Recensione di «L’ultima riga di una storia mai scritta»: Cinquanta racconti — MonoStories, Volume primo

Cinquanta racconti, un disegno alla volta. La serie MonoStories inaugura il suo primo volume. Questa e’ la nostra recensione.

Ci sono libri che si leggono e libri che si abitano. «L’ultima riga di una storia mai scritta», primo volume della serie MonoStories, appartiene alla seconda categoria: cinquanta racconti brevi, ognuno nato da un disegno — una di quelle immagini che vivono sul muro di casa e che, guardate abbastanza a lungo, cominciano a raccontare una storia.

Il punto di partenza sono le illustrazioni di Hanna Simonis, le stesse che si trovano come poster su MonoQuote: tratti essenziali, incisi, un po’ fuori dal tempo, ciascuno accompagnato da una citazione. Da lì nasce tutto. Ogni racconto prende le mosse da un disegno e dalla sua quote, e da quel seme minimo lascia germogliare una piccola storia. È un dialogo tra ciò che si vede, ciò che è già scritto sul poster e ciò che si immagina: l’immagine a sinistra, le parole a destra, e in mezzo lo spazio dove il lettore mette del suo.

L’idea è semplice e bellissima nella sua economia. Sono storie da cinque minuti, misurate sul tempo di un caffè, ma capaci di lasciare quel retrogusto che rimane quando la tazza è ormai vuota. Nessuna pretende di spiegare il proprio disegno: lo prolunga, lo interroga, a volte lo tradisce con affetto, come fanno le storie migliori con le immagini che le hanno generate.

C’è poi un secondo cuore in questo libro, ed è il modo in cui è stato scritto. «L’ultima riga di una storia mai scritta» è un lavoro a quattro mani: i disegni e la voce di Hanna Simonis, Il libro scritto da prima in polacco e poi la scrittura condivisa ed adattato in italiano da Massimo Usai. Si sente, in senso buono. C’è una tessitura a due timbri — uno più lirico, uno più asciutto — che si passano la parola senza mai stonare, e che danno alle cinquanta storie un respiro comune pur restando ciascuna un piccolo mondo chiuso. Il bianco e nero delle illustrazioni fa il resto: diventa parte del ritmo, una pausa visiva tra un racconto e l’altro.

Hanna Simonis scrive con una grazia asciutta, senza mai indulgere nel sentimentale — anche quando i temi sono quelli grandi: la felicità, la memoria, le cose non dette, il senso di ciò che passa. E proprio perché non alza mai la voce, arriva.

Non è un libro che si divora. È un libro da tenere sul comodino, da aprire a caso, da regalare a chi amiamo con la certezza di non sbagliare. Come recita la frase di chiusura, «da leggere finché il caffè è caldo, e da rileggere quando si sarà raffreddato».

Un debutto misurato e affettuoso per una serie che promette di crescere — e che ha il pregio raro di far venire voglia, chiuso il libro, di andare a cercare i disegni da cui tutto è partito, che sono si presenti nel libro, ma che visti sul computer hanno un aspetto differente. Il secondo volume è già una cosa che si aspetta.


Copertina di un libro intitolato 'L'ultima riga di una storia mai scritta', con un'immagine di una persona seduta a un tavolo. Il testo promuove cinquanta racconti e invita a partire dalla fine.

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