Forse è l’autunno che insiste. Forse è l’algoritmo di iTunes, che ogni tanto fa la cosa giusta. Fatto sta che The Car degli Arctic Monkeys è tornato da una settimana nella mia playlist quotidiana, e proprio in questi giorni il disco ha compiuto quattro anni. Lo avevo lasciato indietro con la leggerezza colpevole di chi pensa «poi lo riascolto con calma». La calma è arrivata insieme alle sere fresche. È ancora il loro ultimo album in studio: da allora è arrivato solo l’inedito Opening Night, uscito a inizio 2026 nella raccolta benefica HELP(2) di War Child. Ci ho messo quattro anni a capire che il tempo gli stava lavorando a favore.
Chi cercava i riff di Do I Wanna Know? rimase spiazzato nel 2022. Non c’era niente da urlare a un festival. Dopo Tranquility Base Hotel & Casino, che lasciava l’ascoltatore in un lounge lunare un po’ ostile, The Car fa un passo più umano. Resta il lusso, ma ci si può sedere dentro. Gli archi non decorano: sono l’architettura del disco. Intorno si muovono un basso che respira, una batteria di Matt Helders che accarezza invece di colpire, e qualche pennellata di chitarra al posto delle pareti di suono. In cabina c’è James Ford, che da anni conosce la band meglio di chiunque, e si sente.
Dieci brani, nessuno di troppo
There’d Better Be a Mirrorball apre come una porta socchiusa su un salotto di velluto. È un congedo in forma di ballata, con Alex Turner che canta dall’ultimo tavolo di un locale quasi vuoto. Poi arrivano i due brani che per me reggono tutto il disco.
- Body Paint parte come una confessione sussurrata e cresce fino a un finale di chitarra e archi che, a ogni ascolto, mi fa pensare che sia il momento più grande dell’album.
- Sculptures of Anything Goes è il fantasma di un vecchio film di fantascienza. Il groove è lento, quasi un’andatura, e il testo è pieno di immagini che non spiegano nulla e sembrano dire tutto.
In mezzo ci sono Jet Skis on the Moat, con il suo swing da cartolina surreale, la title track, cinematografica come una scena di inseguimento al rallentatore, e Hello You, che ha un passo quasi funk. Il disco si chiude con Perfect Sense, un finale che non vuole stupire e per questo funziona. Il tutto dura circa trentasette minuti, il tempo giusto per un album che sa quando smettere di parlare.
Perché oggi funziona meglio di allora
La classe di The Car sta nella sua misura. È un disco che non ha niente da dimostrare, cosa rarissima per una band con quell’eredità sulle spalle. Turner scrive come uno che ha smesso di fare lo spaccone e ha cominciato a osservare, con quell’ironia asciutta che gli è sempre appartenuta ma stavolta più matura, quasi crepuscolare. Le influenze si sentono (Scott Walker, il Bowie più elegante, certo cinema degli anni Settanta) ma non pesano. Questo disco non imita il passato: lo ricorda con affetto.
Per questo, secondo me, nel 2022 faceva fatica ad arrivare. Chiede attenzione, e va ascoltato in un certo stato d’animo. L’autunno è proprio quello giusto.
Il rito: disco, racconto, bicchiere
Il mio ascolto ideale è questo. Luci basse, The Car in sottofondo e in mano L’ultima riga di una storia mai scritta, il primo volume di MonoStories con i disegni e le citazioni di Hanna Simonis, nato dai poster di MonoQuote. È un libro da leggere a bocconi, un racconto alla volta, proprio come un disco di dieci brani.
Ogni storia nasce da un’immagine e da una frase, e l’epigrafe che dà il titolo al libro vale anche per questo album: una citazione è l’ultima riga di una storia che nessuno ha mai scritto. Le canzoni di Turner funzionano allo stesso modo. Sono ultime righe senza il resto: un’immagine di Sculptures of Anything Goes, un verso buttato lì in Body Paint, e la storia la scrivi tu mentre ascolti.
Nel bicchiere un Carignano del Sulcis, per esempio il Terre Brune di Santadi. È rosso scuro, caldo, con frutto maturo e una nota balsamica. Il tannino è morbido e il finale lungo e sinuoso, come gli archi di Body Paint. Un vino sardo che non alza la voce e ti conquista lo stesso, proprio come questo disco.
Il verdetto
The Car non è l’album che riaccende gli stadi e non vuole esserlo. È il disco di una band che ha scelto l’eleganza al posto dell’urgenza. Se lo avete lasciato da parte come me, riprendetelo in una sera d’autunno, magari con un libro e un buon rosso. Gli darete il tempo che merita.
Voto: 8/10
Da ascoltare: Body Paint, Sculptures of Anything Goes, There’d Better Be a Mirrorball.
Scheda del disco: The Car degli Arctic Monkeys
- Uscita: 21 ottobre 2022, Domino Recording Company
- Produzione: James Ford
- Registrazione: La Frette (Parigi), Butley Priory (Suffolk) e RAK Studios (Londra)
- Durata: circa 37 minuti, dieci brani
- Classifiche: n. 2 nel Regno Unito, n. 6 in Italia (FIMI)
Tracklist
- There’d Better Be a Mirrorball
- I Ain’t Quite Where I Think I Am
- Sculptures of Anything Goes
- Jet Skis on the Moat
- Body Paint
- The Car
- Big Ideas
- Hello You
- Mr Schwartz
- Perfect Sense
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