Ci sono storie che parlano d’amore, e poi ce ne sono altre che scelgono di raccontare un sentimento altrettanto potente ma meno esplorato: l’amicizia. In L’abbraccio che resta, un’amicizia nata tra le pagine di una vita, Mattia Stefanelli accompagna il lettore in un viaggio fatto di ricordi, fragilità, silenzi e ritorni, mostrando come un legame autentico possa diventare una casa nei momenti più difficili. Attraverso la storia di Tommaso e Giulio, amici fin dall’infanzia, il testo riflette sul valore di chi resta accanto a noi nonostante il tempo, le distanze e gli inevitabili cambiamenti della vita. A rendere ancora più intensa questa narrazione è lo sguardo di Alice, che trasforma gesti e abbracci in poesia, ricordandoci che le emozioni più vere spesso si raccontano senza bisogno di grandi parole. Abbiamo incontrato Mattia Stefanelli per parlare della nascita di quest’opera, del significato profondo dell’amicizia e di quel “abbraccio” che, come suggerisce il titolo, continua a vivere ben oltre le pagine del libro.
Com’è nata l’idea di questo libro?
La scrittura de “L’abbraccio che resta, un’amicizia nata tra le pagine di una vita” nasce come un’esigenza di mettere nero su bianco le storie, le confidenze e i ricordi di alcuni anni vissuti insieme a bambini e ragazzi grazie alla mia esperienza, prima come volontario e in seguito a livello professionale, di educatore per ragazzi. È nato lo scorso agosto subito dopo aver concluso le attività estive e ho voluto tradurre in parole le confidenze più recondite non solo di alcune mie esperienze di vita, anche di alcune storie che nel corso degli anni mi hanno colpito particolarmente. Ogni storia, ogni parola e ogni gesto accolto, ascoltato e cullato hanno un comune denominatore: quanto le relazioni (d’amore e non) siano fondamentali per la nostra formazione umana, emotiva e sociale. Ogni scambio è il frutto di un entrare in con-tatto con un mondo altro diverso dal nostro che, in qualche modo, ci arricchisce o ci fa capire cosa non vogliamo più dalla vita. Il racconto che ne è venuto fuori altro non è che la storia che accomuna tutti noi: due bambini, due ragazzi e poi due uomini che, conoscendosi ai piedi di un ulivo, creano una connessione tale che li tiene legati tutta la vita. Sebbene vi siano degli alti e dei bassi, così come accade a tutti, loro continuano a scegliersi poiché nessuno va a nuocere l’altro, anzi, le loro vite si incontrano scoprendosi sempre più arricchiti dalle loro parole, dai loro gesti e dalle attenzioni condivise.
Pensi che oggi si abbia paura dei legami duraturi? Da cosa nasce questa paura secondo te?
Oggi il mondo contemporaneo e più di tutti il tipo di comunicazione esistente, ci ha resi guardinghi a qualsiasi novità della propria vita. È un problema che riveste tutti, grandi e piccoli, ma coinvolge in particolar modo i ragazzi, preadolescenti ed adolescenti di questo tempo, che affacciandosi alla vita sociale tendono ad aver paura di un legame duraturo. La vita mi ha insegnato che non tutti i legami possono durare per sempre: alcuni di essi sono solo ed unicamente un capitolo della nostra vita, altri sono destinati ad essere famiglia. Credo fortemente che tutti i ragazzi di oggi cerchino di ampliare la loro rete di familiarità includendo anche gli amici, ma siano fortemente disillusi dal fatto che una relazione, che sia d’amicizia o non, non debba subire colpi. In ogni relazione, così come accade a Tommaso e Giulio, vive momenti molto bassi, la differenza la ritroviamo nelle scelte che noi facciamo. Se pensiamo che quella relazione, quell’amicizia, quell’amore, sia destinato a vivere perché da ambo i lati c’è la volontà, nulla e nessuno potrà scalfire il bene che vi è alla base e tutte le difficoltà col tempo si possono superare. Se il bene verso una persona supera le ferite che ella ha procurato, tutto può essere curato. Bisogna volerlo, però. La mia impressione è che ai ragazzi di oggi manchi la consapevolezza di questo. La difficoltà a gestire i momenti negativi, a trovare una via per uscirne e soprattutto hanno bisogno di imparare a litigare nel modo giusto.
Spesso alcune loro relazioni si chiudono nel silenzio, nell’assenza di saluto, nella negligenza a prendersi le proprie responsabilità, nella paura di poter chiedere scusa. Ciò è frutto di un problema non solo squisitamente sociale (dato che la comunicazione oramai ha raggiunto livelli di acrimonia molto alti), ma identitario. Accettare la propria identità emotiva e sociale, significa riscoprirsi fragili e impotenti rispetto ad alcuni eventi che sconvolgono la nostra vita. E la fragilità fa paura, tanta paura.
Il tuo libro parla anche di fragilità: credi che mostrarla sia ancora visto come un limite o può diventare una forza?
