Budapest, Parigi, e quel sogno che non ci ha mai lasciato

Ci siamo.

Dopo mesi di attesa, di calcoli, di trasferte, di notti insonni, di discussioni infinite e di partite riviste cento volte, siamo arrivati, con l’Arsenal, all’ultima pagina della storia. O almeno all’ultima pagina di questa stagione.

E quando penso a una finale di Champions League, il pensiero torna inevitabilmente a quella notte di Parigi del 2006.

Una delle serate più dolorose della mia vita da tifoso.

Eravamo avanti. Stavamo giocando una partita enorme. L’espulsione di Jens Lehmann dopo pochi minuti cambiò tutto. Restare in dieci per quasi tutta una finale europea è già un’impresa quasi impossibile. Poi arrivò la pioggia, una di quelle piogge che sembrano voler partecipare alla partita. Il campo cambiò, il ritmo cambiò, le energie cambiarono.

Resistemmo fino a diciassette minuti dalla fine.

Poi arrivò quel gol di Samuel Eto’o, viziato da una posizione che oggi il VAR avrebbe probabilmente corretto. E infine il colpo finale di Belletti.

Novanta minuti che ancora oggi fanno male.

Quella coppa non l’abbiamo mai vinta. È l’unico grande vuoto nella storia dell’Arsenal. Il trofeo che abbiamo sfiorato, accarezzato, immaginato e inseguito per decenni.

E il destino, che nel calcio ama giocare scherzi strani, ha deciso che la strada verso quella coppa passasse ancora da Parigi.

Non la città questa volta, ma il Paris Saint-Germain.

Loro proveranno a impedirci di realizzare il sogno che aspettiamo da una vita.

Dal punto di vista tecnico, le domande sono ancora molte.

Giocherà Kai Havertz? Oppure sarà il momento di Viktor Gyökeres? Quanto è recuperato Jurriën Timber? Sarà titolare? E se sì, sara’ veramente pronto?

E poi il centrocampo.

Martin Zubimendi? Ethan Nwaneri? Oppure la freschezza e il coraggio di Myles Lewis-Skelly?

Conoscendo Mikel Arteta, una sorpresa è sempre possibile. Potrebbe decidere di aggredire il PSG fin dal primo minuto, alzando immediatamente il pressing e cercando di colpire prima che la partita trovi il suo equilibrio.

Se fosse questa l’idea, allora la presenza contemporanea di Timber e Riccardo Calafiori sulle corsie laterali assumerebbe un significato preciso: velocità, aggressività e costruzione rapida.

Ci sono però alcuni punti che sembrano quasi scolpiti nella pietra.

David Raya in porta.

La muraglia composta da Gabriel Magalhães e William Saliba al centro della difesa.

Declan Rice a dominare il centrocampo e a giocarsi il Pallone d’Oro.

Martin Ødegaard a dirigere l’orchestra.

Bukayo Saka a fare ciò che Bukayo Saka sa fare: accendere l’impossibile.

E probabilmente Leandro Trossard. Anche se una parte di me continua a chiedersi: e se fosse la notte di Gabriel Martinelli?

La verità è che non ne ho idea.

E per fortuna non sono io l’allenatore.

Sono soltanto un tifoso.

Un tifoso che da giorni ha le farfalle nello stomaco.

Un tifoso che da giorni sogna questa partita.

L’ho giocata almeno venti volte nella mia testa.

In alcune versioni vinciamo ai supplementari. In altre ai rigori. In una o due perdiamo pure. Perché chi ama davvero una squadra conosce bene anche la paura.

La vittoria del campionato, conquistata dopo ventidue anni di attesa, mi sembra già lontanissima.

Stasera esiste una sola cosa.

Un solo sogno.

Diventare Campioni d’Europa.

E se succederà, se finalmente arriverà quella coppa che inseguiamo da tutta una vita, sarà impossibile spiegare a chi non tifa Arsenal cosa significhi davvero.

Adesso mancano poche ore.

Il telefono sarà spento fino al fischio finale.

Sappiatelo.

Ci vediamo dall’altra parte.

Come sempre. Come ovunque. Come da una vita.

Come Arsenal. 🔴⚪️🏆


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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