di Patrizia Riello Pera, Padova, Italia.
Nel 1982 il panorama culturale italiano, in una delle sue stagioni più fervide e intellettualmente stimolanti, assiste a una consacrazione letteraria di fondamentale importanza storica e civile: il prestigioso Premio Campiello viene infatti meritatamente assegnato a Primo Levi per il suo straordinario volume intitolato “Se non ora, quando?”, un romanzo di eccezionale e travolgente forza narrativa, epica e documentaria che segna una svolta cruciale, matura e per molti versi inedita all’interno della produzione complessiva del celebre autore torinese.
L’opera, caratterizzata da un respiro corale e da una profonda e rigorosa urgenza etica, racconta magistralmente la complessa, avventurosa e dolorosa vicenda di un gruppo eterogeneo di partigiani ebrei di origine russa e polacca, i quali, uniti da un tragico destino comune e da una feroce volontà di riscatto, si trovano in perenne fuga strategica e clandestina attraverso i territori spettrali e devastati dell’Europa orientale proprio durante la fase più acuta, violenta e drammatica della Seconda guerra mondiale.
Con la sua consueta, geometrica e limpida maestria stilistica, Levi costruisce qui una narrazione squisitamente polifonica e collettiva, dove le singole voci e le individualità psicologiche si fondono armoniosamente in un unico grande affresco umano, offrendo al lettore contemporaneo una trama ricca di una tensione drammatica costante, ma sempre mirabilmente temperata da una profonda, commovente e calda compassione per gli ultimi. Assegnando questo ambitissimo riconoscimento letterario, la giuria del Campiello sceglie deliberatamente di premiare una scrittura limpida, cristallina e di straordinaria precisione formale, che si dimostra capace di fondere insieme l’esattezza scientifica del testimone oculare della Shoah con la potenza immaginativa e generativa dell’invenzione romanzesca pura. Il testo affronta così, con una lucidità intellettuale assoluta e priva di retorica, non soltanto il tema universale della resistenza armata e attiva contro l’oppressione e la barbarie nazifascista, ma soprattutto il riscatto imprescindibile e l’affermazione della dignità umana di fronte all’orrore della distruzione totale.
Ciascuno dei personaggi, tratteggiato con una sapiente e sensibile acribia psicologica, emerge dalle pagine con una forza espressiva dirompente e indimenticabile, colto nel vivo della sua quotidiana e disperata lotta non soltanto per la mera sopravvivenza biologica tra i boschi e le macerie, ma per la riaffermazione fiera e orgogliosa della propria identità culturale, religiosa e personale. In questo magistrale ordito strutturale, la memoria storica e il trauma del passato si intrecciano in modo indissolubile con il ritmo incalzante, avvincente e dinamico del racconto picaresco di viaggio, mantenendosi costantemente in un equilibrio letterario solido, solenne e perfettamente calibrato in ogni capitolo.
Attraverso questo storico e memorabile verdetto, il Premio Campiello non ha soltanto celebrato un successo editoriale dell’anno, ma ha riconosciuto, consacrato e consegnato definitivamente alla storia della letteratura universale una delle opere più complesse, mature e intellettualmente compiute dell’intero e indimenticabile percorso artistico di Primo Levi.
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