L’Arsenal ha concluso la sua stagione, lunga ben 63 partite, con un pareggio trasformato soltanto dalla lotteria dei rigori in una sconfitta nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain.
Possiamo consolarci con il fatto di aver terminato la campagna europea da imbattuti? Oggi no.
Forse tra qualche settimana, forse tra qualche mese, forse quando il dolore lascerà spazio all’analisi. Ma questa domenica mattina, no. Questa mattina resta soprattutto la rabbia. La sensazione che alcuni episodi, alcuni dettagli, alcune decisioni arbitrali assumano un peso ancora maggiore guardando il risultato finale.
Possiamo però ricordare un’altra cosa.
Questa stagione ha visto i Gunners competere per quattro trofei. Ne hanno vinto uno. Ne hanno persi due in finale (ieri e in Coppa di Lega), contro club sostenuti da risorse economiche praticamente illimitate. E il quarto contro una squadra di Championship che successivamente è stata esclusa dal proprio campionato per aver violato le regole.
Sì, possiamo concederci qualche ora di amarezza.
Ma non possiamo permettere che questa amarezza cancelli una stagione straordinaria.
Una stagione che si è chiusa con decine di migliaia di tifosi dell’Arsenal a invadere Budapest, trasformandola in una piccola Islington sul Danubio. Una partita che ha visto i Gunners andare in vantaggio dopo appena sei minuti e poi controllare tatticamente la partita con una maturità impressionante.
Per quasi due ore la squadra presentata come una macchina perfetta, i campioni d’Europa in carica, non è riuscita a costruire praticamente nulla contro la miglior difesa del continente.
David Raya non è stato costretto a compiere parate memorabili. Non ci sono stati gli interventi disperati di Saliba o i recuperi impossibili di Gabriel che abbiamo visto tante volte durante l’anno. Non ce n’è stato bisogno.
Perché l’Arsenal aveva semplicemente neutralizzato il PSG sul piano tattico.
Controllo degli spazi. Pressione organizzata. Gestione dei tempi della partita. E persino due occasioni importanti per trovare il raddoppio prima che arrivasse il loro pareggio su calcio di rigore. Perché’ questa macchina da guerra ha avuto bisogno di un rigore e dei rigori per vincere, su azione non ha creato praticamente nulla!
Dopo la partita, Luis Enrique ha parlato di vittoria meritata facendo riferimento alle grandi partite vinte dal PSG durante il percorso europeo.
Una lettura curiosa.
Perché anche l’Arsenal ha affrontato grandi squadre. Anche l’Arsenal ha attraversato notti europee difficili. Con una differenza sostanziale: non ne ha persa neanche una, neppure ieri sera contro di loro.
E soprattutto, osservando la finale, è difficile sostenere che vi sia stata una superiorità evidente da parte dei parigini.
La differenza è arrivata ai rigori.
E nel calcio, i rigori raccontano spesso una storia diversa da quella vista nei 120 minuti precedenti.
Mikel Arteta, a fine gara, ha scelto la strada della dignità.
“È davvero dura quando sei così costante per tutta la competizione fino alla finale e poi perdi il trofeo ai calci di rigore. È difficile da accettare. Sono immensamente orgoglioso dei giocatori. Per me è un privilegio allenare questo gruppo di ragazzi, questa squadra, per il modo in cui portano questo stemma sul petto e per tutto ciò che mettono in campo ogni singolo giorno.”
Ed è difficile non condividere ogni sua singola parola.
Perché questa squadra è arrivata a un passo dalla coppa più importante d’Europa seguendo un percorso completamente diverso rispetto a quello scelto da molti dei suoi rivali.
Il PSG ci ha impiegato dieci anni e investimenti senza precedenti per arrivare a sollevare la Champions League.
Lo stesso vale per il Manchester City.
L’Arsenal è arrivato fin qui con un progetto costruito sulla competenza, sull’analisi, sul lavoro quotidiano e sulla crescita costante di un gruppo di giocatori che sembra avere ancora margini enormi.
E forse è proprio questo il motivo per cui la sconfitta fa così male.
Perché tutti, guardando questa squadra, hanno avuto la sensazione che fosse davvero possibile.
Che fosse il nostro momento.
Che questa volta la coppa potesse finalmente arrivare nel Nord di Londra.
L’ultima immagine che mi porterò dietro da Budapest, però, non è il rigore decisivo.
È il volto di Declan Rice.
Mentre il PSG festeggiava, la telecamera ha catturato il suo sguardo. Uno sguardo duro, quasi feroce. Un sorriso beffardo. Lo stesso che avevamo visto sei settimane fa a Manchester quando, parlando da solo, ripeteva: “It’s not done. No, no.”
Da quel momento l’Arsenal ha vinto tutte le partite che servivano per riportare la Premier League a casa.
Per questo quello sguardo vale più di mille interviste.
Perché sembrava contenere una promessa.
Non una resa.
Una promessa.
E forse il messaggio era già rivolto alla finale del 2027 a Madrid.
O forse semplicemente alla prossima stagione.
Ora basta.
Al diavolo il rigore che ci è stato negato nei supplementari.
Al diavolo le polemiche arbitrali. Al diavolo questo genere di arbitri sempre accondiscendi con chi è ricco e potente.
Al diavolo i dibattiti social sul possesso palla, come se il calcio fosse diventato una gara statistica e non uno sport in cui conta ciò che si crea e ciò che si concede. Perché’ basandosi solo sul possesso palla ogni Champions League con Wenger in panchina doveva allora essere nostra “per merito di quanto tenevamo la palla?”
La stagione è finita.
Oggi Londra ospiterà una parata che porterà in strada più di un milione di persone. Per chi non sarà presente, il sito ufficiale dell’Arsenal trasmetterà tutto in diretta.
Poi arriveranno i Mondiali Americani.
Li seguirò con moderato interesse, sperando soprattutto di vedere i nostri ragazzi brillare con le rispettive nazionali e, ancora più importante, tornare a Londra sani.
Da queste parti, su questo magazine, si continuerà comunque a parlare ogni tanto di Arsenal durante l’estate. Per tornare regolarmente quando riprenderà il campionato.
Perché alcune storie non finiscono con un rigore sbagliato.
Alcune storie continuano.
E questa squadra, ne sono convinto oggi più di ieri, non ha ancora scritto il capitolo migliore.
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