Italia fuori dal Mondiale per la terza volta di fila: una crisi senza precedenti per il calcio azzurro

La sconfitta ai rigori contro la Bosnia-Erzegovina chiude un’altra pagina amara per il calcio azzurro. Nessuna ex campione del mondo aveva mai mancato tre edizioni consecutive. Gattuso in lacrime, Gravina ammette la «crisi profonda». Ma le radici del problema vengono da lontano.

C’è un momento preciso in cui una ferita sportiva smette di essere un incidente e diventa un sintomo. Per il calcio italiano, quel momento è arrivato con la lotteria dei rigori persa contro la Bosnia-Erzegovina nello spareggio per i Mondiali 2026. Tre eliminazioni consecutive – Russia 2018, Qatar 2022, e ora il torneo che si giocherà tra Stati Uniti, Messico e Canada – segnano un primato che nessun’altra ex campione del mondo aveva mai raggiunto. L’Italia, quattro volte iridata, non sarà al Mondiale per la terza volta di seguito. E stavolta non si può più parlare di fatalità.

Una notte da incubo che si chiude con Gattuso in lacrime.

Gravina parla di «crisi profonda», ma nulla cambierà.

A fine partita il commissario tecnico Gennaro Gattuso non è riuscito a trattenere le lacrime. Sulla sua posizione ha detto solo che il suo futuro personale non è importante, nonostante il presidente della FIGC Gabriele Gravina gli abbia chiesto pubblicamente di restare.

«Fa male, perché ne avevamo bisogno noi, ne aveva bisogno tutta l’Italia, ne aveva bisogno il nostro movimento», ha dichiarato Gattuso. «Avrei rinunciato ad anni della mia vita, a soldi, pur di raggiungere il nostro obiettivo».

Gravina ha escluso le dimissioni, ma ha ammesso che il calcio italiano si trova in una situazione di crisi profonda. Parole pesanti, che però rischiano di suonare vuote se non accompagnate da un piano di riforme strutturali.

«I bambini italiani vedranno un altro Mondiale senza l’Italia», ha detto tra le lacrime l’esterno Leonardo Spinazzola. «Non riesco ancora a crederci. Siamo rimasti in dieci, abbiamo portato la partita ai rigori con la grinta, avremmo potuto segnare tre o quattro gol. È una delusione enorme per tutti».

Da campioni del mondo a fuori da tutto: la parabola discendente

Il paradosso è evidente: l’Italia che nel 2006 ha alzato la Coppa del Mondo a Berlino, e che nel 2021 ha vinto l’Europeo a Wembley, è la stessa nazionale che dal 2018 non riesce a qualificarsi per il torneo più importante del calcio. La vittoria di Euro 2020 appare oggi come “un’eccezione luminosa” in un percorso di declino costante.

Dopo il trionfo del 2006, gli Azzurri non hanno superato la fase a gironi né nel 2010 né nel 2014. Poi il baratro: fuori dai Mondiali in Russia, fuori dal Qatar, e ora fuori anche dall’edizione nordamericana. Gattuso, che da giocatore era in campo nell’ultima finale vinta, era subentrato a Luciano Spalletti – esonerato dopo la deludente eliminazione agli ottavi di Euro 2024 e una sconfitta per 3-0 contro la Norvegia – ma non è riuscito a invertire la rotta nonostante cinque vittorie consecutive nel girone.

Le radici della crisi: settori giovanili, stadi e soldi

Le cause di questo tracollo vanno cercate ben al di là dei singoli rigori sbagliati. Il calcio italiano soffre di problemi strutturali che si accumulano da decenni, e che la vittoria di Euro 2020 ha solo temporaneamente mascherato.

Il primo nodo è la formazione dei giovani talenti. Le fondamenta della generazione d’oro del 2006 erano state gettate un decennio prima, quando la Nazionale Under 21 di Cesare Maldini vinse tre Europei consecutivi tra il 1992 e il 1996. All’epoca, una regola della Serie A limitava a tre il numero di giocatori extracomunitari schierabili contemporaneamente, garantendo spazio ai giovani italiani. La sentenza Bosman del 1995, che ha rivoluzionato la libera circolazione dei calciatori in Europa, ha progressivamente cambiato tutto: l’afflusso massiccio di talenti stranieri in Serie A ha reso sempre più difficile per i giovani italiani trovare spazio nelle prime squadre dei grandi club.

Mentre tutta l’EUROPA ha saputo gestire questa rivoluzione nei migliori dei modi, in Italia ci si è persi. 

«Le accademie italiane non producono abbastanza giocatori, o non ne producono di pronti per la prima squadra. Il modo in cui i club italiani spendono i loro soldi non è più quello a cui eravamo abituati», ha sottolineato l’esperto di calcio europeo Julien Laurens.

Il secondo problema è economico. Nessuno dei grandi club italiani figura nella top 10 della classifica Deloitte per ricavi generati. La Premier League inglese beneficia di contratti televisivi in costante crescita; altri campionati europei attraggono investimenti pesanti. L’Italia, intanto, resta indietro. Molte società di Serie A hanno accumulato perdite importanti negli ultimi anni, erodendo la capacità di investire nel futuro.

Il terzo fattore è infrastrutturale. Gli stadi italiani restano in gran parte obsoleti, incapaci di generare i ricavi commerciali necessari per competere a livello internazionale. Mentre in Inghilterra, Francia, Olanda, Germania e Spagna gli impianti sono stati rinnovati o ricostruiti, in Italia si gioca ancora in strutture progettate per i Mondiali del 1990. Alessandro Del Piero, prima degli spareggi, aveva sintetizzato così la questione: “il problema sono gli stadi e i settori giovanili, e per migliorare in campo bisogna prima lavorare fuori dal campo.”

Ovviamente non l’ha ascolta nessuno, cosi come nessuno ha mai letto il dossier Baggio, che da subito era apparso “pericoloso” per tenere il proprio ruolo in futuro ai Gravina di turno.

Che cosa resta?

Poco o niente. In realtà ci sono molti giocatori italiani giovani nel calcio mondiale che si stanno facendo notare, ma che l’ottusità precedenti, di chiusura mentale e di interessi di procuratori che agiscono solo in Italia, ha fatto perdere la bussola ed ha generato quello che oggi tutta Italia discute.

Tre esclusioni consecutive dal Mondiale non sono più un incidente di percorso: sono il riflesso di un sistema che ha smesso di funzionare. Le lacrime di Gattuso, la delusione di Spinazzola, le ammissioni di Gravina raccontano tutte la stessa verità. Il calcio italiano ha bisogno di una riforma profonda – dai vivai agli stadi, dai modelli economici alla governance federale – se vuole tornare a essere protagonista.

Perché un Paese che ha vinto quattro Mondiali non può rassegnarsi a guardarli dalla televisione. Ma per tornare a giocarli, servirà molto di più di un cambio di allenatore.



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