L’isola che dava le spalle alla terra

Quarant’anni fa misuravo l’aria all’aeroporto di Alghero. C’era uno scoglio, là fuori, che non aveva bisogno dei miei numeri.


Quarant’anni fa, per mestiere, misuravo l’aria.

Avevo poco più di vent’anni e un lavoro che a raccontarlo oggi sembra inventato: tre volte al giorno prendevo la temperatura, leggevo l’umidità, segnavo la direzione del vento, e poi compilavo i piani di volo nella palazzina della meteo dell’aeroporto di Fertilia, la Riviera del Corallo, quella striscia di asfalto buttata tra gli ulivi e il mare a nord di Alghero. Trasformavo il cielo in cifre. Il mondo arrivava sul mio tavolo sotto forma di sigle e decimali — pressione, visibilità, quota delle nuvole — e io lo passavo a chi doveva decollare, come se l’aria fosse una cosa che si poteva davvero dire in cinque numeri.

Il maestrale, lì, non si misurava: si subiva. Veniva da nordovest, da Capo Caccia, e quando soffiava forte la manica a vento sul campo restava tesa come un dito puntato per ore. Io scrivevo raffiche, scrivevo gradi, scrivevo i nodi sulla scheda, e intanto fuori dalla finestra il vento faceva quello che voleva, ridendo della mia aritmetica.

Le giornate erano lunghe e quasi tutte uguali. Aerei pochi, turisti pochi — era un’altra Sardegna, prima dei voli low cost, prima di tutto. Tra una rilevazione e l’altra c’era il silenzio, l’odore di kerosene e di elicriso, e la radio che gracchiava di tanto in tanto come per ricordarci che da qualche parte, nel resto del mondo, qualcosa accadeva.

Nei giorni liberi prendevo la corriera fino al capo. Non per i turisti, non per la grotta. Andavo a guardare la Foradada.

Era — è — uno scoglio enorme di calcare al largo del promontorio, ottanta metri di pietra color pane vecchio che si alzano dritti dal blu. Da lontano sembra il dorso di un animale che dorme; da vicino è una parete che non concede appigli, levigata dal maestrale fino a parere disegnata a matita. In cima un ciuffo di verde testardo, sotto il mare che si rompe in schiuma bianca contro lo zoccolo nero. Stava lì, al largo, voltata verso l’orizzonte. Dava le spalle alla terra.

Io la guardavo per ore, seduto sull’erba dura del capo, con il taccuino in tasca che non aprivo mai. Perché quella pietra, l’avevo capito presto, era l’unica cosa che sfuggiva al mio mestiere. Non avevo un codice per lei. Non c’era una sigla, sulla mia scheda, per una roccia che resta esattamente dove l’hai lasciata. Potevo misurare il vento che le passava addosso, l’aria, la temperatura del giorno — ma lei no. Lei non si lasciava ridurre a niente.

Avevo vent’anni e già sapevo che me ne sarei andato. Lo sapevo come si sanno certe cose a quell’età, senza ancora avere il coraggio di dirlo a voce. Sarei partito, avrei attraversato mari più freddi, avrei imparato altre lingue e altri silenzi, avrei messo tra me e quell’isola una distanza fatta di anni e di città. Andarsene lo sanno fare tutti, a vent’anni. Ci vuole un coraggio da poco.

La Foradada, invece, restava. Quello sì era difficile. Stare fermi mentre tutto — il vento, il mare, i ragazzi come me — ti spinge a muoverti: quello è da rocce, non da uomini.

Me ne andai alla fine di quell’anno, con la valigia e una cartella piena di piani di volo che non avrei mai più riguardato. Smisi di misurare l’aria. Cominciai a fare altro, a essere altro, in posti dove la parola maestrale non significava niente per nessuno.

Sono passati quarant’anni. Io sono diventato tre o quattro persone diverse, ho cambiato indirizzo, accento, abitudini. Della palazzina della meteo non so neanche se esista ancora. Ma la Foradada è là. Lo so senza bisogno di controllare. Continua a dare le spalle alla terra, fedele a un mare che non la ringrazierà mai, indifferente a tutti i ragazzi che l’hanno guardata e poi sono partiti.

Forse è per questo che andavo a trovarla, nei giorni liberi. Avevo bisogno di una cosa sola che non sarebbe cambiata mai — una sola — per potermi permettere il lusso di cambiare io.

Le mie temperature di quell’anno le ha cancellate il tempo, come si cancella tutto. Lo scoglio no. Lo scoglio è ancora lì a misurare l’aria al posto mio, alla sua maniera: standoci dentro, senza scriverla.


Aeroporto di Alghero-Fertilia, un anno della mia vita di cui restano poche carte e una pietra.

Historic coastal town of Alghero with stone walls, boats on turquoise water, and distant mountains
A scenic view of a historic town by clear turquoise sea with boats and mountains
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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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