Siamo quasi arrivati. Mancano 180 minuti. Forse solo 90.
E l’Arsenal F.C. potrebbe finalmente tornare a vincere il campionato più difficile del mondo dopo ventidue anni.
Ventidue.
Fa quasi ridere dirlo ad alta voce, se pensi a tutto quello che è successo in mezzo. Secondi posti. Una costanza nei primi quattro che in Premier League hanno avuto in pochi. Sette FA Cup vinte. Talenti passati da North London come se l’Emirates fosse una stazione ferroviaria del calcio europeo. Una finale di Champions persa sotto un diluvio contro il FC Barcelona, con quel gol in fuorigioco che ancora oggi probabilmente provoca piccoli scompensi cardiaci a chiunque abbia più di quarant’anni e tifosi Arsenal.
Eppure il campionato no. Sempre lì davanti, ma mai abbastanza.
Il giorno dopo l’ultimo titolo, nel 2004, ero per le strade di Islington con mia figlia che allora aveva undici anni. Una bambina. Centinaia di migliaia di persone ovunque. E lei volle indossare la maglia celebrativa degli Invincibili.
Un record che nessuno aveva mai fatto.
Un record che nessuno ha mai eguagliato.
E forse anche un record che stiamo pagando carissimo da ventidue anni.
Da qualche anno mi occupo di longevità. Blue Zone. Centenari sardi. Alimentazione. Stress. Qualità della vita.
Ecco, ieri, durante West Ham United vs Arsenal, mentre l’arbitro controllava al VAR il possibile pareggio del West Ham United F.C. al quarto minuto di recupero, credo di essermi giocato almeno dodici anni di aspettativa di vita.
Altro che dieta mediterranea.
Altro che Codice PERDAS.
Altro che camminate in Ogliastra.
Sono ormai convinto che i centenari sardi non abbiano mai tifato Arsenal. È l’unica spiegazione scientificamente plausibile.
Perché tifare Arsenal significa fare sempre le cose difficili. Bellissime, spesso poetiche, da bestseller sportivo. Ma difficili. Sempre.
E adesso arriva anche il grande dibattito filosofico di maggio: meglio arrivare in finale consumati dalla tensione, giocando partite da infarto ogni tre giorni, oppure in scioltezza, riposati, quasi senza ritmo competitivo come il Paris Saint-Germain F.C.?
Non lo so.
So solo che noi arriviamo vivi per miracolo. Con i nervi distrutti. Con il battito cardiaco fuori controllo. Con la sensazione permanente che ogni pallone innocuo possa trasformarsi in tragedia greca.
Però forse è anche questo il punto.
L’Arsenal non ti accompagna verso le vittorie.
Ti trascina dentro.
Ti fa soffrire ogni metro.
Ti costringe a meritarti perfino la gioia.
E forse, proprio per questo, ce le ricordiamo per tutta la vita.

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