ODISSEA di Christopher Nolan con Matt Damon, Anne Hathaway, Robert Pattinson: la recensione antirecensione. Di Daniela Di Benedetto

Per prima cosa smontiamo i pregiudizi. Sui social il film è stato deriso da molta gente perché l’attrice che interpreta Elena è nera. E con ciò? La si vede per un solo minuto, e non è lei la protagonista del film. Anche Clitennestra è nera (stessa attrice, abilmente invecchiata dal trucco) e la si vede solo nell’istante in cui uccide Agamennone. Per alcuni questo sarebbe un tributo alla cultura woke? Attenzione: secondo il mito, Elena e Clitennestra erano sorelle. Entrambe adultere.
Agamennone e Menelao, fratelli, ebbero la sventura di sposare due sorelle fortemente orientate verso l’adulterio, che provocarono scompiglio e morte, e nel film tali simboli del male sono due donne nere. Se questo vi sembra un tributo alla cultura woke, mi faccio da parte.
I difetti del film sono ben altri. Il lungo flashback col quale Ulisse, privo di memoria sull’isola di Calipso, cerca di ricordare le precedenti tappe del viaggio, è ovviamente costellato di battaglie.
Ma nessuno ha mai detto a Nolan che nei film epici degli anni Cinquanta c’era sempre una bella colonna sonora che copriva il baccano delle battaglie? Sì, certo che Nolan lo sa, ma non ha voluto nessuna musica memorabile, e dovrebbe essere questa la trovata scandalosa, non la graziosa ironia di Elena nera. Quindi le battaglie di Ulisse sono state accompagnate da strilli, boati, colpi di legno, colpi di metallo, insomma un forte sottofondo da STADIO che diventa davvero fastidioso nelle scene non dialogate. Per non parlare degli interminabili dodici minuti in cui lo spettatore assiste alle vicende dell’equipaggio imprigionato nell’antro di Polifemo con le pecore. La colonna sonora è formata solo dai ruggiti del mostro! Quanto al rapporto fra Ulisse e Polifemo, tutto quel che c’è di sbagliato è stato già detto da altri.
Dopo due ore di flashback, penalizzate da sbalzi improvvisi, ecco la parte migliore del film: gli ultimi quarantacinque minuti. Infatti, da quando Ulisse arriva a Itaca in incognito fino alla strage dei Proci, possiamo goderci una narrazione lineare, ricca di suspense e priva di caos.
Non mi soffermo sui dettagli spiegati dal regista stesso e ripetuti da tutti i critici esistenti (Ulisse col disturbo PTSD ecc), comunque non c’è dubbio che il film sia un monito contro la violenza. Ulisse perseguendo i suoi scopi ha provocato la morte dei suoi stessi uomini, sia a Troia che durante il viaggio di ritorno, perdendone diversi ad ogni tappa. Il suo peregrinare alla ricerca di Itaca deve essere una punizione degli dei per la sua ambizione .E nel caso che l’eroe non se ne renda conto, ecco il personaggio di Sinone ( inventato dal regista) che dall’Ade lo rimprovera di aver lasciato morire a Troia lui, quasi bambino.
Ulisse stesso, quando si presenta a Penelope travestito da mendicante, dice che verranno altre guerre perché i popoli non rispettano più la legge di Zeus. Tale legge imponeva di onorare e nutrire ogni straniero che arrivava in un posto nuovo: l’ospite è sacro. Potrebbe essere questa un’allusione al moderno fenomeno migratorio e alle sue conseguenze? Forse.
C’è in questo film un grande spreco di mezzi e di idee, ma tutto il suo valore si evince dall’ultima parte, mentre la prima è davvero pesante. Inoltre noto la mancanza di pathos, che non affiora mai, nemmeno nella celebre scena della morte di Argo (per quel povero cane, l’Ulisse interpretato nel 1954 da Kirk Douglas versa una lacrima segreta, mentre Matt Damon pare una statua di sale).
Trovo invece molto espressivo il cattivo Robert Pattinson ( Antinoo).
Voto:5 /10

Daniela Di Benedetto

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