Ci sono fenomeni politici che si possono condividere oppure respingere.
E poi ce ne sono alcuni che, prima ancora di essere giudicati, devono essere capiti.
Uno di questi riguarda il rapporto tra una parte dell’elettorato maschile conservatore e certe leadership contemporanee, forti, divisive, spesso volutamente abrasive nei toni.
Quel legame, per quanto criticabile, è leggibile.
Molti uomini cresciuti dentro modelli culturali tradizionali percepiscono il cambiamento degli ultimi decenni — nei ruoli, nel linguaggio, nei rapporti di forza simbolici — come una perdita di terreno. Non economica. Esistenziale.
Difendere quel tipo di leadership diventa allora un gesto di auto-difesa identitaria.
Non stanno solo sostenendo un politico. Stanno difendendo l’immagine del mondo in cui si riconoscono.
È una reazione che si può contestare. Ma non è difficile da comprendere.
Il punto che resta incomprensibile
Il vero nodo emerge altrove.
Quando a difendere con disciplina assoluta quel medesimo sistema non sono uomini che temono di perderlo — ma donne che quel potere lo hanno conquistato.
Karoline Leavitt, Pam Bondi, Kristi Noem, Megyn Kelly, Tulsi Gabbard, Maria Bartiromo, Laura Ingraham non sono figure marginali. Sono donne arrivate ai vertici della visibilità politica e mediatica americana.
Ed è qui che la domanda cambia natura.
Non è più sociologica.
Diventa morale e culturale.
Il caso recente che ha riaperto la frattura
L’audizione pubblica di Pam Bondi sul caso Epstein, avvenuta nei giorni scorsi e accolta da reazioni fortissime nell’opinione pubblica internazionale, ha rappresentato uno di quei momenti in cui la distanza tra percezione e difesa politica è apparsa, per molti osservatori, quasi insanabile.
Non tanto per gli aspetti giuridici — che seguiranno il loro corso — ma per il linguaggio, l’impostazione, la sensazione diffusa di una difesa che molti hanno interpretato come rigidamente allineata, impermeabile a qualsiasi riflessione più ampia sul significato di quella vicenda.
È stato uno di quei passaggi in cui la politica smette di sembrare discussione e inizia a somigliare a una linea da mantenere a ogni costo.
Ed è proprio questo che rende la posizione di alcune figure femminili così difficile da decifrare.
Il potere non cambia automaticamente chi lo raggiunge
Esiste una convinzione molto occidentale secondo cui l’accesso al potere produca automaticamente emancipazione collettiva.
La realtà è più complessa.
Il potere non è neutro.
È un sistema di codici. E chi vi entra spesso finisce per adottarli, non per trasformarli.
Così la presenza femminile, che dovrebbe introdurre una discontinuità, diventa invece un elemento di stabilizzazione del sistema stesso. Non una crepa. Una conferma.
Dalla rappresentanza alla fedeltà
La qualità più premiata oggi non è l’indipendenza. È la lealtà.
Lealtà narrativa.
Lealtà simbolica.
Lealtà di campo.
E quando la lealtà diventa più importante della complessità, anche chi avrebbe lo spazio per porre domande sceglie di non farlo.
Una dinamica che va oltre l’America
Questo schema non appartiene solo alla politica statunitense.
È ormai una grammatica diffusa dell’Occidente.
La trasformazione del consenso in identità.
La riduzione del dissenso a tradimento.
La difficoltà crescente di distinguere tra rappresentare il potere e coincidere con esso.
La domanda finale resta lì
Capire perché molti uomini conservatori difendano quel modello è relativamente semplice: stanno difendendo sé stessi.
Molto più difficile è capire perché alcune donne, arrivate dove sono arrivate, scelgano di difendere lo stesso impianto con una fedeltà che appare, a molti, persino più inflessibile.
Ed è forse questa la vera questione del nostro tempo politico: non chi detiene il potere, ma chi decide di non metterlo mai in discussione.
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