Se senti il bisogno di dichiarare con orgoglio che “non usi l’AI”, probabilmente non siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
Ma se lasci che ChatGPT ti scriva post e pensieri parola per parola, la conclusione è identica.
Qualcosa di strano sta succedendo proprio ora, sotto i nostri occhi. Sui social, nei bar, persino alle cene di famiglia, si stanno formando due fazioni rumorose.
Ed entrambe stanno mancando il bersaglio vero della discussione.
I convertiti dell’efficienza
Da un lato ci sono i massimalisti dell’AI: per loro “più veloce” equivale sempre a “migliore”. Oltre l’80% dei creator usa già strumenti di intelligenza artificiale, ma gran parte di quei contenuti suona identica: voce levigata, asettica, intercambiabile.
È un collage infinito di frasi motivazionali attribuite a Musk o a guru che probabilmente non hanno mai letto i libri che citano.
I guardiani del “fatto a mano”
Dall’altra parte ci sono i puristi “AI-free”, che indossano la resistenza come un distintivo morale. Secondo Gartner, entro il 2027 il 20% dei brand si promuoverà esplicitamente come “no AI”.
Passano ore a faticare su ogni contenuto, convinti che la lentezza equivalga alla profondità.
Spoiler: non è così.
Il punto che abbiamo completamente perso
Se i tuoi contenuti erano vuoti prima dell’AI, lo saranno anche dopo.
Hai mai dichiarato con orgoglio quale word processor usi? Hai mai firmato una mail con “Orgogliosamente scritto su Google Docs o Microsoft Word 16.0”?
Ovvio che no. Perché lo strumento non è mai stato il punto. Lo è sempre stato il pensiero. Il concetto che esprimiamo. Per essere chiari, essere passati dalla penna alla Olivetti Lettera 23 e poi al nuovo MacBook Pro, non ha fatto di noi (e voi) dei nuovi Umberto eco.
Con l’AI, invece, il come è diventato più rumoroso del cosa. Abbiamo trasformato gli strumenti in identità tribali.
“Io uso l’AI” non è un punto di vista: è una scorciatoia per chi non ha nulla da dire.
“Io non uso l’AI” non è una virtù: è un alibi per chi confonde la fatica con la qualità.
La verità che ribalta tutto
I dati sembrano (pare) dare ragione ai puristi:
- Il 52% delle persone leggerebbe con meno interesse un contenuto se sospettasse che è AI-generato
- Il 26% lo trova impersonale
- Il 57% non si fida dei brand nel suo uso responsabile
Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: quando le persone non sanno chi ha scritto un contenuto, nel 66% dei casi preferiscono quello generato dall’AI.
Il problema non è l’intelligenza artificiale. È il cattivo contenuto. (mi ripeto all’infinito, ma spero che diventi chiaro).
Il vero nemico non è l’algoritmo
Ciò che ci infastidisce non è la tecnologia, ma l’omologazione: idee riciclate, frasi ottimizzate per gli algoritmi, posizioni neutre per non disturbare nessuno.
L’AI non ha creato questo vuoto – ha solo reso più facile smascherarlo.
Non è l’AI che scrive male. È chi la usa per evitare di pensare. Non capendo che non e’ cosi che si usa.
L’unica cosa che conta davvero
Quello che rende un contenuto migliore è avere qualcosa da dire e saperlo dire in un modo che suoni solo tuo.
Io uso l’AI per le parti noiose: ricerca, brainstorming, per sbloccarmi quando il cursore lampeggia troppo a lungo. Stop.
Alle persone non importa con quale strumento costruisci un’idea. Importa se l’idea è chiara, autentica, se fa sentire qualcosa. A me non importa che strumento usate, se leggo stupidate, esse rimangono tali qualsiasi sia lo strumento usato.
Non serve suonare “perfettamente umano”. Serve essere vero. Non iperprodotto, non levigato, non finto.
La conclusione è semplice per me.
Smettiamo di trattare gli strumenti come bandiere ideologiche. Il tuo workflow non è una posizione morale.
Usa gli strumenti che ti aiutano a pensare più velocemente.
Evita quelli che pensano al posto tuo.
Perché alla fine – che tu scriva con la penna, con Word o con l’AI – c’è solo una domanda che conta: hai qualcosa da dire?
Post Scriptum
Questo post e’ stato scritto su un taccuino venti giorni fa, dopo una discussione telefonica con un amico che mi raccontava della superficialita’ con cui molti ancora pensano all’AI. Poi ho passato gli appunti, aggiunto alcuni ricordi di quella telefonata e impreziosita con qualche cosa che sapevo io, qualche mia riflessione idea al riguardo. Poi ho aperto l’AI, ho incollato il testo e gli ho chiesto di controllarmi qualche refuso grammaticale e di impaginarmelo per essere postato su questa piattaforma. Mi ha anche aiutato in qualche keywords che ho inserito nel SEO. Diciamo che alla fine mi ha tolto un’ora di lavoro e mi ha aiutato a rendere l’articolo piu’ facile da leggere. Chiaro a cosa puo’ anche servire l’AI?
Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
40 idee per riscattare il tuo sguardo fotografico. Un libro di Massimo Usai per chi vuole guardare il mondo con occhi nuovi.
Acquista su Amazon In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei.Scopri di più da Urban Mood Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.