Come dicevo poc’anzi il problema che vi è alla base nelle relazioni odierne è proprio il mancato riconoscimento delle proprie fragilità. Chiedere scusa, raccontare di sé, aprire il proprio cuore o semplicemente rincorrere e tentare di recuperare un rapporto, può essere visto come segno di debolezza. Purtroppo, però, il dolore di ognuno di noi spesso diviene muto, non condiviso, e, parafrasando Shakespeare, ciò può portare il nostro cuore a spezzarsi. Da qui nasce l’esigenza di condividere le proprie debolezze, i propri dolori, i propri lutti, le proprie sofferenze e le proprie fragilità. Tutto ciò che è rotto può essere riparato solo se si ha il coraggio di comunicarlo a qualcuno. Tommaso e Giulio durante la loro vita, spesso, si trovano a confrontare le loro esperienze e a riscoprirsi uniti da un unico comun denominatore: la somiglianza. Sebbene le loro confidenze siano differenti, si ritrovano a condividere le stesse insicurezze, gli stessi dubbi e le stesse fragilità. La loro amicizia prende le sembianze di una danza. Ognuno ha il suo ruolo, ma tutti e due perseguono lo stesso obiettivo: vivere la loro vita, insieme.
Quanto è difficile accettare che alcune amicizie cambino forma senza per questo perdere valore?
Ricordo la frase di un film visto tempo fa e che mi è rimasta impressa. “Scordare” significa cancellare dal proprio cuore, “Dimenticare” cancellare dalla propria mente. Fin quando noi non “scordiamo” qualcuno, rimarrà comunque vivo nel nostro cuore. Noi non siamo esseri monofattoriali, ma multifattoriali, pertanto spesso alcune scelte potranno dividerci da qualcuno che pensavamo fosse “tutto” nella nostra vita. Questo non significa che il cuore oscuri il ricordo, le condivisioni e le esperienze vissute insieme.
Che ruolo ha il tempo nella tua storia: è un alleato o un ostacolo per l’amicizia?
Dipende dalla lettura che vogliamo dare noi alla storia. Spesso ciò che divide le persone non è il tempo, ma le difficoltà. Fin quando consideriamo l’altro come un risolutore dei nostri traumi, ogni relazione è destinata a morire. Credo fortemente che la massima “il dolore passa con il tempo” non sia veritiera, poiché il tempo passa ma il dolore resta. Noi avanziamo con l’età, le esperienze, le nuove relazioni, ecc ma quello che rimane dentro di noi, rimane immutato. Non sono dell’idea che una sofferenza debba essere cancellata dalla propria vita, ma riconosciuta. Solo così possiamo dirci davvero liberi, perché ogni qualvolta la vita ci mette davanti ad una difficoltà o ad un bivio, non diamo la possibilità al dolore di parlare per noi, ma saremo più consapevoli di ciò che ci fa stare bene o meno. Spesso ai ragazzi con il quale lavoro ripeto che bisogna imparare a volersi bene. Solo così il nostro cuore può fare spazio ad un sentimento nuovo, sennò saranno sempre i vecchi schemi che, seppur con persone nuove, si ripresenteranno e condanneranno per sempre alcune relazioni. Nella mia storia, per me, il tempo è un alleato. Grazie allo scandire degli anni, Tommaso e Giulio hanno il coraggio di fare i conti con sé stessi senza pregiudicare l’amicizia. Anzi, in alcune situazioni specifiche le “pause” si rivelano proficue e dà loro la possibilità di ricalcolare le priorità, dando spazio l’uno all’altro. Anche a me è capitato di rendere il tempo, soprattutto quello passato, un mio “nemico” e ciò ha pregiudicato rapporti fondamentali che hanno aiutato me e soprattutto il Mattia-bambino a riconoscersi meglio, ad accettarsi, ad essere più consapevole di sé stesso. Purtroppo, però, il dolore e la rabbia spesso hanno parlato per me e ciò mi ha reso verbalmente distruttivo. Col tempo ho accettato il fatto che quello non era il vero Mattia e Tommaso e Giulio sono stati, in qualche modo, la mia cura.
Pensi che oggi si confonda spesso l’amicizia con la semplice presenza? Cosa le distingue davvero?
Credo che la reale differenza sia nell’abitudine. La vera amicizia ha bisogno di equilibrio e presenza, non di abitudini consolidate. Nel momento in cui siamo costretti a rivedere la nostra vita e alcune abitudini per forza di cose cambiano, quel rapporto rischia di vacillare. La vera differenza la fa il riconoscersi con l’altro, più che una somma di esperienze fatte insieme solo per abitudine o per compensare la paura della solitudine. Credo che per andare alla ricerca di relazioni vere, bisogna correre il rischio di sentirsi soli per capire fortemente ciò che si vuole dall’altro. Per quanto riguarda me io non ho mai chiesto presenza costante o abitudini consolidate, ma l’assoluta certezza di sapere che l’altro è presente nella mia vita anche quando apparentemente non vi sono contatti manifesti.
Se un lettore chiudesse il libro con una sola emozione, quale vorresti che fosse?
Non mi piace l’idea di incasellare tutto in un’unica emozione. Prima dicevo che siamo esseri multifattoriali e non posso standardizzare il mio primo racconto in un’unica accezione emotiva. La mia speranza è che ogni lettore si possa riconoscere in Tommaso e Giulio e in una delle emozioni che i due protagonisti provano durante l’arco della loro vita. Che sia gioia, dolore o rabbia, purché la loro storia sia un piccolo passaggio nella nostra vita e ci insegni che restare non è un’azione statica, ma un cammino lungo tutta una vita.
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