Arrivava di notte, vestita di nero, chiamata dalla famiglia. Entrava nella stanza del moribondo, faceva uscire tutti, toglieva dalle pareti le immagini sacre. Poi restava sola con lui. In Sardegna la chiamavano s’accabadora, o femina agabbadora in Gallura: “colei che finisce”. Una figura sospesa tra storia, leggenda e silenzio, tornata al centro dell’attenzione grazie a un romanzo che ha vinto il Premio Campiello.
Chi era s’accabadora
Il nome deriva quasi certamente dallo spagnolo acabar, finire. Secondo la tradizione orale, l’accabadora era una donna del paese, spesso la stessa che aiutava le partorienti a far nascere i bambini. Veniva chiamata quando un malato soffriva da giorni senza speranza di guarigione e la sua agonia sembrava non finire mai. Il suo compito era porre fine a quella sofferenza.
I racconti parlano di metodi diversi: un cuscino premuto sul volto, oppure un colpo secco con su mazzolu, un piccolo martello di legno d’olivo. Non chiedeva denaro, almeno secondo la tradizione: era considerato un atto di pietà, un dovere verso la comunità, come quello di assistere alla nascita.
Storia o leggenda?
È la domanda che divide gli studiosi da decenni. Le prove scritte sono pochissime, e non è strano: si parlava, di fatto, di omicidi, e il silenzio era la regola. Alcuni antropologi considerano l’accabadora una figura più simbolica che reale; altri hanno raccolto testimonianze dirette di anziani che giuravano di averla vista agire.
Tra gli ultimi episodi riportati, sempre da testimoni indiretti, se ne citano due: uno a Luras, in Gallura, nel 1929, e uno in Barbagia, probabilmente a Orgosolo, addirittura nel 1952. Nel caso di Luras, la donna che avrebbe “aiutato” a morire un uomo di settant’anni era la levatrice del paese.
Il martello di Luras
Proprio a Luras si trova il Museo etnografico Galluras, conosciuto da tutti come il museo della Femina Agabbadora. Ospitato in un palazzo di fine Settecento, ricostruisce gli ambienti della vita gallurese di un tempo. Nella camera da letto è custodito un mazzolu di olivastro, trovato in uno stazzo abbandonato vicino al paese. È l’unico oggetto di questo tipo esposto al pubblico, e da solo vale il viaggio.
[FOTO: Luras, il museo o un interno di casa gallurese]
Il romanzo di Michela Murgia
Per il grande pubblico, l’accabadora ha un volto e un nome: Tzia Bonaria Urrai, la protagonista di Accabadora di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2009 e vincitore del Premio Campiello nel 2010. Nel paese immaginario di Soreni, Bonaria prende con sé la piccola Maria come fill’e anima, figlia dell’anima, secondo un’antica forma di adozione sarda. Maria cresce senza sapere cosa faccia davvero la donna che l’ha accolta quando esce di notte.
Il romanzo non giudica e non assolve. Racconta una comunità che aveva trovato un suo modo, crudele e pietoso insieme, di affrontare la morte. Ed è impossibile leggerlo oggi senza pensare al dibattito sul fine vita. Dal libro è stato tratto anche un film, L’accabadora di Enrico Pau, uscito nel 2015.
Murgia, scomparsa nel 2023, è tra i vincitori che raccontiamo nel nostro albo d’oro del Premio Campiello.
Perché ne parliamo ancora
L’accabadora affascina perché tocca una domanda che nessuna società ha risolto: chi decide quando una sofferenza deve finire? Nella Sardegna di un secolo fa la risposta era affidata a una donna, alla famiglia, alla comunità. Oggi la cerchiamo nelle leggi, nei tribunali, nei comitati etici. La domanda, però, è rimasta la stessa.
Domande frequenti
Cosa significa accabadora?
Significa “colei che finisce”, dallo spagnolo acabar. Era la donna che, secondo la tradizione sarda, poneva fine all’agonia dei moribondi.
L’accabadora è esistita davvero?
Gli studiosi non sono d’accordo. Esistono testimonianze orali e alcuni casi riportati fino al Novecento, ma quasi nessuna prova documentale.
Dove si può vedere il martello dell’accabadora?
Al Museo etnografico Galluras di Luras, in Gallura.
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