C’è un genere di poster, in casa, che non serve a decorare: serve a ricordare. MonoQuote nasce da lì — da frasi abbastanza brevi da stare su un muro, abbastanza vere da restarci per anni. Dietro ognuna, nel libro «L’ultima riga di una storia mai scritta» (MonoStories, Vol. I), abbiamo scritto la stanza da cui quella frase è uscita. Trovate la nostra recensione completa del libro qui su Urban Mood Magazine; oggi vi raccontiamo invece una storia sola: un racconto sulle radici, su un cardiologo che ha cancellato il proprio accento e sul giorno in cui il dialetto torna a galla.
Chioma e Radice
Ispirata al poster Tree and Roots Poster — Duality Minimalist Wall Art
“The surface is not the truth.”
In città, il dottor Adrian Vasile non ha accento. Non è fortuna: è ingegneria. Ventisei anni di lavoro — le vocali limate, la grammatica dell’infanzia levigata via, la biografia ridotta a una sola riga, «originario del sud», pronunciata in un tono che chiude l’argomento. È primario di cardiologia, un uomo di scaffali di vetro e lauree incorniciate, ammirato come si ammira una torre ben costruita.
Il villaggio dove è nato è a sei ore di treno e a un’intera vita di distanza. Manda soldi ogni mese e se stesso quasi mai. Quando sua madre telefona, lui risponde nella lingua della città; lei risponde nell’altra, quella sepolta. Le telefonate sono brevi, perché una conversazione divisa tra due lingue è una conversazione divisa.
Poi lei muore, a ottobre, e il treno lo porta a sud attraverso sei ore di geografia che si assottiglia. Si ritrova nella chiesa del villaggio con il suo bel cappotto — immediatamente, catastroficamente straniero — a seppellirla. Il prete gli chiede se vuole dire qualche parola. Si alza. Ha preparato un discorso, nella lingua della città, dignitoso. Arriva a quattro frasi prima di abbassare lo sguardo e vedere, nel primo banco, i volti delle vecchie che lo avevano nutrito negli inverni brutti.
Il discorso preparato gli muore in bocca.
Quello che esce al suo posto viene da sotto il discorso. Esce in dialetto.
Sente la propria voce farlo e non riesce a fermarla, e poi non vuole: le parole vecchie, le prime parole, che risalgono attraverso di lui come acqua attraverso un tronco.
Sul treno di ritorno, siede con la strana leggerezza di un uomo il cui accento si è slegato, e pensa agli alberi lungo la linea ferroviaria — a come ognuno di essi sia in realtà due alberi.
«I colleghi conoscevano la sua chioma nei minimi dettagli. Delle sue radici sapevano quello che lui permetteva: nulla.»
«Puoi correggere la chioma all’infinito. L’apparato radicale non accetta revisioni.»
Un racconto sulle radici, sull’accento e su ciò che resta sotto
È una storia che tocca chiunque abbia lasciato un posto per diventare un altro — chi ha limato un accento, cambiato registro, imparato a essere «presentabile» in una stanza che non era la sua stanza d’origine. La domanda che pone non è se valga la pena farlo. È cosa succede a ciò che resta sotto, quando smetti di dargli voce. È lo stesso territorio che Annie Ernaux ha esplorato per una vita nei suoi libri: la distanza tra chi eravamo e chi abbiamo imparato a sembrare. E per chi è cresciuto in Sardegna, le prime parole hanno spesso il suono di quelle che raccontiamo in Brebus e Maias, le parole magiche della Sardegna.
Il poster ispirato a questa storia mostra un albero diviso a metà: la chioma sopra la linea di terra, le radici sotto, identiche in ampiezza. È uno dei pezzi più scelti della collezione MonoQuote, anche come regalo, da chi vive lontano da dove è cresciuto — uno studente fuori sede, un emigrato, chiunque parli oggi una lingua diversa da quella dei propri nonni.
Cosa fa il dottor Vasile nei mesi dopo il funerale, e perché ora risponde a sua sorella in dialetto con la porta dell’ufficio aperta — lo scoprite nella storia completa.
Questa è solo l’apertura di una delle cinquanta storie di «L’ultima riga di una storia mai scritta» (MonoStories, Vol. I), un racconto per ogni poster MonoQuote. Tutta la collezione la trovate su monoquote.com. Se prima di comprare il libro volete un parere più disteso del nostro, la recensione completa è qui su Urban Mood Magazine. E se questa immagine vi è rimasta in testa, il poster che l’ha ispirata è a un clic di distanza. Dalla stessa raccolta abbiamo già pubblicato anche La conchiglia che portava il mare, Divenire, il seme che ha aspettato settanta milioni di anni e Due tazze, seimila chilometri.
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