Intervista a Milka Gozzer

Per chi ancora non la conoscesse, chi è Milka Gozzer e come nasce il suo percorso nel mondo della scrittura?

Google mi definisce una “trattatista”, il che suona strano perché non ho mai scritto un trattato! Preferirei “romanziera”, è quello che sono e che ho sempre voluto essere fin da quando ho cominciato a leggere romanzi. 

Prima di diventare scrittrice  ha lavorato come giornalista professionista. Quanto ha influenzato il giornalismo il suo modo di raccontare le storie?

Quando scrivi un articolo non hai storie da inventare, ma fatti da riferire. Al contrario la scrittura romanzesca gioca con la fantasia e la verosimiglianza. Forse un tratto che accomuna i due mestieri riguarda la profondità, lo scavo, il non fermarsi alla superficie. Ho creduto molto nel mestiere di giornalista durante la mia formazione. La mia esperienza attiva nei giornali, prima che mi licenziassi, è durata circa vent’anni. Ho imparato moltissimo: a riconoscere le fonti, a scrivere rapidamente, a comprendere meglio certi processi sociali. Ho fatto anche la cronista di nera e di giudiziaria, esperienze che ora mi tornano utili nella stesura di romanzi gialli. Mi piace mescolare realtà e finzione romanzesca, l’ho fatto nel romanzo “Il gatto di Depero” con personaggi e luoghi reali protagonisti di una vicenda inventata. 

Ha viaggiato molto e ha scritto reportage da diversi Paesi. Quale insegnamento le hanno lasciato questi viaggi che oggi ritroviamo nei suoi romanzi?

Sì, è vero, ho girato praticamente tutto il globo negli ultimi trent’anni. Ma, anche se ho pubblicato diversi reportage, l’ho sempre fatto per diletto. Ho cominciato con questa fissa di girare il mondo in bicicletta durante le vacanze molto tempo fa, e non ho mai smesso. Sono sempre stata affascinata dalle persone. Mi piace immergermi nella moltitudine in cerca di sfumature. Viaggiando in modo lento, senza l’affanno di dover vedere assolutamente qualcosa, ma assorbendo quello che ti accade e ti arriva casualmente, ti confronti con l’inaspettato, è una bella sensazione, costruttiva, ti fa sentire coraggiosa, ardita. La prima volta che sono sbarcata in Asia con la bici, è stato in Vietnam, nel 1998. Dopo tre giorni avevo smarrito la guida. All’inizio mi sono sentita persa –  non c’erano ancora gli smartphone. Eppure non è accaduto nulla di terribile, anzi ho attraversato il paese da Hanoi a Saigon in tutta sicurezza. Avevano appena realizzato la statale che collega il paese da nord a sud. Ricordo una strada larga, deserta se non per qualche manciata di vietnamiti che trasportavano pile di tappeti alti come condomini sul portapacchi della bicicletta. Avevo il sole dell’est in faccia e una meravigliosa sensazione addosso. Adesso mi dicono che sarebbe impossibile rifare quell’esperienza, troppe automobili. Ho viaggiato molto, ma nei miei romanzi non parlo di viaggi. Sono quasi tutti ambientati nella terra dove sono nata e dove vivo. 

Nei suoi libri si percepisce spesso una forte attenzione per le persone e per la psicologia dei personaggi. Da dove nasce questo interesse?

Mi piace scoprire le persone: nutriamo desideri comuni, ma escogitiamo modi diversi per realizzarli, e questa diversità mi incuriosisce, è la chiave per caratterizzare i personaggi delle storie che scrivo.  L’animo umano mi affascina e continua a sorprendermi: scrivere romanzi è un modo per dare forma a questa sorpresa continua.

Ha scritto romanzi molto diversi tra loro, fino al giallo. C’è un genere nel quale si sente maggiormente a casa oppure ama cambiare continuamente prospettiva?

Mi piace cambiare e la forma del romanzo consente di farlo. Adesso sono impegnata con  I delitti di Capriata e La versione di Cornelia. Sono lavori apprezzati dai lettori, quindi vorrei continuare, ma spero di trovare il tempo per scrivere un romanzo non di genere come il mio primo lavoro, “Le radici del muschio”. 

Quanto conta l’ambientazione nella costruzione di una storia? E perché il Trentino torna così spesso nelle sue opere?

I luoghi spesso influenzano la vita delle persone. La Valsugana non è Milano, e men che meno Napoli, Londra o Los Angeles. Vivo in una terra piuttosto anonima, poco letteraria. Ma mi piacciono le sfide. Scrivere di luoghi noti, che posseggono una forte stratificazione letteraria credo sia diverso dal descrivere una realtà sconosciuta. La sfida è trovare il modo giusto di raccontare la mia terra senza scivolare nel luogo comune dei montanari chiusi e scorbutici.  Nella serie I delitti di Capriata, il territorio la fa da padrone, non solo dal punto di vista descrittivo. Vivo in una provincia di confine, che fino a trent’anni fa era pressoché sconosciuta. Adesso il turismo sta cambiando molto la percezione del territorio, ma nelle valli la gente vive ancora nella stessa maniera. La vita di paese, i rapporti tra le persone, il modo dei trentini di relazionarsi è peculiare, unico, come credo sia quello degli abitanti di altre regioni e provincie d’Italia. Siamo un paese così sfaccettato, multiforme. Riuscire a descrivere queste sfaccettature è una sfida che ho deciso di affrontare, e che finora sembra funzionare.


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