Cosa stiamo leggendo in primavera: cinque libri per aprile 2026

Leggere in primavera ha un sapore diverso. Non so spiegare bene perché — forse è la luce che cambia, forse è la sensazione che qualcosa stia per accadere e i libri giusti siano quelli che sanno stare in quella sospensione.

Leggere in primavera ha un sapore diverso. Non so spiegare bene perché — forse è la luce che cambia, forse è la sensazione che qualcosa stia per accadere e i libri giusti siano quelli che sanno stare in quella sospensione.

Questa non è una classifica. Non è nemmeno una rassegna esaustiva di ciò che l’editoria ha prodotto negli ultimi mesi — sarebbe impossibile e probabilmente inutile. È una selezione personale: cinque libri, usciti tra il 2025 e le prime settimane del 2026, che per ragioni diverse mi sembrano adatti a questo aprile in particolare. Alcuni parlano di corpi. Alcuni parlano di madri. Alcuni parlano di vite che scivolano tra le dita senza che ci si riesca mai del tutto ad afferrarle. Tutti, in un modo o nell’altro, parlano del tempo.

1. Emmanuel Carrère — Kolkhoze (Adelphi, 2026)

Carrère ha impiegato tutta la carriera a scrivere degli altri per arrivare, ogni volta, a scrivere di sé. Con Kolkhoze — in uscita per Adelphi nella primavera di quest’anno, già favorite per il Prix Goncourt nell’edizione originale francese — fa qualcosa di diverso: scrive della madre. Hélène Carrère d’Encausse, sovietologa, prima donna eletta all’Académie française, figura imponente e sfuggente allo stesso tempo, è morta nell’agosto del 2023 a novantaquattro anni. Il libro è il tentativo di un figlio di capire chi era davvero quella donna — e cosa ne rimane, adesso che non c’è più.

Il titolo viene da un modo di dire familiare, legato ai kolkhoz sovietici che la madre visitava nei suoi viaggi in Urss. Ma è anche una chiave per leggere il libro: qualcosa di collettivo che diventa intimo, qualcosa di storico che diventa personale. Carrère scava a ritroso — attraverso origini georgiane, segreti di famiglia, grandi narrazioni del Novecento — e trova, come sempre, se stesso. Come ha detto una volta: «La follia e l’orrore hanno attanagliato la mia vita. Di questo, e di nient’altro, parlano i miei libri». Kolkhoze non fa eccezione.

Per chi ha già letto Yoga e V13: questo è forse il più intimo, il più coraggioso. E il più irrisolto — nel senso buono del termine.

2. David Szalay — Nella carne (Adelphi, 2025)

Flesh ha vinto il Booker Prize 2025 — il primo per un autore di origine ungherese-britannica — ed è arrivato in Italia per Adelphi, con traduzione di Anna Rusconi, nella seconda metà dell’anno. È un romanzo sulla vita di un uomo, István, seguita dall’adolescenza in un caseggiato ungherese fino alla maturità tra i ricchi di Londra. Ma non è un romanzo di ascesa sociale nel senso tradizionale: è piuttosto un romanzo sul corpo, sulla distanza tra le parole e l’esperienza, sul silenzio come forma di presenza.

Szalay scrive con una prosa talmente scarna che le pagine sembrano più bianche del normale. István dice «sì» e «okay». Non descrive ciò che sente — quasi non lo sa lui stesso. Eppure, pagina dopo pagina, si capisce tutto: il dolore, il desiderio, la vergogna, la solitudine. La giuria del Booker ha detto che non avevano mai letto niente di simile — che il modo in cui Szalay usa lo spazio bianco sulla pagina era come un invito al lettore a riempirlo, a creare il personaggio insieme all’autore. È una descrizione precisa.

Un libro su un uomo che non sa parlare di sé — e che proprio per questo finisce per dirti tutto.

