Il popolo che non esiste più. La fine della società di massa e l’inizio di qualcosa che non sappiamo ancora nominare

Per gran parte del Novecento, la parola “popolo” non era una metafora.
Non era uno slogan, né un’immagine evocata nei discorsi televisivi. Era una realtà materiale.

Fabbriche, quartieri, partiti, sindacati, piazze: erano questi i luoghi in cui il popolo prendeva forma. Le persone condividevano tempo, lavoro, conflitti, aspettative. Condividevano una condizione. E proprio questa condizione comune rendeva possibile parlare di “noi”.

Il popolo esisteva perché esistevano condizioni materiali condivise.

Oggi quella forma sociale si è dissolta.
Eppure continuiamo a usare le stesse parole, come se nulla fosse cambiato.

Un argomento che in parte avevo gia’ esaminato ma che oggi vorrei approfondire.


La fine delle strutture che creavano le masse

Le masse non sono scomparse per apatia o disimpegno.
Non è vero che le persone “non hanno più voglia” di partecipare.

Le masse sono venute meno perché sono venute meno le strutture che le rendevano tali.

La frammentazione del lavoro, la precarietà permanente, la mobilità forzata, la fine dei luoghi stabili di socialità hanno dissolto l’esperienza collettiva continuativa. Senza fabbriche come mondi sociali, senza quartieri come comunità, senza partiti come scuole di identità, il “noi” perde consistenza.

Resta come parola, come retorica, come richiamo nostalgico.
Ma non come esperienza vissuta.


Il popolo come immagine mediatica

Oggi ciò che chiamiamo “popolo” sopravvive soprattutto come immagine.

Viene evocato nei discorsi politici, nei talk show, nei post virali. Ma non prende più forma nello spazio fisico. Non occupa più piazze come esperienza stabile, non costruisce istituzioni proprie, non produce continuità.

Non è più un soggetto che agisce.
È diventato un pubblico che reagisce.

Quando una categoria sociale smette di essere incarnata – fatta di corpi, luoghi, abitudini condivise – diventa simbolica. E quando diventa simbolica, diventa anche manipolabile.


Populismi e solitudini connesse

I populismi contemporanei parlano continuamente “a nome del popolo”.
Ma non si rivolgono a una massa organizzata. Si rivolgono a individui isolati.

Non mobilitano comunità, ma solitudini connesse.
Non costruiscono esperienze comuni, ma sincronizzano emozioni: rabbia, risentimento, paura.

Il consenso non nasce più da un vissuto condiviso, ma da stati emotivi che si accendono insieme, online, senza trasformarsi in legami duraturi.

Il popolo non agisce più insieme.
Reagisce separatamente.

protesters holding a slogan as popolo
Photo by Lara Jameson

Quando l’ingiustizia non produce più popolo

Questo aiuta anche a capire un fenomeno che oggi sembra inspiegabile:
perché, di fronte a forme evidenti di ingiustizia, abuso di potere o violenza istituzionale – come quelle che caratterizzano molte scelte e retoriche di Donald Trump – il “popolo” non reagisce come ci si aspetterebbe.

Nel Novecento, un’ingiustizia riconosciuta produceva mobilitazione: scioperi, piazze, organizzazione, conflitto collettivo. Perché esistevano strutture che trasformavano l’indignazione in azione.

Oggi l’indignazione esiste, ma resta spesso intrappolata nello spazio digitale.
Si esprime in post, commenti, video virali, boicottaggi simbolici. Ma raramente si traduce in organizzazione stabile.

Non perché le persone non provino rabbia o senso di ingiustizia, ma perché manca ciò che permette a quelle emozioni di diventare “noi”.

L’ingiustizia oggi produce reazioni, non soggetti politici.
Produce onde emotive, non processi collettivi.

Di fronte a figure come Trump, il dissenso si frantuma in milioni di risposte individuali: ciascuno indignato, ciascuno visibile, ma nessuno davvero insieme. Online sembra tutto enorme, travolgente, continuo. Nello spazio reale, invece, quella stessa energia si disperde.

Non è apatia.
È incapacità strutturale di trasformare l’emozione in corpo politico.

Il paradosso è che viviamo in un’epoca in cui l’ingiustizia è più visibile che mai, ma la capacità di costruire un soggetto collettivo che la affronti è più debole che mai.
Non perché manchino le persone, ma perché manca la forma che potrebbe unirle.


Dalle identità durevoli alle opinioni temporanee

La politica di massa produceva identità durevoli.
Ti diceva chi eri, da dove venivi, con chi stavi.

La politica contemporanea produce opinioni temporanee.
Mutevoli, rapide, reversibili.

Il popolo come soggetto storico aveva memoria, disciplina, continuità.
Oggi il consenso è volatile. Cambia con la velocità delle notizie e degli algoritmi.

Questo non è un difetto morale delle persone.
Quando manca l’esperienza comune, manca anche la coscienza comune.


Parole che sopravvivono alle cose

Continuiamo a usare parole come “popolo”, “base”, “massa” non perché descrivano bene il presente, ma perché non ne abbiamo ancora di nuove.

Il linguaggio sopravvive spesso più a lungo delle strutture che descrive.
Così la politica parla a un soggetto che non esiste più.


Cosa c’è al posto del popolo?

Al posto del popolo troviamo:

– aggregati temporanei
– comunità effimere
– bolle emotive

Non sono finzioni. Sono forme sociali reali. Ma instabili.
L’errore è trattarle come se fossero le vecchie masse.

La questione non è rimpiangere il passato.
È riconoscere che la forma sociale è cambiata radicalmente.


Non partecipiamo meno. Partecipiamo diversamente.

Non è vero che le persone partecipano meno.
Partecipano in modi diversi.

Il problema non è la disaffezione.
È la mancanza di forme politiche capaci di organizzare questa partecipazione frammentata.

Il popolo non è scomparso per disinteresse.
È scomparso perché nessuno è più in grado di costruirlo.


Una domanda radicale

Forse il popolo non è morto.
Forse è diventato qualcosa che non sappiamo più nominare.

Qualcosa che non riconosciamo perché non assomiglia più a ciò che eravamo abituati a vedere.

La domanda allora è semplice e radicale:

Ha senso continuare a parlare di “popolo”,
se non sappiamo più che forma ha?

Questa e’ la domanda che mi pongo ogni giorno e che provo a girare verso di voi.



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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