di Patrizia Riello Pera, Padova, Italia
Nel 1976 il Premio Campiello viene assegnato a Corrado Tumiati per Il busto di gesso, romanzo di intensa, acuta e vibrante sensibilità narrativa, straordinaria finezza introspettiva e raffinata, geometrica misura formale che colloca autorevolmente l’autore toscano tra i più limpidi, colti e profondi custodi della memoria letteraria e dell’umanesimo del nostro Novecento più segreto. L’opera si sviluppa magistralmente come un racconto intimo, confessionale, lirico e a tratti diaristico, costantemente carico di memoria viva, di nostalgia meditata e di una densa, rigorosa e dolente riflessione filosofica sull’inesorabile scorrere del tempo, sulla caducità delle cose terrene e sulle tracce indelebili che gli incontri della vita lasciano nell’animo umano. Tumiati costruisce cesellando ogni singola frase, una scrittura sobria, controllatissima, nitida, geometrica e apparentemente lineare, ma al contempo profondamente evocativa, magnetica, densa di chiaroscuri e capace di sprigionare una straordinaria, insospettabile forza poetica da ogni singola parola scelta e da ogni silenzioso, sapiente intervallo che separa le righe del testo. Il Campiello premia così con estrema lungimiranza una voce appartata, schiva, orgogliosamente isolata e lontana dalle mode effimere dei salotti intellettuali e dai clamori commerciali dell’industria editoriale di massa, ma proprio per questo dotata della forza etica necessaria a parlare al cuore e alla coscienza del lettore con un’autenticità disarmante, rara, pura e dirompente. Il romanzo indaga con precisione psicologica il rapporto problematico, talvolta doloroso ma sempre dialettico e necessario con il passato personale e collettivo, e con le figure familiari, amicali o spettrali che lo abitano, che lo hanno storicamente attraversato e che continuano a popolarlo come presenze eteree ma concrete, numi tutelari della propria identità. La memoria stessa cessa di essere una sterile, statica o polverosa rievocazione nostalgica per farsi materia narrativa concreta, dinamica, viva, pulsante, carnale e feconda, un territorio d’esplorazione esistenziale dove l’ieri e l’oggi si fondono in un’unica dimensione temporale mitica e continua. Lo stile di Tumiati si rivela straordinariamente essenziale, asciutto, depurato con rigore da ogni ridondanza retorica e totalmente privo di artifici barocchi o compiacimenti stilistici fini a se stessi, ma proprio grazie a questa sua francescana nudità verbale si mostra ricchissimo di stratificazioni di significato, di echi simbolici, di rimandi letterari e di risonanze interiori universali. Il prestigioso e storico riconoscimento veneziano riconosce, esalta e consacra definitivamente una narrativa discreta, silenziosa, pudica, elegantissima e immensamente profonda, capace di unire il rigore etico della testimonianza autobiografica alla grazia estetica della parola scritta, offrendo al pubblico dei lettori un’attualissima, preziosa e commovente riflessione sulla fragilità costitutiva dei ricordi, sulla sacralità degli affetti quotidiani che sopravvivono alla morte, sul valore salvifico della solitudine riflessiva e sulla necessità assoluta di ritrovare nelle pieghe del passato le bussole etiche, civili ed emotive fondamentali per orientare il cammino spesso incerto, fragile e disorientato del nostro presente.
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Questo articolo fa parte della guida di Urban Mood Magazine Premio Campiello: tutti i vincitori, libro per libro.
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