Gli italiani sono snob sul cibo? No. O almeno, non nel modo in cui spesso vengono raccontati all’estero.

C’è un luogo comune molto diffuso: l’italiano che storce il naso davanti a qualsiasi cucina non italiana, che giudica una carbonara sbagliata come fosse un crimine internazionale, che guarda con sospetto un piatto troppo unto, troppo confuso, troppo lontano dalla sua idea di pranzo.

Ma forse il punto non è lo snobismo. Forse il punto è un altro: in Italia il cibo non è solo carburante. È cultura, memoria familiare, territorio, conversazione, rito quotidiano. Anche quando mangiamo male, sappiamo quasi sempre di farlo. E questa consapevolezza cambia tutto.

L’italiano può mangiare un hamburger, una colazione inglese, un curry, un ramen, una pizza take-away o un kebab alle due del mattino. Ma difficilmente confonde quell’eccezione con un modello alimentare da seguire ogni giorno. La differenza è qui: non nel rifiuto delle altre cucine, ma nella capacità di distinguere tra esperienza, abitudine e qualità.

Quando un italiano critica il fast food o certi take-away non sta necessariamente dicendo: “la cucina italiana è superiore”. Sta dicendo qualcosa di più semplice e più serio: il cibo merita attenzione.

SI PUO” VIVERE A LUNGO MANGIANDO FAST FOOD?

Il fatto sconcertante, per me, e’ che in molti Paesi vedi mangiare fast/food quasi giornalmente, da parte in particolare di giovani, che si stanno segnando in questo modo, una vita complicata in futuro, specie quando questo cibo grasso e oleoso, e’ una giustificazione per togliersi da dosso la sbronza del giorno prima, che in certi ambienti e localita, e’ la costante quotidiana della loro vita.

Insomma, la domanda che mi faccio spesso è “come puoi mangiarlo quel cibo disgustoso, spesso solo alla vista, più volte alla settimana?”.

Vedere piatti dove c’e’ di tutto, fotografati con orgoglio e messi su Instagram, fa decisamente pena, perche’ questa e’ gente che neppure sa il piacere di poter gustare lentamente il cibo diviso su diversi piatti e portata per portata: l’Antipasto, il primo, il secondo e poi il dolce.

Quattro portate, ne puoi saltare una o anche due, ma alla fine ogni portata va separata e gustata singolarmente e non in piatti da pizza dove trovi tutto assieme, tutti mischiato e tutto senza senso, selezione, gusto e con tanto olio, dove e’ meglio se non t’interroghi che olio questo sia.

E’ diventata abitudine avere un “take away”, mangiare pizze, indiano o burgers, che arrivano a prezzi superiori che nel ristorante stesso, che sono freddi per via del trasporto, riscaldati al microwave e poi mangiati con furore davanti alla TV o sul letto con il computer acceso mentre si chatta con amici o si gioca ad un videogame.

Il fast food non è il nemico: il problema è la normalità

Il fast food, preso ogni tanto, può essere anche un gioco. Una parentesi. Una cosa da fare in viaggio, in aeroporto, dopo un concerto, in una giornata storta. Il problema nasce quando diventa abitudine quotidiana, quando sostituisce il pasto vero, quando cancella la differenza tra nutrirsi e mangiare.

Una dieta sana, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, dovrebbe basarsi soprattutto su alimenti poco processati o non processati, limitando grassi non salutari, zuccheri liberi e sodio. Questo non significa vivere da monaci o trasformare ogni pranzo in una lezione di nutrizione. Significa solo ricordarsi che quello che mangiamo ogni giorno costruisce, lentamente, il nostro corpo futuro.

Per questo molti italiani sembrano severi davanti a certi piatti. Non perché siano moralmente superiori, ma perché sono cresciuti dentro una cultura in cui il pasto ha ancora una forma: antipasto, primo, secondo, contorno, dolce. Non sempre tutto, non sempre ogni giorno, ma l’idea resta. Il cibo viene separato, riconosciuto, discusso, preparato, atteso.

LA CULTURA DEL TAKE-AWAY

Per me questa e’ peggiore tendenza culturale degli ultimi 20 anni. 

Il cibo take away, che normalmente e’ gia’ di per se un cibo di qualita’ inferiore a quello che si puo’ mangiare appena cucinato in un ristorante e’ una forzatura della societa’ al nostro tipo di vita, che potrebbe essere respinto se la gente pensasse un minuto prima di organizzarsi la cena.

E’ nella sua predisposizione a dover essere trasportato, che questo cibo accumula oli e grassi, arrivando sul tavolo delle nostre case, perdendo forma, sostanza e anche gusto.

Per giunta ci costa di piu’ che andare a prenderlo e mangiarlo in loco e questo per me non ha alcun senso.

