Gli scontri a Milano di questi giorni mi hanno riportato a una sera d’agosto del 2011, a Putney, durante le rivolte di Londra. Due città diverse, la stessa domanda lasciata senza risposta.
La sera in cui la polizia mi disse di chiudere
Erano due agenti, giubbotti gialli, nessuna fretta nella voce. Entrarono a Isola del Sole in Putney, e mi dissero quello che stavano dicendo a tutti: “abbassi la serranda, torni a casa, stasera non serve che lei resti aperto.” Non era un ordine scritto. Era un consiglio dato con il tono di chi non ha voglia di ripeterlo.
Chiusi. Ricordo il rumore della serratura in una strada che a quell’ora, d’estate, di solito era piena di gente con il bicchiere in mano davanti ai pub. Il silenzio arrivava prima del buio quella sera.
A casa mi misi alla finestra. Aspettavo qualcosa: fumo, sirene, ragazzi con il cappuccio. Non arrivò niente. La strada restò vuota per ore, attraversata ogni tanto da una volante. Londra bruciava a pochi chilometri, e io guardavo una via deserta in cui non succedeva nulla.
Era l’agosto del 2011. Ci ho ripensato in questi giorni, guardando le immagini degli scontri a Milano, in piazza Duomo. Ci ho visto molte similitudini.
Londra, cinque notti
Tutto partì da Tottenham. Il 4 agosto la polizia uccise Mark Duggan, 29 anni, durante un fermo armato. La prima versione parlava di uno scontro a fuoco che non c’era stato. Due giorni dopo la famiglia aspettò per ore davanti alla stazione di polizia che qualcuno uscisse a spiegare. Nessuno uscì. Quella sera Tottenham prese fuoco.
In quarantotto ore la rivolta arrivò a Hackney, Croydon, Ealing, Clapham Junction, a pochi minuti da casa mia. Poi Birmingham, Manchester, Liverpool. Ragazzi giovanissimi, incappucciati, che si davano appuntamento con BlackBerry Messenger e si spostavano più veloci della polizia. Nelle prime notti la polizia guardava, senza comandanti: il capo della Met si era dimesso da poche settimane, il governo era in vacanza.
Finì in fretta, e non perché qualcosa fosse stato risolto. Sedicimila agenti in strada, tribunali aperti di notte, pene esemplari. Sei mesi di carcere per una confezione d’acqua rubata. Il primo ministro (che avevano i Conservatori e alcune frange di chi progettava già la Brexit) parlò di criminalità pura e semplice. La sera in cui chiusi il locale, credo fosse il 9 agosto, la politica aveva già deciso di svuotare le strade prima che lo facesse qualcun altro.
Scontri a Milano: due pomeriggi
Sabato 17 ottobre oltre cinquemila persone, quasi tutte giovanissime, sfilano a Milano contro il carovita, il prezzo della benzina, gli affitti, gli stipendi. Il corteo l’ha convocato “Italia in piazza“, un movimento nato sui social e fuori dai partiti, nello stesso giorno in cui in Francia scendono in strada centinaia di migliaia di persone.
Quando il corteo si scioglie, centinaia di ragazzi vestiti di nero restano. Diciamo meglio… “arrivano”, prima nessuno gli aveva visti. Occupano il sagrato del Duomo, lanciano bombe carta, transenne, sedie dei bar. Domenica tornano, senza più nessun corteo a fare da cornice. Spaccano le pensiline in via Torino, entrano nei negozi di catena tra Cordusio e il Castello. In Galleria i bar smontano i dehors per paura del giorno dopo.
I numeri di domenica: 271 persone portate in questura, 220 minorenni. Vengono dalle periferie e dall’hinterland, italiani e figli dell’immigrazione (cosa che i media evidenziano, come una scusa, una giustificazione. A Londra nessuno disse mai una cosa simile, eppure di certo erano moltissimi di “seconda generazione”, come lo è l’Inghilterra nel suo complesso.
Si sono dati appuntamento sui social. Scontri anche a Torino, Bologna, Bergamo. Lunedì la presidente del Consiglio convoca un vertice sull’ordine pubblico.
Fatti diversi, la stessa ferita
Conviene dirlo subito: Milano non è Tottenham. A Londra c’era un uomo ucciso dalla polizia e una famiglia lasciata fuori da una porta chiusa. A Milano non c’è un morto, non c’è un nome da gridare. A Londra i ragazzi bruciavano le proprie strade. A Milano scendono dall’hinterland e vanno a prendersi il centro, il Duomo, la Galleria, i luoghi delle cartoline.
