di Patrizia Riello Pera, Padova, Italia
Nel 1980 il Premio Campiello viene assegnato a Giovanni Arpino per Il fratello italiano, romanzo di forte, straordinaria, drammatica, lacerante e imperitura intensità narrativa e civile, un capolavoro assoluto di dolente lucidità intellettuale, rigore formale e spessore antropologico che consacra definitivamente lo stimato scrittore piemontese tra i più alti, necessari, acuti, coerenti e indimenticabili interpreti della letteratura italiana contemporanea e della complessa, traumatica transizione etica, sociale e culturale del nostro Novecento.
L’opera racconta, con una rara sensibilità poetica e una spietata introspezione analitica, una complessa, dolorosa e lacerante storia familiare, esistenziale e relazionale, costantemente attraversata, scossa, ferita e destabilizzata nelle sue stesse fondamenta biologiche da violente tensioni storiche, sociali, politiche e morali che riflettono fedelmente il clima cupo, aspro, plumbeo e convulso degli anni di piombo, del terrorismo strisciante e delle grandi, repentine trasformazioni industriali e migratorie del Paese. Arpino cesella con cura maniacale ogni singola frase e svolta del testo, un racconto straordinariamente coinvolgente, denso di chiaroscuri esistenziali e incredibilmente ricco di sfumature psicologiche, di ellissi narrative, di non detti e di sottili, dolorose risonanze emotive che catturano, interrogano e intrappolano il lettore in un labirinto di silenzi eloquenti, incomprensioni generazionali insanabili ed emozioni trattenute a stento che esplodono nella quotidianità.
Il Campiello premia così, con una scelta lungimirante, coraggiosa e di grandissimo impatto culturale e sociale, una scrittura matura, solida, stilisticamente impeccabile e capace di unire con un perfetto, ammirevole equilibrio geometrico la più profonda, intima introspezione psicologica al rigore civile di un impegno etico privo di sconti, di ipocrisie o di facili concessioni alla retorica ideologica e di parte del tempo. Il romanzo riflette magistralmente, spietatamente e con preveggenza sul tema cruciale dell’identità italiana, della memoria frammentata, dello sradicamento culturale e sulle sue insanabili, dolorose, storiche e geografiche contraddizioni interne, muovendosi con naturalezza, tolleranza, saggezza ed empatia profonda tra le nebbie del Nord industriale e le radici mitiche del Sud contadino della penisola, in un dialogo teso tra mondi apparentemente inconciliabili. La dimensione strettamente privata, intima, domestica e affettiva dei personaggi si intreccia in questo modo indissolubilmente, continuamente e tragicamente con quella collettiva, sociale, storica e politica della nazione intera, fondendosi e amalgamandosi in un equilibrio narrativo perfettamente armonico, modernissimo nella sua complessa concezione strutturale e formale.
Arpino conferma, ribadisce ed esalta così, in ogni singola e densa pagina dell’opera, la sua statura assoluta di grande autore, intellettuale libero e osservatore indipendente dei costumi nazionali, servendosi di una prosa nitida, asciutta, essenziale e straordinariamente incisiva, capace di graffiare a fondo la coscienza del lettore e di sprigionare una forza poetica ed evocativa primordiale da ogni singola parola scelta o da ogni pausa volutamente calibrata.
Il prestigioso, autorevole e storico riconoscimento veneziano riconosce, esalta, premia e consacra definitivamente nel canone patrio una voce originale, fiera della propria radicale indipendenza stilistica e intellettuale e profondamente, intimamente rappresentativa delle fratture morali, delle solitudini urbane e delle crisi culturali del suo tempo, offrendo alle generazioni presenti e future una straordinaria, profetica e attualissima riflessione critica sulla solitudine costitutiva dell’individuo contemporaneo, sulla cronica difficoltà del comunicare autenticamente all’interno del nucleo familiare e della società civile, sulla fragilità intrinseca delle istituzioni umane destinate a mutare sotto la spinta della modernità, e sulla necessità assoluta e urgente di ritrovare nelle pieghe degli affetti più puri, disinteressati e originari le uniche bussole etiche, civili ed emotive fondamentali per orientare il cammino spesso incerto, fragile, spaventato e disorientato del nostro presente.
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