La scusa del poco tempo a disposizione e’ una banalità, perche’ anche un solo un bel panino con Prosciutto crudo e una fetta di pomodoro, e’ piu’ buono di queste porcherie take away, ed un panino del genere e’ umiliarlo nel paragonarlo con qualunque panino che arrivi da McDonalds in termini di qualità e (perché no?) di gusto.

La dieta mediterranea non è solo una dieta

Uno degli errori più frequenti è pensare alla dieta mediterranea come a una semplice lista di alimenti: olio d’oliva, verdure, legumi, cereali, pesce, frutta, vino con moderazione. In realtà è molto di più.

L’UNESCO definisce la dieta mediterranea anche come insieme di pratiche sociali, ospitalità, dialogo interculturale, creatività e rispetto per il territorio. Questo è fondamentale: il cibo mediterraneo non è solo “cosa” si mangia, ma “come” si mangia, “con chi” si mangia, quanto tempo si concede al pasto e che valore si dà alla tavola.

Ecco perché un italiano può sembrare snob quando critica un piatto mangiato in piedi, dentro una scatola di cartone, davanti a uno schermo. In realtà sta difendendo una forma di vita: il pasto come pausa, relazione, piacere e cura.

italiani sono snob con il cibo

Ci sono molti meno ristoranti fast food in Italia, che nel resto del Mondo, ,ma ci sono.

Poi e’ vero che pure i menu dei più famosi fast-food al Mondo, in Italia variano, proponendo soluzioni diciamo “più sane”, ma che sane non sono, non illudiamoci.

Sicuramente non così  popolari come nel resto d’Europa, ma ce ne sono anche in Italia di luoghi dove sia possibile rovinarsi il fegato e il proprio fisico, rovine spesso che ci si porta dietro tutta la vita, ma decisamente meno che nel resto d’Europa.

Dove vivevo in UK, specie all’inizio degli anni 2000,  ero a cinque minuti da almeno 10 ristoranti fast food, c’erano due McDonald’s e due BK’s che erano in fondo alla strada l’uno di fianco all’altro e poi una quantita’ simile fatta da indipendenti che riproponevano lo stesso cibo in forme e nomi differenti.

Gli italiani mangiano solo italiano? Falso

Un altro luogo comune è che gli italiani mangino solo italiano. È falso. Basta vivere a Londra, Berlino, Parigi, Bruxelles o Varsavia per vedere quanti italiani frequentino ristoranti indiani, thailandesi, giapponesi, mediorientali, messicani o africani.

Il punto non è l’origine del piatto. Il punto è la qualità.

Un italiano curioso non rifiuta una cucina straniera perché straniera. La rifiuta quando è fatta male, quando viene banalizzata, quando diventa solo grasso, sale, salse pesanti e porzioni enormi messe insieme senza equilibrio. Ma davanti a una cucina autentica, seria, preparata con rispetto, l’italiano è spesso tra i clienti più entusiasti.

Essere esigenti non significa essere snob

Gli italiani non sono immuni dal cattivo cibo. Anche in Italia esistono fast food, take-away mediocri, pizze pessime, abitudini sbagliate e giovani cresciuti dentro lo stesso modello globale fatto di consegne, schermi e pasti consumati senza attenzione.

Però esiste ancora una differenza culturale importante: molti italiani sanno riconoscere quando stanno mangiando male. E questa consapevolezza è già un punto di partenza.

Non si tratta di sentirsi superiori. Si tratta di difendere un’idea semplice: il cibo non è solo riempire lo stomaco. È tempo, qualità, piacere, territorio, memoria, salute e relazione.

Quindi no, gli italiani non sono necessariamente snob sul cibo. Spesso sono solo più allenati a capire quando un pasto ha senso e quando invece è solo una scorciatoia triste, costosa e dimenticabile.

leggi anche : mangiare da soli a Londra

Wooden dining table with Mediterranean dishes overlooking the sea and white buildings

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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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12 comments

Ciao a tutti, ho da poco creato il mio blog personale: http://www.hysteregwordpress.com scrivo articoli su qualsiasi cosa.
Nella sezione commenti c’è anche la possibilità per lo spettatore di scrivere che rubrica vogliono o qualsiasi altra cosa. Per favore passateci e se vi piace il mio progetto followate. Grazie

Più che altro a me mi sconcerta vedere come certi stranieri propongono ricette terribili di piatti che ritengono italiani, facendo conoscere una cucina italiana che non è quella originale. Una volta ho messo un commento per spiegare un piatto italiano, per come lo si prepara realmente in Italia, e son stata aggredita verbalmente, nonostante io avessi spiegato che sono di origine italiana e che vivo in Italia. Non c’è stato verso. Insomma, alcuni stranieri si arrogano il diritto di conoscere il cibo italiano meglio di un italiano stesso. È assurdo. 😣