Eppure, guardando quelle immagini, ho riconosciuto qualcosa. Non i fatti. Le persone, e il vuoto intorno a loro.
Sono gli stessi ragazzi. Quindici, sedici, diciassette anni, il cappuccio tirato su, il telefono in mano. Nel 2011 li chiamava un messaggio su BlackBerry, oggi una storia su Instagram. Arrivano tutti insieme, colpiscono, spariscono, ricompaiono due strade più in là. Nessuno li rappresenta. A Londra non li ascoltava nessuno prima della rivolta. A Milano nessun partito ha messo piede in piazza Duomo.
C’è poi la città che si chiude. Le serrande abbassate in anticipo, i dehors smontati, i genitori invitati a tenere i figli a casa, i passanti a non fermarsi a guardare. Londra nel 2011 imparò a svuotarsi da sola, per paura. Milano lo sta imparando adesso.
E c’è l’innesco che si stacca dal motivo. A Londra la rabbia per Duggan diventò in due giorni saccheggio di scarpe da ginnastica e televisori. A Milano un corteo sul carovita è diventato, in un pomeriggio, l’assalto ai negozi di catene. In entrambi i casi la ragione iniziale era vera, e in entrambi i casi è stata la prima a bruciare.
La stessa risposta
Il collante più forte, però, non sta in piazza. Sta nei palazzi. Non a Milano, ma a Roma.
Nel 2011 il governo britannico scelse una sola lettura: criminalità, non disagio. Ne seguirono tribunali notturni e pene molto più lunghe della media. Le perquisizioni di strada, che colpivano sempre gli stessi ragazzi degli stessi quartieri, restarono com’erano per anni. Le rivolte si spensero in pochi giorni. Le domande no. Quindici anni dopo la morte di Duggan resta contestata e le perquisizioni in Inghilterra sono di nuovo in crescita: oltre 586.000 nell’ultimo anno, l’85% senza un arresto.
A Milano il linguaggio è già lo stesso. Il presidente della Regione parla di razzie, non di manifestazioni. Il ministro dell’Interno promette che non ci sarà impunità neanche per i minorenni. Per 174 dei ragazzi fermati domenica è scattato il fermo di prevenzione previsto dall’ultimo decreto sicurezza, e il governo studia nuovi strumenti. Intanto sindaco e ministro litigano su quanti agenti ci fossero in strada, come a Londra litigavano Scotland Yard, il sindaco e Downing Street.
La lezione inglese è scomoda per tutti. Chi ha messo a ferro e fuoco il centro va fermato, e a Londra fermarli funzionò. Ma uno studio della London School of Economics, intervistando i ragazzi delle rivolte, trovò alla radice della loro rabbia proprio i fermi ripetuti, il sentirsi trattati da sospetti prima ancora di aver fatto qualcosa. La loro condizione economica e il caro vita di Londra. Una risposta fatta solo di ordine pubblico può chiudere la piazza oggi e preparare a quella di domani che potrebbe essere molto peggiore.
Un’altra finestra
Quindici anni fa guardavo una strada vuota da una finestra di Putney. Oggi guardo piazza Duomo da uno schermo, a pochi passi da Roma. Cambia la distanza, non la posizione: quella di chi vede soltanto il risultato finale.
Dalla mia finestra, nel 2011, non si vedeva Tottenham. Non si vedeva la famiglia davanti alla stazione di polizia, né i ragazzi fermati e perquisiti per la decima volta in un anno. Si vedeva una strada pulita, silenziosa, sorvegliata. Per molti di noi bastava. Forse è per questo che il resto è rimasto irrisolto.
A Milano si sta per vedere la stessa scena: il centro presidiato, le vetrine rifatte, le strade di nuovo calme. Sarà una buona notizia. Sarebbe un errore scambiarla per una soluzione.
Purtroppo la politica vorrà farci credere che hanno trovato la soluzione, sta a noi capire ed essere coscienti che è un cerotto umido, di quelli che si staccano dopo poche ore da una ferita che invece andava curata con più cura.
Fonti: dove verificare fatti e correlazioni
- Timeline of the 2011 England riots, Wikipedia
- Decisione IOPC sul caso Mark Duggan
- Home Office, statistiche su stop and search 2025-26
- Il Post, nuovi disordini e saccheggi a Milano
- MilanoToday, 271 fermati
- Fanpage, la differenza tra Italia e Francia
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