L’ultimo degli Altavilla di Daniela Di Benedetto

Daniela Di Benedetto sceglie di raccontare una famiglia partendo da ciò che, dentro una famiglia, dovrebbe offrire sicurezza: gli affetti, i ricordi, la fiducia costruita negli anni, il senso di appartenenza. Poi lascia che queste certezze mostrino lentamente le loro crepe, senza ridurre tutto alla vicenda personale di Antonio e senza concedere al lettore la comodità di dividere subito chi ama da chi tradisce, chi merita rispetto da chi invece lo ha soltanto ricevuto.

È proprio questa instabilità a rendere L’ultimo degli Altavilla interessante, perché tocca qualcosa che riguarda la vita reale molto più di quanto vorremmo ammettere. Si può trascorrere un’esistenza accanto alla propria moglie, conoscere il tono della sua voce, le abitudini, i silenzi, ciò che la irrita e ciò che la fa sorridere, e continuare comunque a ignorare la verità più importante, quella dei suoi sentimenti. La familiarità può creare l’illusione della conoscenza assoluta, mentre l’amore rimane qualcosa che nessuno può dare per garantito soltanto perché gli anni trascorsi insieme sono stati molti.

Daniela Di Benedetto porta la stessa inquietudine dentro la memoria familiare, dove il rischio è persino più doloroso perché riguarda persone che non possono più essere interrogate. Un parente morto può essere ricordato per anni come un uomo degno di ammirazione, fino a occupare un posto quasi sacro nella storia privata di chi gli è sopravvissuto, e poi una verità rimasta nascosta può restituire una figura completamente diversa. L’eroe conservato nei ricordi può essere stato un uomo dominato dall’ambizione, disposto a sacrificare perfino la propria famiglia pur di raggiungere ciò che desiderava. In quel momento non cambia soltanto il giudizio su di lui, perché cambia anche il valore di tanti ricordi costruiti attorno alla sua immagine e diventa inevitabile chiedersi quanto della storia familiare sia stato realmente conosciuto e quanto, invece, sia stato tramandato nella versione più conveniente o rassicurante.

Antonio appartiene pienamente a questo intreccio, ma non lo domina da solo. I suoi rimorsi, l’amore che non ha potuto vivere come avrebbe voluto e il rapporto con la terra acquistano un peso maggiore proprio perché entrano in contatto con sentimenti e interessi altrui. Attorno a lui esistono persone con una propria volontà, un proprio passato e soprattutto motivazioni che non coincidono necessariamente con ciò che Antonio crede. È questa pluralità a rendere più viva la storia, perché nessuno sembra esistere soltanto per accompagnare il protagonista nel suo tormento.

Anche il rapporto con la terra perde qualsiasi sapore decorativo o nostalgico. In una Sicilia che cambia profondamente tra gli anni Sessanta e Novanta, possedere un terreno significa trovarsi nel punto esatto in cui memoria, denaro, famiglia e futuro possono entrare in conflitto. La trasformazione del territorio modifica anche il modo di guardarlo: ciò che per qualcuno conserva il valore di una vita, per qualcun altro può rappresentare un’occasione da sfruttare. Daniela Di Benedetto inserisce così le tensioni private dentro una trasformazione sociale concreta, facendo percepire quanto facilmente gli interessi possano entrare nei rapporti familiari senza presentarsi apertamente come tali.

Quello che rende il romanzo capace di incuriosire è soprattutto il fatto che il lettore non riceve una famiglia già spiegata, ma deve comprenderla poco alla volta attraverso ciò che i personaggi hanno creduto, nascosto, desiderato e ricordato. L’amore di una moglie non può essere considerato automaticamente certo, la reputazione di un morto può sopravvivere alla verità, l’ambizione può convivere con i legami di sangue e perfino un bene tramandato attraverso le generazioni può assumere significati opposti per persone appartenenti alla stessa famiglia.

In L’ultimo degli Altavilla Daniela Di Benedetto mette quindi sotto osservazione qualcosa di molto più ampio del destino di Antonio: il modo in cui costruiamo la nostra idea delle persone amate partendo da ciò che vediamo, da ciò che ci raccontano e da ciò che abbiamo sempre creduto di sapere. Quando una di queste convinzioni viene smentita, anche il passato deve essere riletto, perché gli anni trascorsi non cambiano, ma può cambiare completamente il significato che attribuiamo loro.

Ed è proprio il desiderio di conoscere ciò che gli Altavilla hanno realmente amato, difeso, nascosto e sacrificato a rendere difficile accontentarsi della superficie della loro storia.

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