3. Karl Ove Knausgård — Il terzo regno (Feltrinelli, 2026)

Knausgård è uno di quegli scrittori che o si ama profondamente o si fatica ad attraversare. Non esiste una via di mezzo, e probabilmente è una qualità. Il terzo regno — uscito per Feltrinelli il 21 aprile, tradotto da Margherita Podestà Heir — è il suo ultimo romanzo, e rappresenta un cambio di registro rispetto alla monumentale autobiografia de La mia battaglia: nove narratori diversi, un’umanità in pericolo, omicidi rituali, concerti black metal, persone che non riescono più a morire.

È un libro più oscuro, più visionario, meno domestico dei precedenti. Ma porta con sé la stessa ossessione che attraversa tutta l’opera di Knausgård: la domanda su cosa significhi essere presenti nel proprio tempo, nel proprio corpo, nella propria vita. È una domanda che in primavera — quando tutto intorno sembra accelerare verso qualcosa — ha un peso particolare.

Per chi conosce già Knausgård: questo è il salto. Per chi non lo conosce: forse è meglio partire da La mia battaglia. Ma non aspettare troppo.

4. Ocean Vuong — L’imperatore della gioia (Guanda, 2025)

Ocean Vuong è nato in Vietnam, cresciuto negli Stati Uniti, e scrive in inglese con una precisione e una violenza lirica che non assomiglia a nessun altro. L’imperatore della gioia — uscito in Italia per Guanda nel 2025, tradotto da Norman Gobetti — è il suo secondo romanzo dopo la bellissima Terra di notte, e racconta di persone ai margini del sogno americano: immigrati, tossicodipendenti, lavoratori invisibili.

C’è una generosità in Vuong che è rara: non giudica i suoi personaggi, non li usa per fare una tesi, non li trasforma in simboli. Li abita. Li accompagna. E nel farlo ci mette in contatto con vite che normalmente restano fuori dal campo visivo della letteratura — non per mancanza di interesse, ma per mancanza di lingua. Vuong ha quella lingua. L’ha costruita con anni di lavoro su ogni singola parola, e si sente.

Un libro da leggere lentamente. Ogni pagina ha bisogno del suo tempo.

5. Charlotte Wood — Stone Yard Devotional (Fazi, 2026)

Lo confesso: è la scoperta di questa selezione, e forse quella che mi aspettavo di meno. Charlotte Wood è australiana, è tra le scrittrici più rispettate del suo paese, ma in Italia era praticamente inedita fino a questo 2026, quando Fazi ha pubblicato Stone Yard Devotional, tradotto da Fabrizio Gabrielli. Il romanzo era nella lista dei migliori libri del 2025 secondo la critica internazionale, e capisco perché.

Una donna sulla sessantina, ambientalista, abbandona il marito e la carriera per andare a vivere in un convento nell’Australia rurale — non per fede, o almeno non solo. È un romanzo sulla resa, sulla scelta di rallentare quando il mondo ti chiede di correre, sul rapporto tra il silenzio religioso e il silenzio che a volte è l’unica risposta onesta che si riesce a dare. È, in un certo senso, il libro più in sintonia con gli altri di questa selezione, anche se arriva da un mondo lontanissimo dagli altri.

Per chi ama Marilynne Robinson e non ha paura del silenzio.

Libri da leggere in primavera

In fondo

Cinque libri molto diversi, legati da un filo che ho trovato solo mentre li mettevo insieme: tutti parlano di qualcosa che non si riesce a dire. Istvan che dice solo «sì» e «okay». Carrère che scrive della madre sapendo che non riuscirà mai a capirla davvero. Vuong che dà voce a chi non ne ha. Wood che sceglie il silenzio come forma di presenza.

Forse è questo che la letteratura fa meglio: non dire le cose, ma stare con esse. Non risolvere, ma accompagnare. In aprile, con tutto il rumore che c’è intorno, sembra un servizio prezioso.

— Massimo Usai

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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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