di Patrizia Riello Pera, Padova, Italia
Nel 1981, il Premio Campiello fu assegnato a Gesualdo Bufalino per Diceria dell’untore, romanzo di straordinaria, esplosiva, folgorante e quasi miracolosa intensità letteraria, autentico prodigio tardivo della cultura italiana, che consacrò all’istante l’anziano e schivo scrittore di Comiso come una delle voci stilistiche più alte e imprescindibili della letteratura contemporanea e dell’intero Novecento. L’opera è ambientata in modo mirabile, doloroso e magistrale in un sanatorio siciliano all’indomani della Seconda guerra mondiale: La Rocca, luogo spettrale, claustrofobico, quasi dantesco, metafisicamente sospeso in un perpetuo limbo tra la riva della vita e l’abisso della morte, dove il tempo cronologico si dilata, si deforma e si consuma inesorabilmente nel deperimento biologico di giovani corpi malati. Bufalino costruisce, con arte barocca, iperbolica e preziosa, una narrazione densa, labirintica, notturna, orchestrata come una partitura sinfonica e incredibilmente ricca di suggestioni poetiche, metafore ardite, acrobazie linguistiche e una musicalità verbale ipnotica, capace di trasformare il fango del dolore e dell’agonia in pura, cristallina bellezza formale. Premiando questo romanzo, il Campiello compì una scelta storica, coraggiosa e rivoluzionaria, che scosse dalle fondamenta il panorama editoriale e critico dell’epoca, riconoscendo una scrittura erudita, intessuta di colti e inesauribili echi intertestuali provenienti dalle grandi tradizioni classiche e mitteleuropee, e profondamente originale nella sua capacità di restituire alla lingua italiana una nobiltà espressiva e una densità semantica che sembravano essersi definitivamente smarrite nella modernità. Il romanzo affronta, con lucidità, spietatezza, fierezza e commovente precisione clinica e filosofica, i temi universali della malattia, del contagio morale e biologico, della reclusione forzata e della fragilità costitutiva della condizione umana, presentandosi come una meditazione alta, drammatica e dolente, condotta dall’inizio alla fine in un tono lirico, elegiaco, tragico e profondamente contemplativo. Nell’opera, la morte appare e si impone non come semplice evento terminale, ma come presenza costante e quotidiana: un’ombra tangibile, sensuale, quasi ironica, che si aggira tra i corridoi e le camerate del sanatorio, rivelandosi tuttavia occasione necessaria e propizia per una riflessione radicale e definitiva sulla verità nuda dell’esistenza, sulla misteriosa colpa dei sopravvissuti e sul valore redentivo, quasi teologico, della parola scritta. Da questo esordio folgorante e tardivo — reso possibile dalla lungimiranza di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio — Bufalino emerge come voce unica, isolata, sovrana e anacronistica nel panorama letterario italiano, capace di fondere magistralmente la memoria autobiografica degli anni giovanili trascorsi in sanatorio con la più pura reinvenzione fantastica, onirica e visionaria. Il prestigioso, autorevole e storico riconoscimento veneziano consacrò così, senza esitazioni, un capolavoro assoluto della narrativa italiana della seconda metà del Novecento, offrendo ai lettori una meditazione metafisica senza tempo sul destino umano, sull’inviolabile sacralità dell’istante supremo, sulla sensualità disperata che divampa violentemente sull’orlo stesso dell’abisso e sul potere immortale, epico e incorruttibile della grande letteratura, intesa come unica arma di redenzione, testimonianza e duraturo trionfo contro l’oblio e la vanità delle cose.
PATRIZIA RIELLO PERA – SCRITTRICE E DISEGNATRICE
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