E’ diventata moda inoltre dissacrare, essere simpatici proponendo stravolgimenti. Non solo nelle ricette di cucina, ma anche nella vita di tutti i giorni. E’ la nuova generazione dei “so tutto perche’ lo leggo su Internet”. Una disgrazia

È comunque molto diffuso il fast food adesso in Italia, e anche tanto cibo disastroso offerto da take away di dubbia qualità. Non è questione di tempo, hai ragione, e credo che purtroppo specialmente i giovani italiani si siano “americanizzati” ( vivendo di videogiochi, web e noia) e si veda bene il risultato. 😒

Il tempo, la mancanza di esso, e’ una scusa banale. Farsi un panino a casa, anche con solo mortadella e pomodoro, e’ piu’ facile, economico e salutare, che ordinare qualsiasi cosa online. farsi perfino una pizza e’ facilissimo. E’ una questione solo di testa

Vengo da un contesto diverso, quello brasiliano, e vivo in Italia dal 1992. Ho avuto la fortuna di vedere due culture molto diverse approcciarsi al cibo e al suo significato.

In Brasile, il cibo è spesso un momento di convivialità, ricco di sapori, ma anche influenzato da abitudini moderne come il fast food, che sono diventate parte della vita di molte persone, specialmente nelle città. Quando mi sono trasferita in Italia, ho scoperto un rapporto diverso: qui il cibo non è solo nutrimento, ma una vera e propria cultura, un linguaggio che racconta storie di tradizioni, famiglia e territorio.

Non credo si tratti di essere ‘snob’ o intolleranti verso altre cucine. Penso invece che gli italiani abbiano un profondo rispetto per la qualità e per il piacere di mangiare bene, qualcosa che ho imparato e che mi ha cambiata. Questo non significa rinunciare a esplorare altre tradizioni culinarie, ma piuttosto farlo con consapevolezza, scegliendo ciò che ci fa bene e ci fa stare bene.

È importante riflettere su cosa mangiamo, non solo per la salute, ma anche perché il cibo definisce chi siamo e il rapporto che abbiamo con il mondo. Come qualcuno che ha vissuto in due realtà così diverse, credo che il messaggio sia chiaro: non si tratta di rinunciare, ma di scegliere con cura e dare valore al momento del pasto, trasformandolo in qualcosa di significativo. Anche un piccolo cambiamento può fare una grande differenza.

Con il tempo, e dopo tanta esperienza all’estero, mi sto facendo una nuova opzione: che sia una sfida. Non tanto contro Francesi o Inglesi o chi volete voi, ma con se stessi e con i propri amici e parenti. Esiste un pasto, anche solo in quattro, che non finisca nello sfidarsi su come si cucini anche un piatto semplice? La cosa e’ divertente, sia chiaro, e il mio tono sarcastico e ironico era proprio condizionato da questo 🙂

Jaqueline says:

Capisco cosa intendi. Però mi viene da pensare che forse, più che una sfida, il modo in cui ci approcciamo al cibo rifletta la nostra personalità. C’è chi vive il pasto come un momento per creare, chi come un’occasione per confrontarsi, e chi semplicemente come un momento di relax, senza troppe pretese.

Forse il bello è proprio questo: non c’è un approccio giusto o sbagliato, ma solo diversi modi di dare significato al cibo e alla convivialità. Certo, discutere su come si cucina un piatto può essere divertente e stimolante, ma credo che alla fine il cibo sia soprattutto un linguaggio personale che parla di chi siamo, di come vediamo il mondo e delle nostre relazioni.

E magari questa diversità di approcci è ciò che rende il momento del pasto così ricco e speciale. In fondo, che sia una sfida, una celebrazione o un semplice momento di condivisione, il cibo continua a essere un ponte che unisce, anche nelle differenze.

Questo articolo mi è venuto in mente ieri, e mentre scrivevo il mio di articolo pensavo proprio alla sfida di cui parlavi e alla tua domanda sul fatto che un pasto non finisca mai nello sfidarsi su come si cucini anche un piatto semplice. È interessante come il cibo possa davvero riflettere la propria personalità, proprio come dicevi. Ho provato a ragionare su come, pur essendo un luogo di confronto, il cibo rimanga sempre un modo per raccontare chi siamo, le nostre radici e la nostra apertura alle tradizioni degli altri. Se ti va, dai un’occhiata all’articolo https://interculturalpathways.wordpress.com/2025/01/27/il-sugo-della-domenica-tradizione-pugliese-e-ispirazione-interculturale/