Michela Castello e “Vita artificiale”: il coraggio di scegliere il silenzio in un mondo che vive di rumore

Con “Vita artificiale”, poesia datata 8 settembre 2026, Michela Castello porta sulla pagina una riflessione decisa e profondamente contemporanea sul rapporto tra l’essere umano e una società che sembra avere sempre più paura del silenzio. Il rumore raccontato nei suoi versi non appartiene soltanto alle strade, alle televisioni accese, alle conversazioni sovrapposte o agli strumenti tecnologici che accompagnano ogni momento della giornata, perché diventa soprattutto il simbolo di una condizione interiore nella quale fermarsi, ascoltarsi e sottrarsi agli stimoli continui viene quasi percepito come qualcosa di anomalo.

La poesia nasce da una posizione precisa e non cerca di addolcirla per risultare più accomodante. Michela Castello utilizza parole forti perché forte è il disagio che vuole rappresentare, mettendo in discussione quella che definisce una realtà artificiale, costruita sulla superficie, sul bisogno di riempire ogni spazio e sulla difficoltà di accettare chi desidera vivere secondo un ritmo differente.

Il rumore come invasione della vita interiore

L’apertura, «Letale è l’effetto del continuo rumore», introduce immediatamente uno dei nuclei centrali del testo e attribuisce al rumore un significato che supera la semplice dimensione acustica. È qualcosa che penetra lentamente nella persona, occupando spazi che dovrebbero rimanere disponibili per il pensiero, l’immaginazione, la concentrazione e perfino per quella benefica possibilità di non fare nulla per qualche istante senza sentirsi obbligati a colmare il vuoto.

Quando Michela Castello paragona questo effetto a qualcosa che «uccide dentro a fuoco lento», sceglie volutamente un’immagine estrema, attraverso la quale restituisce la sensazione di un logoramento progressivo. Non descrive un fastidio momentaneo, ma una forma di saturazione che può diventare parte della quotidianità fino al punto da essere considerata normale.

È proprio questa normalizzazione a essere messa sotto accusa dalla poesia, perché vivere costantemente immersi negli stimoli non significa necessariamente vivere di più, così come essere continuamente raggiungibili, presenti o circondati da voci non equivale automaticamente a essere più vicini agli altri.

La “vita artificiale” secondo Michela Castello

Il titolo scelto dalla poetessa racchiude una parte fondamentale del significato dell’opera. La vita artificiale non è necessariamente una vita falsa nel senso più immediato del termine, ma può diventarlo quando ciò che arriva dall’esterno prende il sopravvento su ciò che una persona sente realmente.

«Chi ama una vita artificiale, si crea una realtà superficiale» è uno dei passaggi attraverso i quali Michela Castello esprime con maggiore chiarezza questa posizione. Il verso mette in relazione l’artificialità con la perdita di profondità, indicando il pericolo di un’esistenza costruita principalmente sulle abitudini imposte dall’ambiente circostante, sulla necessità di uniformarsi e sulla convinzione che esista un solo modo corretto di stare nel mondo.

La poesia, invece, rivendica la possibilità di scegliere.

Ed è proprio nella rivendicazione della libertà individuale che il testo trova una delle sue componenti più interessanti, perché Michela Castello non chiede che tutti amino il silenzio, ma contesta il diritto di giudicare o tormentare chi lo preferisce.

Il silenzio non è isolamento, ma uno spazio da proteggere

Il verso «per me l’assenza di suono è un balsamo unico e speciale» rappresenta probabilmente il passaggio più intimo dell’intera poesia, perché dietro la denuncia della società rumorosa compare improvvisamente qualcosa di personale, quasi una dichiarazione sulla propria maniera di percepire il mondo.

La scelta della parola “balsamo” attribuisce al silenzio una funzione positiva e persino rigenerante. Non viene descritto come un’assenza sterile, né come una rinuncia alla vita o alle relazioni, ma come uno spazio capace di proteggere, lenire e restituire equilibrio.

Michela Castello tocca così anche un pregiudizio ancora molto diffuso, quello secondo il quale una persona che ama stare nel silenzio debba necessariamente essere asociale. Il bisogno di quiete, al contrario, può convivere perfettamente con l’amore per gli altri, con la curiosità, con la creatività e con una vita emotiva ricchissima, perché non tutte le persone recuperano le proprie energie nello stesso modo e non tutte hanno bisogno della medesima quantità di stimoli.

Definire negativamente qualcuno soltanto perché desidera proteggere i propri spazi significa ridurre una sensibilità complessa a un’etichetta troppo semplice.

Una poesia che diventa dichiarazione di libertà

Nei versi conclusivi il messaggio acquista una forza ancora maggiore. «Libero è ciascuno la propria coscienza di addormentare, ma basta chi la pensa diversamente tormentare» contiene infatti il punto di arrivo dell’intera riflessione.

Michela Castello riconosce agli altri la libertà di scegliere persino quella condizione di stordimento che lei respinge, ma pretende la medesima libertà per chi sceglie il contrario. Non chiede conversioni, non cerca seguaci e non presenta il proprio modo di vivere come l’unico possibile: domanda semplicemente rispetto.

Questo elemento rende “Vita artificiale” qualcosa di più di una poesia dedicata al rumore e al silenzio, perché il testo diventa una dichiarazione sull’autonomia personale e sulla possibilità di difendere la propria sensibilità senza dover continuamente giustificare ciò che fa stare bene.

La scrittura di Michela Castello è diretta, ritmata dalle rime e volutamente priva di mediazioni, caratteristiche che permettono al messaggio di arrivare immediatamente al lettore. Dietro alcune immagini dure emerge una domanda molto semplice e universale: perché una persona dovrebbe essere considerata sbagliata soltanto perché trova benessere in qualcosa che gli altri non comprendono?

“Vita artificiale” risponde scegliendo il silenzio come simbolo di indipendenza. In un presente nel quale sembra quasi necessario occupare ogni minuto, parlare continuamente, mostrarsi, reagire e restare immersi in un flusso ininterrotto di stimoli, Michela Castello difende il valore opposto, quello di uno spazio nel quale poter finalmente sentire la propria voce.

Ed è forse proprio qui che la poesia raggiunge il suo significato più forte, perché il silenzio raccontato da Michela Castello non è un’assenza dalla vita, ma una maniera profondamente personale di tornarci dentro.

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