C’è una luce che appartiene solo a certi luoghi, e a un certo modo di ricordarli. Tra Wimbledon e la Marina, tra il verde ordinato di un quartiere londinese e il sale di quello cagliaritano, un sardo che è stato londinese prova a capire dove, davvero, si sente a casa.
di Massimo Usai
Wimbledon, la District line e il Common
La District line arrivava a Wimbledon con la puntualità di chi non ha nulla da dimostrare. Scendevo la sera tornando da Piccadilly o da Chelsea, quando il quartiere era come una fotografia sbiadita: le siepi tagliate al millimetro, i mattoni rossi lucidi di pioggia, il silenzio educato di una città che ti lascia in pace anche quando non lo chiedi. Ci ho vissuto abbastanza da smettere di sentirmi un ospite, ma forse mai abbastanza da sentirmi a casa.
Wimbledon Common era il mio confine e la mia consolazione. Quei prati enormi, i cani liberi, le vecchie signore in impermeabile che salutavano con un cenno misurato: tutto sembrava dire che il mondo, se solo lo lasciavi in ordine, non ti avrebbe fatto del male. Per due settimane l’anno il quartiere si riempiva di gente venuta per il tennis, e mi sentivo al centro del mondo.
Poi è arrivata la Brexit, e allora ho capito che ero un turista di me stesso: guardavo la mia vita londinese come si guarda una partita di tennis, ammirando il gioco senza mai scendere in campo del tutto. Qualcosa si era rotto. Mi sentivo offeso e tradito.
La nostalgia, ho imparato, lavora al contrario. Non l’ho sentita tornando in Europa: a un certo punto l’ho sentita invece restando a Londra. Bastava una certa inclinazione della luce sul Common, dorata e obliqua, e mi ritrovavo in un’altra strada, a duemila chilometri di distanza, dove la stessa luce non chiedeva permesso e non conosceva la parola discrezione.
Wimbledon e la Marina, una il rovescio dell’altra
Perché la Marina, a Cagliari, oppure il centro di Varsavia, erano l’esatto rovescio di Wimbledon. A Cagliari, una via Roma che suda, il porto che respira gasolio e maestrale, l’odore del fritto che esce dai vicoli come una promessa e una minaccia insieme. Là le finestre parlano tra loro, i panni stesi si toccano da un palazzo all’altro, e nessuno ti lascia in pace: ti chiamano per nome prima ancora che tu abbia deciso di esistere. È disordinata, rumorosa, testarda. È l’unico posto dove non mi sono mai sentito straniero, e proprio per questo l’unico che ho dovuto lasciare per capirlo.
Due nostalgie nello stesso momento
Ho abitato due nostalgie contemporaneamente, e nessuna delle due mi ha fatto sconti. A Londra ero il sardo che parlava un inglese troppo attento, sempre di mezzo grado più formale del dovuto. Tornando a Cagliari ero quello che era stato via, che diceva sorry per riflesso e si stupiva se un caffè costava meno di due sterline. Appartenevo a entrambi i quartieri, mi sentivo polacco, inglese e sardo, e a nessuno dei luoghi che avevo vissuto e amato: il prezzo, immagino, di aver amato due, tre case senza riuscire a scegliere.
Oggi so che non era ai luoghi che tornavo con la memoria, ma alle persone che ero stato dentro di loro. Il ragazzo silenzioso e ordinato di Wimbledon, che imparava a stare al mondo abbassando la voce. L’uomo che girovagava da caffè a caffè per la capitale polacca, sentendosi in mezzo a un mondo che fino a poco tempo prima aveva solo letto nei libri. E quello di Cagliari, che al mondo ci stava a gomitate, con il sale in tasca e la certezza di essere di qualcuno. Tre quartieri, tre versioni di me. E un pezzo anche di un altro quartiere, Saint-Gilles, a Bruxelles, con il suo Art Nouveau belga ad altissimo livello. Ma alla fine rimane una sola nostalgia, che non è per un indirizzo ma per l’uomo che credevo, allora, di dover ancora diventare.
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