Intervista a Alfonso Chiaromonte autore del romanzo: “Il Gargano tra storia e leggenda. Un viaggio affascinante tra masserie, grotte e torri costiere.”

Chi legge questo libro si accorge che non c’è solo Cronaca o Storia. C’é una voce che vuole “salvare” qualcosa. Cos’è che ha più paura si perda?

Io cerco di creare un legame tra storia di ieri e quella di oggi, confrontare il passato con il presente e cercare di trasmettere ai giovani l’incanto. Qui lo spazio geografico e storia dell’uomo si compenetrano in un’intimità quasi invidiabile, per percepire quel respiro di gente che sembra isolata. Le nostre genti sono forti e volenterose nel mostrare i segni di una grandiosità del passato, come lo sono stati i monaci che sono vissuti in quello stesso luogo ed hanno lasciato una severa regola religiosa.

In molte pagine si avverte un legame forte con chi ha vissuto nella fatica: braccianti, artigiani, pellegrini. È una scelta storiografica o un dovere morale?

Ho avuto modo da ragazzo, nato a Poggio Imperiale 84 anni fa e quasi la metà di questi anni vissuti in quel di Bergamo e in provincia di Foggia, di visitare il Gargano con mio padre. Dopo tantissimi anni ci sono ritornato con i  miei figli. È stata una semplice passeggiata per trascorrere un giorno diverso e per rivivere insieme con loro la mia giovinezza.

 Scrivere del Gargano è ricordare così come io lo avevo conosciuto. Non so se sia per me scelta storica o dovere morale. Il fatto è che la mia mente, attraversando quelle strade, alcune strette, altre un po’ meno, rivive un periodo spensierato della giovinezza. Mi ricordo quando sentivo il calore della gente, il loro vocio, vedevo il lavoro delle dita delle donne, sedute agli angoli delle strade, che intrecciavano fili per confezionare maglie e calze. Ero distratto dal chiacchierio continuo dei bambini che si rincorrevano e inventavano mille giochi.

 Quello che più mi colpiva era vedere alcune donne dal portamento fiero e imponente che portavano pesi in bilico sul capo, senza reggerli con le mani, che coprivano il corpo con lunghe e larghe gonne ricche di mille pieghe.

 Mi ricordo ancora lunghe file di contadini e di pastori che giungevano dalle regioni vicine che percorrevano, come in una processione, quelle strade strette e ricche di botteghe. Ecco, è questo mondo che a me piace ricordare e trasmettere ai giovani, anche perché questo lembo di terra è rimasto quasi intatto ed ha conservato tutta la sua genuinità di quanto io lo avevo conosciuto.

A cosa serve oggi scrivere libri di storia locale, in un’epoca dove tutti si informano con due righe  su uno schermo? È ancora un atto utile o solo una testimonianza per pochi?

Innanzitutto scrivere è molto importante, perché si tiene allenata la mente. Scrivere un libro, poi, è ancora più importante perché serve a migliorare la percezione di sé, anche se a volte non si ha lo scopo di pubblicarlo.

Scrivere libri di storia locale è ancora più importante perché promuove la conoscenza del territorio  in cui si vive. Soprattutto aiuta ad approfondire le relazioni tra uomo e ambiente per apprendere meglio la storia generale attraverso esempi specifici. In questo modo si potranno comprendere le radici della comunità, le tradizioni, i personaggi e tutti quegli eventi che hanno formato la stessa comunità.

 Posso affermare, perciò, che oggi scrivere un libro di storia locale non è solo una testimonianza per pochi, ma un atto utile ed essenziale sia per la comunicazione che per la conoscenza. Non c’è solo la storia politica fatta di guerre e conquiste, ovvero quella studiata sui testi scolastici, ma anche l’insieme di tante storie locali che poi formano la grande Storia.

I suoi testi non si accontentano del folklore. Non c’è mai un Gargano da cartolina.  È una forma di rispetto verso la complessità o un riufiuto del marketing identitario?

Il promontorio del Gargano incastonato tra mare e montagna è un luogo selvaggio, autentico, sorprendente perché è un concentrato di panorami da cartolina e scorci di immagini.

Per visitare questo luogo bisogna fare un doppio giro, per terra e per mare.

La memoria è sempre selettiva. Come decide cosa vale la pena tramandare e cosa no, quando si racconta un territorio?

È importante focalizzare quello che riteniamo più rilevante. Girando per questi luoghi le memorie degli avi, le testimonianze delle pietre, le fondamenta delle città, i solchi delle strade e dei tratturi riportano davanti agli occhi, senza fatica, le immagini di Castelpagano e Devia, di Uria e di Merinum, di Monte Saraceno e Monte Sacro, delle masserie e delle torri costiere.

 Sotto l’azione degli aratri i contadini hanno visto e vedono ancora emergere oggetti misteriosi, chiavi segrete per archeologi, paleontologi e paletnologi, senza trascurare i manufatti litici, utensili, fondi di capanne, resti di fabbricati preistorici, pavimenti di templi o di case romane. La presenza dell’uomo sul Gargano è documentata dagli archeologi da decine di migliaia di anni fa; e da mille anni prima di Cristo le testimonianze storiche ci hanno regalato documenti scolpiti e custoditi sottoterra.

  Come dimenticare la meravigliosa fioritura della civiltà dei Dauni? Furono una popolazione preromana che abitò queste terre negli stessi secoli in cui splendeva la civiltà degli Etruschi e delle altre genti italiche. Di loro ci sono rimasti reperti meravigliosi e le loro lastre tombali dove sono scolpiti storie e simboli ancora misteriosi. Nei musei di Manfredonia e Mattinata ci sono raccolte uniche al mondo.

Il Gargano che descrive ha mille volti, e spesso sono in conflitto tra loro. Che idea di identità emerge, secondo lei, dopo tutto questo lavoro di raccolta?

Posso affermare che nel mio ultimo saggio “Il Gargano tra Storia e Leggenda”, ho cercato di far emergere un aspetto fondamentale, cioè quello di attirare l’attenzione dei pugliesi in particolare e degli italiani in generale sulle bellezze, sulla storia, sui bisogni della incantevole regione garganica, gemma della Puglia.

Se potesse affidare questo libro a una generazione che ancora non è nata, lei cosa spera che ci trovino dentro?

Mi auguro che in esso vedano quello che ho visto io, da ragazzo, quando per la prima volta insieme con mio padre ho visitato il Gargano. Ma i tempi erano diversi perché in quel periodo il promontorio era ancora selvaggio, e mi riferisco al periodo del dopoguerra, ovvero dal ’45 al ’55, quando si incominciavano a realizzare le prime ricostruzioni.

Lei ha attraversato archivi, biblioteche, borghi, documenti. Ma se dovesse scegliere un solo gesto, un’immagine, un momento che racchiude tutto il senso di questo lavoro, quale sarebbe?

Io continuo a girare il paese dove sono nato e vedo le sue campagne, le masserie, le torri e, dovunque, oltre i campi coltivati, vedo la linea blu del mare. In tanti anni queste  visioni non hanno mai smesso di rendermi felice

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