Pregiudizi: cosa mi ha insegnato una passeggiata nell’East London

Di Massimo Usai · Scritto nel 2020, rivisto nel 2026

Camminare nell’East London è uno di quegli esercizi che ti rimettono in discussione. Ogni volta che ci sono tornato mi sono ricordato una cosa semplice: dovremmo interrogare il nostro modo di pensare e, prima di tutto, i nostri pregiudizi, partendo da quello che vediamo intorno a noi.

In un normale giorno feriale, lì, si respira una strana sensazione di pace. Il mercato, i banchi di frutta e verdura, le voci in dieci lingue diverse, la gente che fa la spesa come in qualsiasi altra parte della città.

East London senza pregiudizi: passanti davanti a un banco di frutta e verdura in un mercato di strada
East London (foto di Massimo Usai)

Una fermata di autobus, un altro Paese

Londra ti offre tutto. Nell’East London hai la sensazione di essere in un altro Paese; poi prendi l’autobus, fai una sola fermata, e ti ritrovi in un quartiere alla moda dove i problemi sembrano non esistere.

La domanda che mi faccio è sempre la stessa: siamo noi a creare questa divisione, o sono loro a non volersi integrare? La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. Alla base di tutto c’è il pregiudizio, e le paure stanno da entrambe le parti.

Noi crediamo di avere ragione, ma è soltanto una nostra convinzione, niente di più. Esattamente come per chi ha una fede diversa dalla nostra.

Dentro una scatola

Veniamo infilati in una scatola. Io, per esempio, vengo considerato “cristiano” per via delle mie origini e del colore della mia pelle. Nient’altro.

Ma non sono cristiano, così come non sono musulmano.

Non mi è mai piaciuto stare dentro una scatola costruita sul mio aspetto o sul mio passaporto. Non sono mai stato attratto dall’essere una persona religiosa. Eppure resto sempre curioso di capire perché così tante persone si sentano tanto coinvolte da un’interpretazione di un libro che, di solito, nessuno ha davvero letto.

Una macchina fotografica e un blog contro il populismo

Mentre camminavo da quelle parti pensavo a come smontare le idee populiste più comuni. I miei strumenti sono una macchina fotografica e un blog. Non è esattamente la macchina mediatica più potente in circolazione, ma credo che anche così si possa dare una mano.

Anche con questi piccoli mezzi continuo, con metodo, a mettere in discussione le convinzioni comuni e a rendere visibile la mancanza di prove su cui spesso si reggono. Con la macchina fotografica posso cogliere scene di strada senza disturbare nessuno, e lasciare che siano le immagini a raccontare una normalità che la propaganda preferisce non vedere.

La mia istruzione è limitata, e lo sarà sempre, perché credo che una vita non basti per capire la vita. Ma quella giornata nell’East London mi ha ricordato perché vale la pena provarci: mettere in dubbio i propri pregiudizi è il modo più semplice per vivere in pace con se stessi e con il resto del mondo.

Leggi anche: Immigrazione in Italia: cosa dicono davvero i dati · Brexit e Londra: cosa resta della città europea che abbiamo amato

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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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