quella retorica — ma di essere giudicato per il suo lavoro. È la differenza, che ogni operatore dell’inclusione conosce, tra pietismo e diritti.
E c’è un’immagine che riassume tutto: il Coro di Manos Blancas, nato in Venezuela dentro il Sistema delle orchestre giovanili di José Antonio Abreu e replicato anche in Italia. Bambini e ragazzi sordi che “cantano” con guanti bianchi, disegnando la musica nell’aria con le mani, accanto al coro vocale. Non un coro per sordi: un coro dove la sordità è una delle voci. Fabrizio De André, che passò la vita a cantare dalla parte degli ultimi, avrebbe riconosciuto il gesto — la sua intera opera sostiene che una comunità si misura da chi lascia entrare nel cerchio, non da chi ne tiene fuori.
Tornare al cerchio
Il filo che lega Göteborg alla Barbagia, Cohen a Bosso, i tenores alle mani bianche, è sempre lo stesso: la musica funziona quando è pratica condivisa e non consumo. Ascoltare da soli ha i suoi benefici — la dopamina non chiede compagnia. Ma gli effetti robusti, quelli che compaiono negli studi di popolazione, riguardano la musica fatta insieme: il coro parrocchiale, la banda del paese, il laboratorio musicale del centro diurno, i quattro uomini in cerchio.
Forse è questa la voce da aggiungere ai manuali della vita lunga. Non “ascolta più musica”, che è un consiglio da piattaforma di streaming, ma qualcosa di più antico e più impegnativo: trova delle voci a cui unire la tua, e tieni il cerchio abbastanza largo da farci entrare chi arriva dopo, chi cammina più piano, chi canta con le mani. La longevità, in fondo, è sempre stata una questione di polifonia. E la polifonia, per definizione, non esclude nessuno.
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