C’è un genere di poster, in casa, che non serve a decorare: serve a ricordare. MonoQuote nasce da lì — da frasi abbastanza brevi da stare su un muro, abbastanza vere da restarci per anni. Dietro ognuna, nel libro «L’ultima riga di una storia mai scritta» (MonoStories, Vol. I), abbiamo scritto la stanza da cui quella frase è uscita. Trovate la nostra recensione completa del libro qui su Urban Mood Magazine; oggi vi raccontiamo invece una storia sola, forse la più silenziosa delle cinquanta: un racconto sul lutto, e su un vedovo che a sessantasei anni impara a remare.
Giorno Dopo Giorno
Ispirata al poster Boat in Heart Poster
“The broken heart. You keep living, day after day.”
Il circolo di canottaggio dà al vecchio Miro una chiave tutta sua, alla fine, perché tanto lui è già lì prima di chiunque altro, ogni singola mattina, con qualsiasi tempo percorribile.
Le sei del mattino, l’acqua come metallo colato. Uno skiff stretto, un vecchio, fino alla boa verde e ritorno. Quattro chilometri. Non si allena per niente. Non si iscrive a niente. Rema come un uomo che sbriga una commissione, e in un certo senso lo è.
I soci più giovani hanno delle teorie su di lui: un ex campione, immaginano. Non lo è; ha cominciato a remare a sessantasei anni, disperato, sguazzando come bucato steso. La verità è negli archivi della segretaria del circolo, datata tre settimane dopo la data sul certificato di morte di sua moglie.
Quello che il medico aveva detto a Miro, nel primo mese, era la cosa che i medici dicono perché è tutto quello che c’è da dire: si continua a vivere, giorno dopo giorno. L’aveva odiata, quella frase. Suonava come un muro. Come se i giorni fossero una condanna da scontare.
Fu il fiume a tradurgliela.
Perché ecco cos’è remare su uno skiff singolo: stai voltato all’indietro.
«Non puoi vedere dove stai andando. Vedi solo dove sei stato — e vai avanti comunque, una remata, poi un’altra, poi un’altra ancora.»
Certe mattine l’acqua lo combatteva. Certe mattine lo portava. Imparò a non attribuire un significato né all’una né all’altra cosa; il fiume non ne aveva nessuno, ed era questa la cosa più riposante. Presa, spinta, bandierata, recupero.
«Una barca non ha bisogno di essere intera per galleggiare. Ha bisogno di essere remata.»
Un racconto sul lutto che non promette consolazioni
È una storia per chiunque abbia mai ricevuto un consiglio vero e insopportabile — «si va avanti, un giorno alla volta» — e lo abbia sentito come una condanna invece che come un sollievo, prima di trovare, per caso, il proprio modo per farlo diventare sopportabile. Miro non guarisce nel senso in cui lo intendono i depliant. Trova un metodo: un rituale fisico che traduce in movimento del corpo un’istruzione che a parole restava vuota.
Il poster ispirato a questa storia mostra la sagoma di una piccola barca dentro un cuore spezzato — l’immagine più diretta, tra le cinquanta della collezione MonoQuote, di cosa significhi continuare a muoversi con qualcosa di incrinato nel petto. È scelto spesso come regalo di conforto, non per occasioni liete: per chi sta attraversando un lutto, una separazione, un anno difficile, e ha bisogno di una frase che non finga che vada tutto bene.
Cosa impara Miro negli anni successivi sulla sua teoria della barca incrinata, e perché il circolo gli ha dato una chiave invece di chiedergli di smettere, lo scoprite nella storia completa.
Questa è solo l’apertura di una delle cinquanta storie di «L’ultima riga di una storia mai scritta» (MonoStories, Vol. I), un racconto per ogni poster MonoQuote. Tutta la collezione la trovate su monoquote.com. Se prima di comprare il libro volete un parere più disteso del nostro, la recensione completa è qui su Urban Mood Magazine. E se questa immagine vi è rimasta in testa, il poster che l’ha ispirata è a un clic di distanza. Dalla stessa raccolta abbiamo già pubblicato anche La conchiglia che portava il mare, Divenire, il seme che ha aspettato settanta milioni di anni e Due tazze, seimila chilometri.
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