Elsa Morante. Esporsi, ancora

Elsa Morante ha guardato la storia dal lato sbagliato del tavolo. Non dalla parte di chi firma i trattati, ma di chi li subisce. Nei suoi romanzi non comandano i vincitori: comandano i bambini, le madri, i corpi senza difesa che gli eventi travolgono senza nemmeno accorgersene. È una scelta di campo prima ancora che una scelta letteraria, e per capirla basta aprire i suoi libri nel punto in cui fanno male.

In La Storia, il romanzo del 1974 che la rese amatissima dai lettori e detestata da una parte della critica, la guerra non è mai epica. È ciò che accade a Ida, maestra timorosa e seminascosta, e a suo figlio Useppe, due figure minime stritolate da un meccanismo immenso che non le riguarda e che pure le cancella. Morante condensa tutto in una formula che pesa come una sentenza: la storia come uno scandalo che dura da diecimila anni. Non un destino, non una necessità da onorare. Uno scandalo. Qualcosa che andrebbe interrotto, non celebrato. In quella parola c’è la sua intera poetica.

La sua scrittura è intensa, emotiva, radicale, e non se ne scusa mai. Morante non ha paura del sentimento e soprattutto non lo riduce a decorazione, non lo mette a margine come fanno gli scrittori che temono di sembrare ingenui. Nei suoi libri l’amore è una forza fisica: salva e distrugge, illumina e acceca, spesso nello stesso gesto. L’adorazione che Arturo prova per il padre assente ne L’isola di Arturo è la stessa materia di cui è fatta la sua disillusione. In Aracoeli il legame tra il figlio e la madre perduta è insieme origine della vita e ferita che non chiude. L’amore, per lei, non consola: espone.

Eppure Morante non idealizza il dolore. Lo attraversa, che è diverso. Racconta la povertà, l’abbandono, la fame, la violenza senza filtri e senza il cinismo che oggi scambiamo per lucidità. Non c’è compiacimento nelle sue pagine più dure, e non c’è nemmeno la pretesa di addomesticarle con un finale che ricuce. C’è una convinzione precisa, che lei ha messo nero su bianco fuori dai romanzi: nel saggio Pro o contro la bomba atomica sostiene che lo scrittore ha una responsabilità morale, che la letteratura non è un ornamento ma un modo di stare al mondo e di rispondere del mondo. Raccontare, per Morante, significa dare voce a chi non ce l’ha — e quindi schierarsi.

Da qui nasce la tensione che percorre ogni suo libro: la lotta tra innocenza e violenza, tra il desiderio di bene e una realtà che lo schiaccia con metodo. Useppe è l’innocenza pura, e proprio per questo non sopravvive. Arturo è l’innocenza che cresce e scopre, una ferita alla volta, che il mondo degli adulti è fatto di tradimenti. Morante non risolve mai questa tensione, non la chiude con una morale rassicurante, e qui sta la ragione per cui i suoi romanzi restano necessari. Parlano di ciò che non passa: la vulnerabilità umana, la stessa di adesso, la stessa di sempre.

Leggere Morante oggi significa allora accettare di sentire. Non soltanto di capire — capire è comodo, ci tiene a distanza — ma di lasciarsi toccare, che è scomodo e rischioso. Viviamo un tempo che ha eletto l’indifferenza a forma di igiene mentale, che chiama “protezione” il non farsi riguardare da niente, e che scambia la freddezza per intelligenza. La letteratura di Morante chiede esattamente il contrario. Chiede di abbassare le difese, di stare dentro la pena altrui invece di osservarla da fuori, di riconoscere nei vinti non un argomento ma delle persone.

È una richiesta antipatica, in fondo. Esporsi costa, e Morante lo sapeva meglio di chiunque: lo ha fatto in ogni pagina, pagando di persona la scelta di non proteggersi. Per questo i suoi libri non invecchiano. Continuano a chiederci la stessa cosa difficile — non di sapere cosa è successo, ma di sentirne il peso. E continuano ad avere ragione.



Scopri di più da Urban Mood Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

You May Also Like

More From Author